Una stanza al pianterreno
Una stanza al pianterreno dell’antico palazzo, chiusa da molto tempo. Due chiavi per aprirla, consegnate dall’illustrissima Signora Contessa Angelica Porto e dal Conte Bernardino ad un uomo, Giovanni Marcantonio Gotti, incaricato di aprirla e mettere ordine. È il 2 luglio del 1727 e l’archivista si trova davanti ad armadi, pile e mucchi di carte alla rinfusa “disperse per tutta essa stanza”. Decifrare le pergamene, dare loro un ordine e una collocazione per strapparli al caos che sempre si impossessa - come per una legge di natura – delle stanze destinate ad alloggiare documenti.
Un bel respiro (piano, per non inalare troppa polvere) e comincia il suo lavoro, Giovanni Marcantonio, infilando le mani negli armadi, disseppellendo un contratto, recuperando un testamento di qua e un contratto di là. Ogni carta è un tassello di ricchezza secolare, ed è solo l’istantanea che lascia intuire o immaginare quel che c’è stato prima e quel che segue: l’acquisto di un cavallo, la costruzione di una dimora sono la manifestazione di qualcosa di molto più ampio… incontri, discorsi, viaggi, alleanze, strategie di potere, diatribe familiari. Documenti come tasselli di un puzzle sulla cui complessità, Giovanni Marcantonio ha una visuale privilegiata. Deve affrettarsi perché l’incarico assegnatogli ha breve durata. Il suo lavoro difatti si interromperà e altri due archivisti continueranno la sua opera di archiviazione.
Ma è il 2 luglio 1727 e il caos è ancora tutto lì. Fai un bel respiro (non troppo profondo, ricorda) e buon lavoro, Giovanni Marcantonio.










