Il piano orientale Zeina Abrached Ed. Bao Publishing, 2016
Questo gioiello grafico della Abrached è delicato come le ali di un pesce volante; è tenue come i suoni che accompagnano la vita appassionata e serena di Abdallah nelle vignette che ritmano il suo cammino e il suo colpetto garbato all'insostituibile fez e che ispirano il suo genio musicale; è amorevole come il sentimento che l'artista rivela a ogni tavola per il suo paese d'origine. Un amore che poco per volta verrà comunicato e condiviso con la adottiva Francia dove la Abrached sceglierà di vivere e a cui solo alla fine del racconto, dopo tanti ritorni a Beirut, sarà in grado di fare anche qui il suo "ritorno". Dunque, la meraviglia di poter sempre "ritornare" quando si viaggia è ciò che ci fa sentire sempre a casa. E questa sensazione si può avere solo quando "casa" è la nostra stessa vita.
Abdallah invece sceglierà Vienna per l'avventura della sua esistenza in compagnia di un vecchio amico viaggiatore rimasto troppo a lungo impantanato nelle tradizioni familiari della piccola borghesia libanese.
E cosi Zeina trova il modo di raccontare non una e ben più di due piccole incantevoli epiche storie personali, fatte di suoni, ricami, dettagli, ricci e onomatopee. Intreccia i tasti bianchi e neri del pianoforte alle sue due lingue amate, il francese e il libanese, trasformando questo avviluppo di culture differenti in un gioco ordinato, pulito, limpido. Ritrae con delicato rispetto alcune storie d'amore per l'arte, per le proprie passioni, la musica e il disegno, per l'integrazione culturale che è ricchezza reciproca e non sterile confronto tra diversi. E per le donne di Victor, naturalmente.
Il disegno mi ha richiamato inizialmente alla memoria il pollo alle prugne della Satrapi, ma in realtà questo rimando è dovuto quasi esclusivamente all'analogo uso di uno stile piatto che in quest'opera perde essenzialità e concisione per diventare piuttosto virtuosismo e arzigogolo, quasi il lavoro di un cesellatore di metalli preziosi. Sembra di vedere le geometrie maiolicate e gli affreschi damascati della cultura mediorientale diventare gioco di luci e ombre, simboli alchemici che si intrecciano svelando poco per volta la ricca trama della vita di un mondo che a volte immaginiamo troppo piccolo, ma solo perché non siamo capaci di vederlo in controluce o perché viaggiamo troppo in fretta senza goderci davvero il percorso. C'è da imparare da Abdallah.
Capolavoro di delicatezza soffusa a ritmo di musica e quarti di tono in cui non c'è spazio per il dramma di una guerra che viene così inevitabilmente evocata, ma lasciata in disparte, vinta dagli affetti, dalle amicizie e da relazioni che vibrano di una forza ben più grande di quella di una misera rassegna di volti.

















