Il conflitto Capitale-Giustizia
Il Pm che ha indagato ed ottenuto il rinvio a giudizio e l’arresto di Danilo Coppola – l’immobiliarista, passato alla storia come uno dei ‘furbetti’ – è Giuseppe Cascini, oggi segretario dell’Anm. Cascini assume la prestigiosa carica ai vertici dell’Associazione Nazionale Magistrati proprio mentre è in corso il procedimento a carico dell’imprenditore – giudicato colpevole da un collegio composto da aderenti alla medesima associazione del Procuratore. Racconta Coppola a il Giornale come il Pm abbia potuto perseguire il tracollo delle sue aziende. Parla di fallimenti pilotati, Coppola, di ostruzione alla conciliazione che, pur dal carcere, stava riuscendo a concordare con il fisco. Denuncia la deliberata e pianificata strategia del Pm per ridurre in macerie lui – il ‘furbetto’ – ed il suo gruppo. “Quando mi accordavo col fisco – dice Coppola – (Cascini) s’interponeva per impedire l’accordo.”
Ma perché mai un Pm, sebbene politicamente orientato, sebbene uso ad esprimere in sedi inopportune valutazioni istituzionalmente improprie (Cascini è quello che questo governo non ha la legittimità morale e politica…), ebbene perché un Pm che è pur sempre un magistrato, un funzionario dello Stato; uno, quindi, subordinato non alla politica, non alle organizzazioni di classe, ma a null’altro che alla legge, dovrebbe avercela sì tanto con un concittadino che di mestiere fa impresa, crea ricchezza, posti di lavoro?
“Credo si ritenga socialmente ai miei antipodi – ragiona Coppola. “Io ero il giovane arricchito, dunque il nemico di classe da abbattere.”
Un ragionamento, questo di Coppola, affatto inconsueto tra i ‘capitalisti’ finiti nelle maglie della giustizia italiana. Nel caso ThyssenKrupp, il Pm Guariniello ha formulato l’accusa contro l’ad Harald Espenhan con l’obiettivo di approdare ad una sentenza che lo stesso Procuratore di Torino ha potuto ben fregiarsi di definire “esemplare”.
Esemplare, quella sentenza, lo è davvero, almeno rispetto all’aleatorietà dei suoi presupposti, diciamo così, tecnico-filosofici. È la giustizia che abbraccia una dimensione epistemologica che non dovrebbe in realtà neppure sfiorare: la filosofia sociale, il paradigma economico-politico iscritto nella dinamica ideologica del conflitto tra Capitale e Lavoro.
Pochi, mentre il processo ThyssenKrupp si svolgeva, e poi ancora immediatamente dopo lo sconcertante pronunciamento del Tribunale, hanno avuto la serenità di denunciarne la insopportabilmente pericolosa caratura ideologica. Tra industriali, manager, lavoratori, esponenti delle istituzioni, giuristi, analisti economici, però, il sospetto ed i timori si fanno strada con sempre più lampante ed intimorente chiarezza: quali conseguenze, quella lezione esemplare inferta in nome del popolo ad un rappresentante del Capitale, potrà arrecare allo sviluppo civile del paese, del suo sostrato produttivo e sociale, della sua infrastruttura legale, della sua tenuta democratica? Se i processi in Italia possono essere celebrati in ossequio alla dottrina marxista piuttosto che a quella giurisprudenziale, le imprese – italiane o straniere che siano – non potranno che esserne bersagli pregiudiziali, aprioristicamente colpevoli in quanto rappresentanti dell’altro coté del cielo – quello strutturalmente sbagliato, quello del Capitale, appunto.
Che sia questo il brodo di coltura nel quale matura l’attività inquirente e giudicante, d’altra parte, pare confermato dalla capillarità, pervasività, sostanzialità dei precedenti. Silvio Scaglia, l’ex ad di Fastweb, è stato costretto per un anno alla privazione della libertà a dispetto della non reiterabilità del reato ipotizzato; questo è avvenuto in virtù delle invero non ancora individuate ‘prove’ a suo carico, o semplicemente perché Scaglia è troppo ricco per potersi ritenere innocente?
Nell’inchiesta sulla frode Carosello perpetrata all’interno dei due colossi delle Tlc – Fastweb e Telecom Sparkle – è finito coinvolto un altro imprenditore, attivo nel settore edile, tale Massimo Micucci, buttato in galera per 14 mesi senza mai essere ascoltato dal Pm. Secondo il procuratore, infatti, la sua testimonianza non avrebbe potuto aggiungere nulla di rilevante alle indagini. Evidentemente la pubblica accusa riteneva proprio dovere formulare, oltre all’accusa, anche la sentenza a carico dell’imprenditore, sì da alleggerire il carico di lavoro del collega giudicante.
Durante l’orgia tangentara dei primi Anni 90 non abbiamo contezza di quanti siano stati i manager e gli imprenditori travolti dal furore igienizzante della Procura di Milano. Imprese solide come – una per tutte – la Lodigiani – ridotte in macerie e, sotto le macerie, i posti di lavoro dispersi nei fumi del mani-pulitismo al potere. Quel potere che, da allora, la magistratura italiana non è stata in animo di ricondurre a più mite normalità.
Nasce allora la crociata ideologico-culturale della nostra asfittica, italica contemporaneità: la crociata che punta a imporre il magistrato come entità al di sopra – della politica, dei diritti civili, delle libertà individuali, della legge, persino. Quindi della democrazia, dei ruoli e delle funzioni istituzionali e, adesso, al di sopra – anzi, contro – l’impresa, ovvero contro l’universo di quelli che hanno l’arrogante pretesa di sentirsi legittimati a produrre ricchezza e disporne a proprio piacimento. Una pretesa inaccettabile, evidentemente: l’imprenditore, il costruttore di Capitale è elemento socialmente disfunzionale perché opziona la propria fortuna al servaggio proletario…
Verrebbe da sorridere. Verrebbe da liquidare la questione con una smorfia di disapprovazione, come innanzi ad uno di quei pretenziosissimi film di Nanni Moretti. Ma questo non è solo un brutto film. Per ogni azienda accanitamente criminalizzata, ci sono posti di lavoro che vanno in fumo, ricchezza non prodotta e quindi non re-distribuita, investimenti stranieri dirottati altrove…
Questo non è affari da magistrati parcheggiati nei garage della meno felice stagione intellettuale che la civiltà contemporanea ricordi. Questo non è un problema di Confindustria, degli studi legali per ricchi, dei manager, dei politici specularmente accecati da opportunismo ideologico. Questo semplicemente ci riguarda tutti.