Possediamo un’incisione, che riproduce la Wunderkammer del medico e collezionista tedesco Hans Worms, attraverso la quale possiamo farci un’idea abbastanza precisa dell’aspetto di una vera e propria camera delle meraviglie. Dal soffitto, a notevole altezza dal suolo, pendono alligatori, orsi grigi impagliati, pesci di forma strana, uccelli imbalsamati e canoe di popolazioni primitive. La parte superiore della parete di fondo è occupata da lance, frecce e altre armi di varia forma e provenienza. Fra le finestre di una delle pareti laterali, si trovano corna di cervo e di alce, zoccoli e teschi di animali; dalla parete di fronte, a pochissima distanza l’uno dall’altra, pendono gusci di testuggini, pelli di serpente, zanne di pesce sega e pelli di leopardo. A partire da una certa altezza fino al pavimento, le pareti sono coperte da una serie di scaffali gremiti di conchiglie, ossa di polipo, sali minerali, metalli, radici e statuette mitologiche. Il caos che sembra regnare nella Wunderkammer è però soltanto apparente: per la mentalità del sapiente medioevale, essa era una sorta di microcosmo che riproduceva, nella sua armoniosa farragine, il macrocosmo animale, vegetale e minerale. Per questo i singoli oggetti sembrano trovare il loro senso soltanto gli uni accanto agli altri, fra le pareti di una stanza nella quale il sapiente poteva misurare ad ogni istante i confini dell’universo.
Se ora solleviamo gli occhi dall’incisione e li posiamo su una tela che riproduce una galleria seicentesca, per esempio del quadro di Willem van Haecht che mostra l’arciduca Alberto in visita alla collezione di Cornelius van der Geist ad Anversa, in compagnia di Rubens, Gerard Seghers e Jordaens, non possiamo fare a meno di notare una certa analogia. Le pareti sono letteralmente rivestite, dal soffitto al pavimento, di quadri dalle dimensioni e i soggetti più diversi, quasi incollati gli uni agli altri in modo da formare un magma pittorico che ricorda la muraille de peinture di Frenhofer e in cui ben difficilmente poteva emergere la singola opera. Accanto a una porta; in uguale confusione, si leva un gruppo di statue, fra le quali distinguiamo a malapena un Apollo, una Venere, un Bacco e una Diana. Sul pavimento, da ogni parte, stanno ammucchiati altri quadri, e, in mezzo ad essi, spicca il folto drappello di artisti e gentiluomini raccolti intorno a una tavola bassa ricoperta di piccole sculture. Sull’architrave di una porta, sotto uno stemma sovrastato da un teschio, è ben leggibile la scritta: Vive l’Esprit.
Più che davanti a dei quadri, abbiamo l’impressione di trovarci, com’è stato osservato, di fronte a un unico immenso arazzo in cui fluttuino colori e forme imprecisate; e sorge spontanea la domanda se non avvenga, per caso, per questi quadri, quel che avveniva per le conchiglie e i denti di balena del sapiente medioevale, i quali trovavano la loro verità e il loro autentico senso soltanto nell’essere inclusi nell’armonico microcosmo della Wunderkammer. Sembra, cioè, che le singole tele non abbiano realtà al di fuori dell’immobile Theatrum pittoricum a cui sono consegnate, o, almeno, che solo in questo spazio ideale esse acquistino tutto il loro enigmatico senso. Ma, mentre il microcosmo della Wunderkammer trovava la sua ragione profonda nella vivente ed immediata unità col grande mondo della creazione divina, invano si cercherebbe per la galleria un analogo fondamento: chiusa fra gli smaglianti colori delle sue pareti, essa riposa in se stessa come un mondo perfettamente autosufficiente, dove le tele assomigliano alla principessa addormentata della favola, prigioniera di un incantesimo la cui formula abracadabrante sta iscritta sull’architrave della porta: Vive l’Esprit.
Giorgio Agamben, L'uomo senza contenuto