L’Italia senza spina dorsale. Riflessioni dopo Modena
Siamo tutti uguali. Non è uno slogan è un punto di partenza logico, forse l’unico onesto. Uguali in quanto esseri umani, portatori della stessa fragilità biologica, della stessa capacità di soffrire e di fare del male. Quello che ci differenzia non è la natura: è la fortuna o la sfortuna di nascere in un posto piuttosto che in un altro. Un luogo che ti consegna una lingua, una religione, un codice di valori, una forma di mondo. Un imprinting che non hai scelto, ma che ti costruisce dall’interno prima ancora che tu abbia gli strumenti per interrogarlo.
Salim El Koudri ha 31 anni, è nato a Bergamo, laureato in Economia, cittadino italiano. Eppure viene descritto, a seconda della convenienza politica, come “immigrato di seconda generazione” o come “italiano” come se l’una o l’altra etichetta bastasse a spiegare, assolvere o condannare. Non basta. Non basterà mai.
Il problema non è lui. Il problema è che l’Italia non sa dove stare.
Quando culture diverse si sovrappongono e oggi si sovrappongono ogni giorno, nei quartieri, nelle scuole, nei cantieri la convivenza non è automatica. Richiede una struttura. Richiede che chi accoglie abbia una spina dorsale: un’identità giuridica solida, una coerenza politica, una visione sociale che non si sgretoli al primo vento. Invece ci troviamo a subire ogni collisione culturale come se fossimo impreparati ogni volta, come se fosse sempre la prima.
Galimberti ha detto che gli italiani sono razzisti non per senso di superiorità, ma per paura la paura di chi percepisce la propria fragilità interna e teme che l’altro sia più forte. È una lettura scomoda e probabilmente vera. Ma la paura da sola non spiega tutto. Spiega solo il sintomo.
La radice è altrove: è nel vuoto. Un paese che non riesce a proteggere se stesso né i propri confini culturali, né i propri valori fondanti, né i propri cittadini sulle strade di una città non può pretendere di integrare chicchessia. Il caso di Modena tocca contemporaneamente almeno quattro nervi scoperti: la paura urbana, il rapporto con l’Islam, la tenuta dell’integrazione e la crisi della cittadinanza come patto simbolico. Quattro fronti aperti, nessuno presidiato davvero.
E allora ognuno reagisce come può. Chi generalizza e odia perché ha paura. Chi minimizza e assolve perché ha senso di colpa. Chi strumentalizza perché ha elezioni. Nel mezzo, le persone concrete: i feriti a Modena, gli immigrati aggrediti nell’hinterland napoletano, i cittadini italiani e stranieri che hanno bloccato l’aggressore con le proprie mani mentre lo stato arrivava dopo.
Sono stati proprio loro, quattro cittadini italiani e stranieri, a fermare El Koudri. Il sindaco di Modena li ha indicati come esempio: non farsi fermare dalla paura, combatterla insieme. Un gesto concreto, in mezzo al rumore. Forse l’unica cosa chiara in questa storia.
L’Italia non è stata “tradita” dagli stranieri. È stata svuotata dall’interno da una classe dirigente che non sa affermare nulla, che gestisce l’emergenza senza mai costruire la normalità. Finché non ci sarà una struttura giuridica, politica, culturale capace di reggere l’urto della complessità, continueremo a subire. Tutti. Nessuno escluso.
IB















