Esercizio: Stesso incipit, due racconti: versione commedia romantica e versione thriller psicologico.
Finalmente lo vide, sul marciapiede, nel via vai dei pendolari che si allontanavano di fretta dalla stazione. Di solito si riconosceva da lontano perché indossava un lungo impermeabile chiaro, ma in quella soleggiata mattina di primavera Gianni portava solo una giacca scura su una camicia viola. Lina lo stava aspettando da un po’ ormai.
Pensò che anche questo non era affatto un buon segno, e temeva di conoscere il perché non avesse preso il solito treno per andare al lavoro. Ma almeno ci stava andando, e questo era comunque un sollievo.
Lei sapeva davvero tante cose di lui. Lo vedeva ormai da mesi quasi ogni giorno. Non è che lo seguisse, no, no, no. Soltanto… lo teneva d’occhio, ecco. E le sembrava che per lei la giornata iniziasse meglio se sapeva che in giro c’erano quegli occhi chiari e quella testa rasata a zero.
Lo vide dirigersi verso l’uscita, sempre con quell’aria distaccata e seria. Non sorrideva mai e non scambiava chiacchiere inutili con nessuno. A fatica ricambiava il saluto quando qualcuno lo riconosceva. Ma era molto educato! Lo aveva visto spesso cedere il posto alle signore o alle persone anziane. Una volta aveva tenuto aperto il portone anche a lei!
Che panico! Lei gli aveva sorriso in modo assurdo, non aveva potuto trattenersi! Lui l’aveva guardata negli occhi, Dio che occhiata le aveva dato! Era irritato? Annoiato? Gli stava facendo perdere tempo? Non aveva saputo interpretarlo… Poi lei era passata cercando di ricomporsi, ma non era stata in grado nemmeno di dirgli “grazie”. Aveva potuto solo rivolgergli un altro sorrisino imbarazzato. Lui le aveva risposto con un cenno con la testa, perplesso, e aveva proseguito verso il suo ufficio. Lina cercò di non pensare a che impressione pessima gli avesse fatto: aveva analizzato la scena sotto diversi aspetti, torturandosi pensando a com’era messa male in quel momento. Dal cappotto rovinato, allo chignon già in disordine di prima mattina, le occhiaie, il pallore… Che figura! E poi non avergli detto nemmeno una parola! Un vero disastro… Forse lui aveva pensato che fosse muta. O straniera. Muta e straniera. Ma non una stupida oca, dai, non voleva che lui la ritenesse stupida!
“Meglio non pensarci più…” si disse mentre camminava dietro di lui. Eddai, no,non lo stava seguendo! Solo che in quella direzione, guarda un po’, c’era un bar con le migliori brioche del quartiere e lei aveva l’abitudine di andarci ogni mattina. Sì, ecco.
E comunque dopo quell’episodio aveva notato che la riconosceva. Non la salutava, ma la riconosceva. Lina ne era stata certa. E ne aveva avuto conferma alla figuraccia seguente: quando una sera, in treno, i suoi stupidi capelli troppo lunghi si erano impigliati in un finestrino. Lui era andato lì accanto e l’aveva aiutata a liberarli. Lei imbarazzatissima, come al solito, era rimasta senza parole, con quel sorrisetto idiota da ragazzina delle medie, incantata nel vedere le sue dita liberarle i capelli… Le dita di lui tra i suoi capelli! Le sembrava di sognare dopo averci fantasticato così tanto! Era stato davvero gentile. Sembrava comunque freddo e distaccato, ma quella volta aveva un’espressione quasi divertita. Almeno era stata in grado di ringraziare! Lui aveva fatto una battuta su tutti i capelli che lui non aveva più perché li aveva persi così (oddio sì, era anche spiritoso!) e lei aveva trovato il coraggio di presentarsi. Così aveva finalmente saputo il suo nome.
Pensandoci Lina sospirò: da lì in poi presero a dirsi “Buongiorno” e “Buonasera” quando si incrociavano, ma nulla di più… Non avevano più scambiato nemmeno due parole. Porca miseria.
Lui stava proseguendo per la sua strada, certo, ma qualcosa non andava, era… come dire? Lento, distratto, svogliato… Solo qualche cambiamento nell’andatura, ma a lei non era sfuggita, lo conosceva troppo bene. Sì, insomma, ormai lo guardava da tempo! Era preoccupata.
Mentre continuava a fissare quelle belle spalle camminare qualche metro davanti a lei, pensava a quando riusciva a sedersi nei suoi paraggi in treno: nascosta dietro un libro adorava guardarlo starsene rilassato sul sedile, con gli occhi chiusi, gli auricolari nelle orecchie… Sembrava riuscisse a nascondersi nel suo mondo e non lasciasse entrare nessuno. Chissà che musica ascoltava! Ma non poteva attaccare bottone e chiederglielo! Era chiaro che non gli piacesse venire importunato dalla gente: più di una volta lo aveva visto zittire qualcuno con una sola occhiataccia. E gli bastavano poche affilate parole per terminare una conversazione che gli veniva imposta. Non voleva assolutamente trovarsi in quella situazione! Mai!
La sera prima lo aveva visto davvero abbattuto. Si sentiva male, ne era certa, in treno era rimasto in tensione per tutto il viaggio. Si era accorta che lui controllava il proprio respiro, fissava un punto indefinito fuori dal finestrino. Aveva bisogno di restare vigile e attento, come se tenere gli occhi chiusi gli peggiorasse la situazione.
E lei si era tormentata tutto il tempo: voleva aiutarlo, ma aveva il terrore di venire allontanata bruscamente, ci sarebbe rimasta troppo male. Lo lasciò in pace fino alla sua fermata, lei scendeva prima di lui. Quando gli passò accanto fece una gesto del tutto istintivo e irrazionale: gli posò una mano sulla spalla. Voleva essere un saluto? un conforto? Non lo sapeva, davvero. Ma lui la guardò e le rispose picchiettandola un paio di volte con le dita. Come dire “tutto ok”? “grazie”? Non sapeva nemmeno questo. Accidenti alle parole che non vengono dette!
Ma non l’aveva cacciata, anzi, le era sembrato un gesto molto amichevole.
Aveva pensato tutta la notte a lui e a cosa dovesse fare. Era stato terribile per lei non sapere cosa gli fosse successo, perché stesse così male, come poterlo aiutare… Però era chiara una cosa: si era comportata da vigliacca e non poteva perdonarselo. Quindi aveva preso una decisione. Continuò con i suoi discorsetti motivazionali nella mente mentre accelerava e si avvicinava a lui. Fino ad affiancarlo sul marciapiede.
Glielo sparò lì, un po’ affannata e un po’ imbarazzata. Sapeva di essere arrossita ma cercò di tenere duro e continuare.
Rispose lui, indugiando, suonò quasi come se fosse una domanda. Le sembrò la solita voce ferma, forse non stava male, e lei stava facendo tutto questo perché era una pazza visionaria… Comunque a questo punto non poteva più tirarsi indietro. E poi lui non stava scappando quindi forse poteva parlargli ancora… “Lina! Se non ora, quando?!” si spronò da sola e disse:
- Bene, grazie. – Rispose lui, un po’ guardingo… Era adorabile con quell’aria confusa che scalfiva il suo solito sguardo gelido. Ma Lina aveva un discorsetto pronto e non poteva perdersi nei dettagli, seppur incantevoli, di quella rughetta tra le sopracciglia, di quella testa perfettamente rasata che lei aveva tanta voglia di accarezzare o di quella smorfia che le stava facendo piegando le labbra all’insù… Oh mio Dio! Era un vero sorriso quello?
Ricambiò il sorriso, immaginava di essere ormai diventata paonazza. Ma non voleva soffermarsi troppo a pensare di essersi incantata a fissarlo nel bel mezzo del suo discorso… Beh, non era ancora iniziato, ma… va beh. E così, lo disse tutto d’un fiato, ecco:
- Ieri in treno ho visto che non stavi bene… e mi sembrava inopportuno disturbarti… stavi facendo training autogeno, giusto? Sì? Bello! Cioè, no, scusa, non è bello, perché lo facevi perché non stavi bene, non è una cosa bella… Comunque mi è dispiaciuto non esserti d’aiuto… e sì, lo so, non è che ti avrei potuto aiutare chissà che… se uno sta così gli altri non…
- Ehi, frena! Stai parlando così in fretta che fatico a seguirti. Cosa c’è?
- Sì, scusami… Io… Ecco… io sono stata così male…
- Oh, anche tu!? È influenza! Sì, hanno detto che…
Lo afferrò per la manica della giacca e lo fermò:
- No, non per l’influenza!
Lo fissò esasperata: lui era sconcertato. Ma incuriosito. E comunque ancora non era scappato e non l’aveva cacciata. Le opportunità però si stavano esaurendo.
“Non era così che doveva andare...” Fece un bel respiro e cercò di recuperare la calma per ricominciare.
Erano fermi a guardarsi, in mezzo alla gente che camminava. Con il braccio libero lui le scostò una ciocca dal viso e gliela sistemò dietro l’orecchio. Oh. Mio. Dio.
E così, Lina perse la lucidità. Completamente.
- Io… beh, io stavo male perché ero preoccupata per te. E ti ho pensato tutta la notte. E stamattina non eri sul solito treno allora ti ho aspettato alla stazione, ma non sapevo nemmeno se saresti arrivato con quello dopo… Ma poi…
- Oh… Ok… Io non… - Oddio, adesso balbettava anche lui!
“Cosa diavolo stai dicendo Lina??!! Concludi in fretta, ragazza!”
- Il fatto è che… che… se solo avessi potuto chiamarti… sarei stata più tranquilla, ecco.
- Oh… - Esclamò lui, pensieroso.
Lina era fuori di sé dall’agitazione: aveva rovinato tutto. Non c’era niente tra loro in realtà. Ma comunque aveva rovinato tutto. Lo aveva terrorizzato.
Ma lui le prese la mano che ancora (ancora!) lo tratteneva per la giacca e se la mise sottobraccio. Come un gentiluomo con una dama dei tempi andati. E così ripresero a camminare.
Lei era ammutolita a stargli così vicino, ormai non capiva più niente. E lui le chiese:
– Quindi... stai chiedendo il mio numero?
- Beh, sì… non so perché mi sia venuto fuori tutto il resto, ma quando sono agitata straparlo e faccio danni, hai visto… Io stamattina volevo solo chiederti il numero di telefono…
- Direi proprio che me lo hai chiesto. In un modo piuttosto contorto, ma senza dubbio con una certa eleganza…
Sorrideva! Oh sì, lui le sorrideva! E non l’aveva nemmeno insultata!
Che disastro, anche questa volta… Ok, non era necessario che la prendesse in giro però… Almeno se ne sarebbe andata mantenendo una certa dignità:
- Sì, sì, ma in fondo vedo che oggi stai meglio, quindi… non importa, va bene così…
- No, no, no, ora ci scambiamo i numeri! Non potrei più vivere sereno con me stesso, adesso che so, che ogni volta che io mi ammalo, tu ti preoccupi così… Direi che abbiamo un po’ di cose da chiarire… Ecco, questo è il tuo bar preferito, vero? Ti vedo entrare qui tutte le mattine…
Questa poi! Lo aveva detto a bassa voce, un po’ intimidito nello svelare l’attenzione che aveva nei suoi confronti… Allora anche lui teneva d’occhio lei!
- Colazione? – Propose lei
- Più o meno. – Rispose lui.
Non lo aveva mai visto sorridere così! Era bellissimo.
Presero una tisana al finocchio per lui e una camomilla per lei. Che razza di ordinazioni! Ma avrebbero presto scoperto che nella loro storia nulla sarebbe stato banale! Si diedero malati al lavoro e parlarono tutta la mattina.
"Until Sally I was never happy
I needed so much more
Rain clouds
Oh, they used to chase me
Down they would pour
Join my tears
Allay my fears
Sent to me from heaven
Sally Cinnamon you're my world"