dal dottore
Sala d'aspetto. Circa 15 persone prima che sia il mio turno. Tutti si chiedono chi venga prima di chi. E intanto tutti, ugualmente, aspettiamo. C'è tempo per scrivere.
Ieri ero in macchina con una mia amica, a girare e girare per le vie del paese senza una meta, con le gambe incrociate o i piedi sul croscotto, con la musica adatta al volume adatto. Quanto sono belle queste piccole cose senza sforzo, semplici. E nella stessa atmosfera rientravano parole pesanti, difficili da comunicare, che fluttuavano e si disperdevano nel tepore della macchina al pomeriggio.
"Ehi Ro, ti capita mai di sentire qualcosa dentro lo stomaco che un qualcuno, come un animaletto, stia divorando in continuazione? Senza che si arresti mai? La senti, a volte, questa cosa?"
"Il fegato"
"Che?"
"Che ti sta divorando il fegato"
"Sì, può darsi, che non smette mai, come se quello di cui si ciba non avesse fine"
Io sento questo animaletto dentro me da quando ci siamo salutati per la prima volta. E ogni volta che i miei occhi incrociano i tuoi, quando ci cerchiamo in silenzio, ripensando alle parole che ci siamo scambiati poi, quando la speranza di vederti per caso si fa più forte e allo stesso tempo impossibile - chissà dove sei, mentre io sono a casa -, quando ogni cosa di te si compone simultaneamente e io non posso dirlo a nessuno, perché forse non smetterei mai di parlare di te. Perché io, di ciò che provo, non sono capace di parlare, soprattutto di te, che a stento esisti. E sei così presente nella mia vita. Climax.















