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Il primo bacio
Quando Marco le appoggiò una mano sulla guancia, a Silvia il cuore andò a mille.
"Sai che sei proprio carina?"
Silvia sorrise, non credeva a quello che stava accadendo; voleva rispondere ma si sentì mancare la voce.
"Grazie" riuscì a balbettare.
Marco le prese il viso tra le mani. Continuava guardarla dritta negli occhi. Silvia si sentiva le guance andarle a fuoco, la testa le girava forte. Lo vide avvicinare il viso a lei. La baciò. Sulle labbra. Silvia si irrigidì tutta per la sorpresa. Marco la stava baciando. Le sue labbra calde e morbide, il suo buon profumo...
Era così un bacio?
Le labbra di Marco che premevano sulle sue, il suo primo bacio. Sembrava che le scendesse caldo lungo il tronco, lungo le braccia, le infondeva un calore stupendo in tutto il corpo. Silvia chiuse gli occhi e si lasciò andare a quelle sensazioni, a quel sogno. Il profumo di Marco. Le sue labbra che si strusciavano sulle sue. Poi Silvia sentì la lingua di Marco che cercava di entrarle in bocca. Ebbe un piccolo sussulto, poi si lasciò fare. E la lingua di Marco le entrò in bocca. Silvia ebbe un motto di repulsione: era così umida e viscida, sembrava una lumaca calda che le si muoveva dentro... davvero era così un bacio con la lingua?
Per un attimo ebbe la tentazione di fermare Marco, ma se lo avesse fatto lui avrebbe pensato che era una stupida e non l'avrebbe voluta più. Avrebbe rovinato tutto, avrebbe buttato via quella occasione. Si concentrò allora sul fatto che era di Marco, che era un suo bacio. La sentiva muoversi, calda, liquida, che cercava qualcosa dentro di lei. Forse doveva muovere anche la sua, forse non era tutto così brutto.
Sentì le mani di Marco scenderle calde sul collo, andarle sulle spalle, ad accarezzargliele; le scivolarono poi sulla schiena, in uno sciame di brividi, per poi avvolgerla e stringerla a lui; lo sentiva premersi a lei, con forza, e quasi le bloccava il respiro. E la sua lingua si muoveva dentro la sua bocca, dandole vertigini, accarezzandole la sua, mischiandole le viscere. Le farfalle...
Lei si sciolse tra le sue braccia. Era così un bacio?
Sentì quelle mani scenderle sui fianchi, e poi sul sedere. Marco la stava tirando a sé ancora più forte. Qualcosa di duro le premeva sulla pancia, Marco doveva avere qualcosa dentro ai pantaloni e glielo spingeva contro la pancia, qualcosa che gli sporgeva dal ventre, e glielo premeva con forza, e le spingeva la lingua sempre più in fondo, gliela ficcava dentro con foga. E le palpava il culo, energicamente, quasi alzandola da terra. Un calore magico si irradiava dentro di lei, dentro le sue viscere, e le scendeva sulle gambe e le saliva lungo la spina dorsale fino alla nuca, inebriandola. Un senso di bagnato nelle mutandine la imbarazzò ma avrebbe voluto che quel momento non finisse mai.
E invece quella bocca, quella lingua, si fermarono, e poi si staccarono da lei, e fu come al termine di una corsa sulle montagne russe, come al risveglio da un sogno. Il mondo tornava ad esserci.
Silvia aprì gli occhi, Marco era davanti lei e la guardava con dolcezza. Sentiva ancora le sue braccia attorno a sé, le sue mani sul sedere, e si accorse che lei le aveva messo le braccia attorno al collo, che si era alzata sulle punte.
Marco era così alto, e lei così piccola...
Lei doveva alzarsi in punta di piedi per baciarlo. Le piaceva sentirsi piccola accanto a lui.
Marco la lasciò andare e si staccò da lei, poi la prese per mano e la guidò in mezzo agli altri.
A Silvia sembrava di camminare sulle nuvole; stringeva forte quella mano, per paura di volare via, per paura che svanisse tutto. Aveva avuto il suo primo bacio! Per la prima volta in vita sua era stata baciata da un ragazzo! E glielo aveva dato Marco! Aveva donato il suo primo bacio a Marco! Al ragazzo che amava! Il primo bacio d'amore, un vero bacio d'amore.
Era stata brava?
E mentre camminava si accorse che non sentiva più quella pressione sulla pancia e il senso di bagnato nelle mutandine era più netto. Sembrava che Marco avesse qualcosa di grosso e duro dentro i pantaloni, sul davanti. Silvia realizzò che quella che aveva sentito era una erezione. L'aveva sentita chiaramente. Le ritornò in mente la frase sentita dalla sua compagna: “Se glielo fai venire duro vuol dire che gli piaci veramente.”
E lei glielo aveva sentito!
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La vicina
Episodio 14
Giacevo disteso sul letto, nudo e scoperto. In tv non facevano nulla di interessante, e sui canali a pagamento non c'era niente che mi ispirasse. Idem per i libri che tenevo in camera. Quella noia mi stava mettendo voglia, voglia di avere accanto a me la mia sottomessa per giocarci assieme, sentivo il desiderio scorrermi caldo e denso sotto la pelle. L'avrei rivista tra una settimana, forse... Ma avrei potuto chiamarne un'altra, nel frattempo, non è che mi mancasse la scelta. Presi il cellulare ma mi venne da guardare le sue foto, le ultime che mi aveva mandato. Le sue tette, così morbide, così candide... Il segno dell'abbronzatura mi faceva un sacco sesso, uno dei miei tanti kinky... Sentivo sulla lingua ancora i suoi capezzoli duri, le sue areole increspate...
E poi la sua fica, così piccola e stretta eppure così accogliente, bollente e incredibilmente scivolosa quando bagnata, così vogliosa e affamata e morbida... Quella deliziosa fichetta che non le avevo ancora mangiato... Imperdonabile da parte mia, ma avrei rimediato presto. E poi quel suo ciuffetto sbarazzino... Se l'era sempre tenuta curata, certamente, ma quel taglio... Chissà come le era saltato in mente...
Quei pensieri, quelle foto, il mio uccello li stava apprezzando grandemente, lo sentivo srotolarsi su una coscia, sempre più gonfio e in tiro, in un'ode alla mia sottomessa.
Mi ritornò in mente che avevo le sue mutandine sul comodino, le sue mutandine che profumavano della sua passera vogliosa. "Fanne buon uso" mi aveva detto, quella impertinente, in un invito piuttosto esplicito. Le presi in mano. Erano di raso, liscio e scivoloso raso. Benché mi facesse sentire un po' un pervertito, (ma io del resto lo sono), le annusai. Sì, c'era ancora il profumo della sua fica... Quello che mi rimaneva sulle dita quando la sditalinavo... Intenso, acre, inebriante... Il cazzo mi svettava duro sul ventre, reclamava la sua parte. Lo vestii con quelle mutandine, lo incappucciai, il cavallo sulla cappella tesa e lucida. Era un po' da sottomesso ma non mi ero mai formalizzato. Il raso scivolava bene sulla pelle, sulla cappella e sulla canna. "Ne sto facendo buon uso" le scrissi.
Mi stavo segando con le sue mutandine quando mi rispose.
"Il mio Signore mi farà vedere?"
Quindi era da sola. Bene.
Le mandai foto mano a mano che il piacere mi saliva, mi riempiva, mi ubriacava. Lei non rispondeva ma visualizzava, sapevo cosa stava facendo, lo sapevo benissimo. E quando sentii l'orgasmo impellente mi misi a filmarmi l'uccello. Il piacere mi affogò per poi esplodermi in testa e collassare dentro di me. Il cazzo mi pulsava in mano, i fiotti del mio seme riempivano sempre più il cavallo delle mutandine, macchiandolo, fino ad affiorare dall'altra parte, per poi colarmi giù per la canna.
Fermai il video e finii di svuotarmi. Sudato e ansimante glielo inviai, concedendomi così un attimo di respiro, poi le fotografai le mutandine zuppe del mio sperma.
Una decina di attimi più tardi mi giunse il segno dell'effetto di quello spettacolo: un'altra foto della sua fica, fradicia e sfatta, seguita da un cuore pulsante. La troietta era rimasta senza forze. Pure io, del resto.
Le ricambiai il cuore, poi, purtroppo, mi inviò l'icona di un ananas, un nostro segnale che indicava che non era più sicuro scriverci.
Mi alzai dal letto, dispiaciuto che non avessimo potuto salutarci, e andai a pulirmi. Le mutandine le buttai a lavare.
Il giorno dopo le riposi nel cassetto del comò, dove c'erano quelle altre, quelle della vicina, il trofeo. O, meglio, le mutandine della discordia La mia mela di Paride avrei potuto dire, solo che io non ero un pastorello fesso e lei non era una dea dell'Olimpo. Quel paragone azzardato mi fece balenare in testa una intuizione. Ma era una idea assurda! Impossibile! Risi di quella mia idiozia. E a proposito della dea offesa del piano di sopra ero curioso di vedere come si sarebbe comportata, dalla sera dei giochini chiassosi con la mia sottomessa non l'avevo più incontrata.
La vicina
Episodio 13
Un bel fine settimana era finito; avevamo giocato, avevamo scopato, avevamo urlato e adesso mi aspettava il solito tran tran quotidiano. Tornando a casa dal lavoro quella sera trovai il solito gruppetto di comari che spettegolavano allegramente. Come mi videro abbassarono il tono, evidentemente ero uno dei loro argomenti. Con un sorriso compiaciuto mi avvicinai a loro abbastanza da indurle a tacere.
"Buonasera, belle signore" le salutai ironico, e loro mi guardarono in silenzio. Solo qualcuna azzardò un sorriso di cortesia. Provavo un intimo piacere nel vedere le loro facce scandalizzate, nei loro sorrisi ipocriti pieni di invidia. L'avevo fatta gridare, "quella"? Eccome se l’avevo fatta gridare!
A casa mi misi comodo, in tuta. Dovevo rimettere un po' in ordine, tipo il mio completo elegante, dovevo portarlo in tintoria, pronto per un prossimo appuntamento. Avevo sviluppato la prudente abitudine di controllare sempre e comunque tutte le tasche, e vi trovai in quelle dei pantaloni le mutandine della mia sottomessa di sabato. Quelle turchine. Non mi ricordavo di essermele messe in tasca, probabilmente ero troppo distratto dalla sua fica. Anche lei però non me le aveva chieste indietro. Mi venne in mente che dovevo scriverle, chiederle della madre, le ultime notizie che avevo avuto era che fortunatamente non era caduta e che l'avevano ricoverata quella notte solo per tenerla in osservazione. Avrei voluto chiamarla, sentire nella sua voce il suo vero stato d'animo, ma non era prudente. Mi limitai a scriverle chiedendo se ci fossero novità; mi rispose che si era risolto tutto, un semplice calo di pressione e che era già stata dimessa. Ne fui sollevato.
"E tu? Tu come stai?"
"Bene, grazie, ho i ricordi della magnifica serata che mi tengono eccitata di continuo" e faccina con bacino; poi, inaspettatamente, mi mandò una foto in cui ostentava fiera i lividi che le avevo lasciato. Vedere il suo magnifico culo mi accese il sangue; e poi era chiazzato e, notai, senza mutandine.
"Sei magnifica!" la gratificai.
"Grazie" ed un cuore rosso. Ricambiai con una serie di cuori rossi di apprezzamento.
"Sei a casa da sola, vedo... Vuoi che ti faccia vedere l'effetto che mi hai fatto?"
"Oh sì, magari, grazie! Anche se mi metterai voglia..."
"Bene... Per la prossima volta."
Mi abbassai pantaloni e mutande e le fotografai l'uccello che mi giaceva fiero e barzotto su una coscia.
"Non vedo l'ora..." fu il suo laconico commento. Avrei voluto averla di fronte in quel momento, rossa in viso, con gli occhi lucidi di desiderio. La conoscevo bene, ormai.
"Appena ti sarai rimessa" le promisi.
"E poi ho qualcosa di tuo."
"Già... Me ne sono accorta solo a casa. Intanto fanne buon uso", con l'aggiunta dell'emoji dell'occhiolino. Poi, a mo’ di ringraziamento, mi mandò una foto delle sue tette viste dalla sua fica, una foto che mi fece arrapare ancora di più. Ci salutammo così.
Guardai le mutandine. Le aveva indosso quando era andata a mettersi il plug, già eccitata, e ce le aveva addosso anche dopo. Dovevano odorare della sua fica, dovevano profumare della sua voglia. Le annusai. C'era ancora tutto il profumo del suo sesso, un profumo caldo e boscoso che mi incendiò il sangue, che mi procurò un'erezione. Pensai al suo invito. Oh sì, ne avrei fatto certamente buon uso.
Sistemai l'abito, pronto per la tintoria, piegai bene le mutandine e le misi sul comodino, per dopo, poi andai a preparare la cena, e mentre cucinavo cercai di inventarmi qualcosa per il prossimo incontro. E mi venne in mente che non gliel'avevo mai leccata.
La vicina
Episodio 12
Quando mi svegliai era già mattino inoltrato; su una coscia sentivo piacevolmente appoggiata l’erezione mattutina e sulla mia spalla lei stava ancora dormendo. Le sfiorai delicatamente il sedere. Era ancora caldo e mi metteva voglia. Appoggiai la mano sulla natica, sulla punta delle dita sentivo il calore che emanava la sua passera; eccitato con l’altra mi presi l’uccello duro e, immaginando cosa avrei voluto farle, me lo menai un pochino, scappellandomelo e reincapucciandomelo. Avrei voluto che si svegliasse in quel momento, e mi vedesse; avrei voluto che si fosse fatta scopare ancora una volta, o almeno un pompino. E invece lei continuava imperterrita a dormire. Sfilai il braccio da sotto il suo collo e mi alzai. La guardai. Distesa a pancia in giù, persa nel sonno, nuda, scoperta; sul sedere gli ematomi cominciavano timidamente a fiorire.
Il mio cazzo duro la puntava. Era meglio se andavo in bagno.
Quando uscii la colsi in piedi, nuda, davanti allo specchio dell’armadio mentre si ammirava fiera il culo.
Mi avvicinai in silenzio e l’abbracciai da dietro. Le baciai il collo mentre le afferravo a piene mani le tette, e questo aumentava la mia voglia, facendomelo tornare duro.
"Come sta il culetto?"
Si girò tra le mie braccia. Sentire la sua pelle scivolare sulla mia e le sue poppe scappare di mano mi fece avvampare il sangue. Mi guardò, sorridente e orgogliosa.
“Se sto ferma non mi fa male.”
Quella sua risposte mi divertì. La baciai stringendola a me per le spalle. Sentivo le sue morbide tette premute sul mio petto. La mia erezione le si infilò tra le cosce. Ma c’erano cose più urgenti da fare.
Mi misi seduto sul letto e le feci cenno di avvicinarsi.
“Vieni qua che ti medico di nuovo.”
Si avvicinò quasi saltellando, briosa, ma un po’ rigida, e si distese di traverso sulle mie gambe. Le accarezzai il sedere; che voglia che mi metteva. Presi la pomata e gliela applicai; fredda com’era la faceva sussultare ogni volta che la estendevo. Gemeva e pigolava, un po’ per fare scena. Le accarezzavo delicatamente il sedere. Morbido e liscio com’era accresceva la mia voglia di scoparla. Fui tentato di toccarle la fica e sentire se anche lei aveva voglia, ma non con quella pomata. E mentre lei si godeva le cure, il mio cazzo, duro, le premeva sulla pancia. Chissà che pensieri le stava facendo venire. "Schiava, fai il tuo dovere" avrei voluto dirle, e lei avrebbe sicuramente obbedito, ma preferivo lasciarlo per il pomeriggio.
Quando ebbi finito lei si spostò al mio fianco. La mia erezione, adagiata sul ventre, si esibiva in tutta la sua gloria ed io osservavo e studiavo come lei lo guardasse. Forse non aveva voglia ma sicuramente una brava sottomessa come lei avvertiva il senso del dovere.
“Riposati un altro po’, piccola, io vado a preparare la colazione.”
Contavo di portargliela a letto ma me la ritrovai in cucina, probabilmente attratta dal profumo del caffè. Era completamente nuda, come me. Sollevandosi in punta dei piedi mi diede un bacio sulla guancia ed io ricambiai.
“Accomodati pure, è pronta.”
Le espressioni di dolore che fece sedendosi! Avrebbe avuto difficoltà per un bel po’ di giorni.
La servii e mangiammo.
“Sei riuscita a dormire?”
“Sì, grazie, abbastanza.”
Mentre lei si portava il cibo alla bocca io osservavo discretamente i movimenti davvero sensuali delle sue labbra, sensuali e spontanei.
"Mi togli una piccola curiosità? Cos'hai usato come lubrificante per metterti il plug?"
Mi sorrise e arrossì, poi abbassò lo sguardo.
"Mi avevi già fatto bagnare..."
Sentimmo un telefono squillare. “È il mio” disse allarmata. Si alzò per andarlo a prendere. Camminava goffamente. “Lascia, vado a prendertelo io.”
Quando vide chi la stava chiamando la vidi incupirsi in volto. Ci fu una conversazione a monosillabi, io la osservavo preoccupato. Poi riattaccò. “Purtroppo non posso restare per il pomeriggio… Spero vorrai perdonarmi…”
“Cos’è successo?”
“Mia madre… ha avuto un malore… La stanno portando al pronto soccorso…”
“Cavoli… Vuoi che ti accompagni?”
Mi sorrise grata. “Grazie ma no, non serve.” In effetti non sarebbe stato nemmeno opportuno.
“Vedrai che andrà tutto bene” cercai di rincuorarla.
“Grazie.”
Si alzò lasciando a metà la colazione e, con passo incerto, andò in camera.
“E come farai con…?” “Mal di schiena” mi rispose sorridendo e facendomi l’occhiolino.
La guardavo mentre s’infilava il vestito in tutta fretta. “Devo anche passare per casa a cambiarmi…” la sentii borbottare.
Ci scambiammo un ultimo bacio.
“Fammi sapere.”
“Sì, certo, grazie.”
“Sappi che ti perdono, ma la prossima volta ti farai perdonare meglio.”
Adoravo quella luce ferina che le si accendeva negli occhi alle mie allusioni.
"Grazie per la magnifica esperienza" mi rispose e poi se ne andò.
Dopo aver chiuso la porta mi guardai sconsolato l’uccello. Era, se possibile, più triste di me.
La vicina
Episodio 11
Inginocchiato dietro di lei, il mio cazzo completamente dentro la sua fica arroventata, immobile, le mie cosce pelose addosso alle sue morbide, il sudore a rivoli giù per la pelle. Avevo la testa che mi girava e la vista offuscata. Respiravo profondamente. Sotto ai miei occhi la sua schiena pallida, nuda, il suo culo maestoso tutto arrossato; sopra al mio uccello, in mezzo alle sue natiche, i luccichii del plug. Lei giaceva con gli occhi chiusi; rantolava sottovoce, ansimando; sussultava nel tentativo di riprendere il controllo; era tutta rigida e le sue mani stringevano forte le lenzuola. Mi misi ad accarezzarle la schiena, dolcemente, lentamente, a massaggiargliela, per farla calmare. Ogni tanto la sua fica si faceva sentire pulsando attorno al mio cazzo, stringendolo alla base. Voleva accertarsi che ci fosse ancora, voleva sentirlo di nuovo, e gli voleva ricordare che il lavoro non era finito, che era ancora piena di voglia, che voleva godere. Le sue membra, la sua carne, la sua voce, i suoi gesti stavano chiedendo, implorando, un orgasmo. Sarebbe bastato sgrillettarle un attimo il clitoride e sarebbe venuta subito.
Attesi che riacquistasse il controllo e poi ripresi a muoverle lentamente il cazzo dentro e a giocherellare con il plug. Morse di nuovo le lenzuola aggrappandosi ad esse con forza, ed il suo crescente mugolio mi dicevano che la stavo tenendo sul filo.
Mi fermai di nuovo, infilai una mano tra i nostri corpi sudati, le afferrai il plug e cominciai a tirarlo lentamente per toglierglielo. Sentivo il suo buchino opporre una certa resistenza, non voleva mollare il giocattolino, dovetti quindi staccarmi un po' da lei, non più coscia contro coscia ma sempre con un po’ di cazzo dentro. Tiravo e lasciavo il giocattolo, per esasperarla. "Adesso te lo tolgo... Ti libero il culo..." la provocavo a mezza voce mentre le facevo dentro e fuori con la cappella. "Ti sta uscendo... lo senti che ti sta uscendo…?" Quel giochino mi mozzava il respiro, il buco della sua figa che mi scivolava sulla corona del glande mi faceva esasperare.
Mi piegai su di lei.
“Toccati… - le mormorai ad un orecchio - Toccati fino a farti venire, piccola… Te lo meriti…”
Divenne silenziosa mentre si muoveva sotto di me; goffa e tremante, con una certa palese urgenza si infilò le mani sotto la pancia, stuzzicando ancora di più il mio sesso, poi sentii le sue dita sfiorarmi l'asta; per un attimo potei udire lo sciaguattare della sua fica fradicia, subito coperto dai suoi mugolii.
Gemeva sempre più forte.
"Ti piace, vero, porca?" le grugnii infoiato, ma lei sembrava persa nella sua voce.
"Su... Vieni... – la spronavo – Fammi sentire quanto ti piace il tuo premio... Fai sentire al tuo padrone quanto ti piace... Dai, schiava, fallo sentire al tuo padrone..."
Aveva il plug ormai sul bordo dell'ano quando disse con voce strozzata nello sforzo: “Sto per...", ed io senza lasciarla finire, glielo tolsi di colpo. Lei, con il culo all'improvviso svuotato, incominciò a tremare tutta, a sussultare, a ululare rauca. Le ricacciai di botto tutto il mio cazzo in corpo; appena in tempo, poi scoppiò in un orgasmo potente.
“Dioooooo… Vengoooo… Vengoooo… VengooooOOOOOOOOOOOH!!!” urlò la mia troietta.
La potenza della sua reazione mi trovò impreparato. Gridava e si dimenava con una foga inedita. Sembrava tarantolata. Dovetti buttarmi di peso su di lei ed usare tutta la mia forza per contenerla e per non farmi buttare fuori. L’idea era di godere con lei, di venirle dentro, ma quello sforzo me lo impedì.
Poi finalmente si placò. Sentivo la sua fica pulsare attorno al mio cazzo, quasi succhiarlo. Lei ogni tanto sussultava ancora.
"Sono contento che ti sia piaciuto così tanto - le bisbigliai ad un orecchio - ma, come ben senti, il mio cazzo è ancora duro, quindi stringi i denti e lascia che il tuo padrone ti usi."
Mi aggrappai alle sue spalle e cominciai a spingere con forza, ringhiando e grufolando, puntando i piedi, tendendo le gambe, cercando di ficcarglielo più in fondo che potevo quasi a volerle cacciarle in corpo anche le palle; le scostai i capelli scoprendole un orecchio e cominciai a leccarglielo e poi a scoparglielo affondandoci ripetutamente la lingua. Ero completamente in preda alla foia. Le infilai una mano sotto il suo busto, perché volevo sentire anche le sue tette. Lei si lasciava fare; immobile esausta, respirava affannosamente.
Non ci volle molto perché arrivassi anch’io all’orgasmo, e mentre urlavo e mi contorcevo in preda ad una esplosione di piacere, mi svuotai tutto dentro la sua carne.
Stremato mi accasciai su di lei, ansimante, appagato, con il cuore a mille. Era stato magnifico, intenso come non mai. Grato mi misi a coccolarla, ad accarezzarle le spalle, a baciarle dolcemente il collo; la sua fica ogni tanto pulsava ancora, come per accertarsi se il mio uccello le fosse ancora dentro.
Avevo solo voglia di dormire, e probabilmente lo stesso valeva per lei, ma sentivo il sudore scorrermi freddo sulla schiena, lungo i fianchi, e andare ad unirsi al suo; i nostri corpi scivolavano l’uno sull’altro.
Mi distesi accanto a lei, e guardavo il soffitto, tenendole una mano sulle reni. Eravamo troppo sudati, avevamo davvero bisogno di una doccia, e lei non poteva lavarsi da sola, non poteva mettersi sotto il getto caldo con quel culo dolorante, così, dopo un po’, quando ci fummo ripresi, andammo a darci una ripulita ma non prima di esserci baciati profondamente.
Per permetterle di dormire le diedi un antidolorifico, poi ci mettemmo a letto. Lei si accoccolò a me, con la testa sulla mia spalla, il culo all'insù, scoperto. Ero compiaciuto di lei, era una sottomessa che mi dava sempre soddisfazioni. E mentre le accarezzavo i capelli mi vennero in mente le mie vicine. Ci avevano sicuramente sentito, del resto come non avrebbero potuto? E mi chiedevo quante di loro si fossero bagnate a quelle urla, quante si fossero fatte fantasie, quante si fossero toccate.
Lei infine si addormentò. Abbandonai allora anch’io ogni pensiero e mi lasciai andare al sonno.
La vicina
Episodio 10
Feci una sosta in bagno dove mi liberai finalmente l'uccello; mi svettava davanti alle cosce, fiero, duro, nervoso, voglioso, con le vene gonfie; mi avrebbe portato onore quella sera. Affinché fosse semplicemente perfetto gli diedi una ulteriore rinfrescata, poi raggiunsi la mia sottomessa in camera. Si era messa a pancia in giù sul letto, con le braccia sopra la testa e le gambe che scendevano dal bordo, esibendo con fierezza così il culo con i suoi lividi ed offrirlo devotamente al suo padrone. Attendeva il premio, la prova provata che era stata una brava sottomessa, che aveva compiaciuto il suo signore.
Come entrai divaricò le cosce. “Mio padrone – ansimò – La tua schiava è stata forse abbastanza degna?”
Mi inginocchiai dietro quella impertinente e, nel farlo, il cazzo mi oscillava come ad indicare il mio livello di voglia. Del resto contemplare il suo sedere arrossato, con il plug che le brillava tra le natiche, mi arrapava da morire e, per vedere meglio, gliele divaricai; erano pure bollenti.
“Sì, sei stata degna” le risposi ansimando, e lei rabbrividì. A malincuore staccai le mani dal suo culo e le feci scivolare lungo la sua schiena liscia, poi presi un preservativo e me lo misi; srotolarmelo lungo la canna fu quasi una sega che mi rese ancora più infoiato, e vedere la mia nerchia puntarle la passera accrebbe la mia voglia di scoparla.
"Sei pronta a ricevere il tuo premio?" le mormorai, poi la feci mugolare bagnandole la fica con un po' di saliva. Ce l’aveva gonfia e rovente.
“Oh sì, mio padrone…” gemette. Le appoggiai allora la punta dell’uccello sulla fessurina e la vidi rabbrividire mentre le sfuggiva un gridolino. L'afferrai per i fianchi e, lentamente, cominciai a spingere per penetrarla. Ansimava e mugolava sentendo come la cappella le stesse dilatando il buchetto. “Oh dio sì!” gemette soddisfatta quando la sentì entrarle dentro.
"Lo senti?” le mormoravo ripetutamente, infoiato, mentre glielo mettevo dentro pian piano; sotto la sua carne sentivo il plug scorrermi sulla canna, una sensazione che finiva sullo sfondo mentre assaporavo estasiato come la sua fica rovente, resa più stretta, mi avvolgesse l’uccello con la sua morbidezza ed il suo calore umido, me lo avviluppasse, me lo risucchiasse quasi. “Senti com'è duro, piccola? – ripetevo – Senti quanta voglia mi hai messo addosso?" e lei mugolava ogni volta più forte, squittiva, mentre veniva riempita sempre più. E mentre il mio cazzo affondava nella sua carne come in un panetto di burro sciolto, il fuoco del suo sesso mi toglieva il respiro.
Glielo affondai tutto dentro fino a sentirmi la cappella toccarle il collo dell’utero; lei gemeva sempre più, infoiata nel sentirsi allargare le carni, ubriaca per la sensazione del suo buchino riempito da qualcosa di caldo, di grosso, di duro e morbido allo stesso tempo. E cominciai a scoparla. Dapprima lentamente, con le fiamme liquide che, dai nostri sessi, mi risalivano le viscere, mi toglievano il respiro, mi inebriavano; poi alternando quei periodi placidi a improvvisi momenti di foga nei quali la sbattevo facendola mugolare ancora più forte. “Diooo… Sììì… Cosììì…” guaiva soddisfatta quella troietta. Incominciò a scatenarsi, a mugolare, a gemere, a ululare con sempre maggiore potenza mentre si contorceva davanti ai miei occhi.
"Brava… Così… - la esortavo - Fammi sentire quanto ti piace, fai sentire al tuo padrone quanto ti piace..." e lei strillava sempre di più, come eccitata dalla propria voce. Sapevo bene quanto effetto le facesse udire le proprie grida e sentirsi istigare a urlare, tanto che ogni volta mi chiedevo in che misura tutto quel bordello dipendesse da me e quanto invece da un suo avvitamento.
"Brava… Grida … Urla… schiava… Fai sapere a tutti che il tuo padrone ti sta premiando..."

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La vicina
Episodio 9
Mi battei il palmo della mano su una gamba abbastanza sonoramente da attirare la sua attenzione ma non tanto da interromperla. Lei obbedì e, senza perdere il ritmo, si mise a pancia in giù sulle mie cosce. Sentii il suo ventre premermi piacevolmente sull'erezione.
Avevo sotto ai miei occhi la sua schiena ed il suo splendido culo, così rotondo, così invitante. Con entrambe le mani le massaggiai le spalle, e sentii nella sua voce una nota di piacevole sollievo. Le accarezzai la schiena, dolcemente, con le mani aperte, scendendole sulle reni e poi risalendo. Con la punta delle dita mi divertii ad andare da un neo all'altro, facendola rabbrividire. Mi misi infine ad accarezzarle il suo magnifico culo abbondante, così morbido e fresco, a palparglielo e a strizzarglielo, ipnotizzato, mentre lei continuava imperterrita a recitarmi la poesia; lo guardavo attentamente, eccitato da tanta bellezza. Si potevano scorgere ancora tracce della nostra precedente seduta. Con le dita mi divertivo a percorrere le fossette della cellulite da un capo all'altro, e poi a curiosare ogni tanto, con discrezione, tra le sue chiappe. E mentre lei continuava a recitarmi la poesia io le accarezzavo il plug, glielo spingevo, ci giocavo a muoverlo, e poi spingevo le dita giù, tra le sue cosce, fino a toccarle la passera, facendola sussultare; le percorrevo le grandi labbra esterne, calde e soffici e tutto quello che riuscivo ad ottenere era di farle sfuggire alcuni sospiri di piacere.
Continuava ad essere brava, troppo brava.
Le diedi una piccola sberla sul sedere, e poi un’altra, incantato da come la sua carne ondeggiasse morbidamente sotto la pelle fresca, e poi un’altra e un'altra ancora in un crescendo di forza fino a farle vacillare finalmente la voce; e mentre continuavo a sculacciarla cominciò ad avere dei tentennamenti, a fare degli errori, ed ogni volta la facevo ricominciare.
Presi la paletta perché la mano ormai mi doleva, e lì potei andare giù più duro; alternavo però le natiche, facendo attenzione a non colpire il plug perché adesso rischiavo di romperlo e ferirla seriamente.
Come tendeva le gambe di scatto ad ogni colpo, come si contorceva dopo, sulle mie, accartocciandosi su sé stessa mentre assorbiva il bruciore.
Mi stava facendo imbizzarrire il cazzo.
Chissà com'era ricevere quei colpi con il culo pieno, chissà come sentiva bene il plug adesso che stringeva con tanta forza le chiappe.
I suoi errori si fecero più frequenti, cominciò a perdere il ritmo, a sbagliare la cadenza e le pause, ad alzare i toni.
Il suo culo diventava sempre più rosso, sulle sue natiche le chiazze si espandevano e diventavano sempre più intense. Incominciò a urlare le parole della poesia, urla secche, senza più metrica, senza più ritmo né enfasi, urla che si spezzavano nell’aria, che mi eccitavano ancora di più per cui continuavo.
Solo quando lei smise di recitarla, quando le sue grida non contenevano più parole, allora io mi fermai.
Tremava tutta.
Presi la pomata e con estrema delicatezza cominciai ad applicargliela sulle parti colpite, con carezze leggere, avendo cura di coprire diligentemente tutte le zone offese. Le sue natiche erano diventate roventi.
La sentivo piangere silenziosamente sulle mie gambe, un pianto catartico, e sussultava ogni volta che le aggiungevo quella pomata fredda.
“Sei stata davvero brava - le dissi con il tono di voce più dolce di cui ero capace, accarezzandole la testa - Sono fiero di te, piccola mia.”
Le medicai il sedere a lungo, fino a quando non ebbe smesso di piangere e di tremare. L'odore pungente della pomata aveva pervaso l'aria tutt'intorno.
La feci alzare in ginocchio, le asciugai le lacrime con il dorso di una mano, la abbracciai stringendola dolcemente e la baciai. La sentii abbandonarsi completamente a me.
“Adesso vai a letto” le sussurrai.
Lei si alzò a fatica e curva e, appoggiandosi al muro, zoppicò fino in camera. Io la seguii ed intanto cominciai a spogliarmi. Avevo il cazzo duro e una gran voglia di scoparla.
La vicina
Episodio 8
Appena entrammo in casa mi parai davanti a lei. Guardandola dritta negli occhi mi avvicinavo, lei mi fissava, arretrando e fingendosi confusa. Il mio corpo ad un certo punto fu addosso al suo e cominciai a spingerla verso il muro. Lì la bloccai e, premendole la mia erezione sul suo ventre, incominciai a baciarla. Lei si lasciava fare, sollevando la testa, ansimando, abbandonandosi mansueta alle mie attenzioni.
Mentre assaggiavo il suo collo e le sue spalle le mie mani scesero sui suoi fianchi. Risalii la sua coscia lasciata scoperta dallo spacco, scivolando lento sul nylon delle calze, su fin sotto al vestito. Indossava delle autoreggenti, la piccola, sapeva come compiacere il suo padrone. Cercavo la sua pelle e l'avevo trovata, la sua pelle liscia e fresca; toccarla mi accendeva ancora di più di quanto non fossi già.
Spinsi le mani più sotto, sul suo culo, morbido, abbondante; me ne riempii la mano, e mi sembrava così piccolo... Glielo strinsi, glielo palpai, glielo ghermii mugolandole sul collo e facendole sfuggire un gemito. Insinuai le dita in mezzo alle sue morbide cosce calde, le feci scorrere avanti e indietro sul cavallo delle mutandine, assaporando il calore sempre più umido della sua passera, premendo per sentire il plug che le avevo fatto mettere in corpo. Il sangue mi ruggiva nella testa e per tutto il corpo, ubriacandomi, il cazzo mi tirava spaventosamente, quasi da far male, e non vedevo l'ora di liberarlo; lei aveva voglia tanto quanto me, lo sentivo da come ansimava, al limite del mugolio, dal modo con cui si lasciava fare.
"La mia piccola sottomessa ha la farfallina tutta pizzichina?" le mormorai a pochi millimetri dal collo, staccandomi un attimo dalla sua pelle.
"Oh sì, padrone..." sussurrò con un filo di voce.
Con le dita percorsi i bordi delle sue mutandine cercando invano qualche pelo che sporgesse birichino.
"Te la sei depilata?" chiesi sottovoce cercando di dissimulare il mio stupore e la mia contrarietà.
"Solo un pochino... Lo so che non vuoi... ma sono sicura che ti piacerà..."
Si sentiva chiaramente il suo timore. Era una circostanza imprevista ma che giocava a mio favore.
Mi staccai da lei e mi sedetti sul divano per poter vedere bene. Era rossa in viso, e non era solo desiderio, e quando si accorse che sul tavolino c'erano la paletta e la pomata pronte per lei, rabbrividì vistosamente. Sapeva bene che di solito non apprezzo che una sottomessa prenda delle iniziative.
“Fammi vedere, piccola…”
Si infilò le mani sotto la gonna e con movimenti nascosti ma inequivocabili si produsse in uno spettacolo molto erotico e si sfilò le mutandine davanti a me. Me le feci consegnare. Le osservai. Erano di raso, turchesi come le avevo chiesto. Le sorrisi compiaciuto, le sorrisi, poi me le portai al viso e, davanti a lei, le annusai. La vidi arrossire di nuovo.
Poi prese il vestito e, con movimenti ritmici delle dita, mentre mi guardava timorosa eppure sorridente, se lo alzò un po' alla volta, fino a scoprirsi la passera. Era ornata da un ciuffetto di pelo che andava dalla sommità verso il ventre, una specie di spiga bruna.
Dovetti ammettere che era di mio gradimento.
Allungai una mano verso il suo pube e lei sussultò quando glielo toccai. Glielo accarezzai con dolcezza, anche quel ciuffetto sbarazzino. Dove si era depilata la pelle era leggermente ruvida e mi dava una leggera scossa. Sotto la mia mano, davanti ai miei occhi, il suo ventre sussultava.
Alzai lo sguardo ad incontrare il suo.
“Spogliati” le ordinai.
Lei che si toglieva il vestito fu uno spettacolo davvero afrodisiaco: le mani dietro la schiena, per aprirlo; il corpetto che scese lento scoprendo il suo seno; i capezzoli duri; l'ondeggiare delle sue tette; lei chinata in avanti per togliersi le scarpe, per sfilarsi le calze e l'abito per le gambe; le sue tette che oscillavano parallele, ammiccanti, invitanti... Avrei potuto allungare una mano e toccargliele, afferrargliele, stringergliele e farla gemere. Avrei potuto, avrei voluto. E poi la sua pancia morbida, le sue gambe che si alzano, piegate in avanti, la sua passera che si nasconde per poi riapparire; lei che si rimette dritta, esibendomi tutta la sua nudità... Ad ogni sua mossa, ad ogni suo movimento la mia voglia aumentava, il mio desiderio spingeva con più forza dentro i pantaloni.
Ora lei era nuda di fronte a me. Le guance rosse tradivano il suo pudore, il suo imbarazzo nonostante tutto, e questo mi piaceva.
“Dimmi la poesia” la esortai amabilmente. E lei, con le mani dietro la schiena, il petto in fuori, lo sguardo perso in un punto indefinito, cominciò a recitarla. La seguivo con estrema attenzione, osservando ammaliato la danza delle sue labbra, i movimenti così carichi di enfasi delle sopracciglia e degli occhi, le espressioni del viso, i momenti in cui, per il trasporto e per dare il senso della cadenza si alzava sulla punta dei piedi per poi ridiscendere, i movimenti che il suo torace, mentre prendeva respiro gonfiando i polmoni e poi espirando, imprimeva alle sue tette, i sussulti del suo ventre. La immaginavo spesso mentre la imparava, a casa sua, davanti allo specchio, nuda magari, che si guardava, che si eccitava al suono della propria voce, una voce morbida, soave, mentre la modulava e della quale era giustamente fiera. Più che fiera. Un suo feticismo. Ma era anche il carattere surreale di quella situazione a renderla eccitante, quel suo essere il nostro “Le Déjeuner sur l'herbe”. Ma nonostante la sua eccitazione che le faceva diventare ogni volta deliziosamente duri i capezzoli e increspate le areole, nonostante quel desiderio così intenso, riusciva a mantenere perfettamente il controllo, a seguire perfettamente la metrica, sapeva dare anima, spessore, alle parole, alle frasi. Era davvero brava, davvero molto brava. Troppo brava.
La vicina
Episodio 7
La portai a cena fuori, in un ristorantino elegante e carino ma non troppo pretenzioso, ottimo per giocare con il suo esibizionismo e per fare un po’ di preliminari. Lei era vestita splendidamente, abito lungo con lo spacco, tacchi alti, scollatura audace, da vietare il reggiseno, com'era evidente ad ogni suo passo. Ci teneva a farsi esibire come un trofeo. Del resto anch’io mi ero messo in tiro, nel mio completo blu; avevo anche tirato fuori la mia cravatta più bella, seta ovviamente, annodata in un perfetto Windsor. Il mio ruolo lo esigeva.
Ci tennero compagnia un buon vino e dei piatti leggeri ma saporiti, parlammo del più e del meno, cordialmente, con spensieratezza e leggerezza, ridendo e flirtando; la stuzzicavo descrivendole gli sguardi che le stavano lanciando gli altri uomini e raccontandole le loro possibili fantasie; lei si scherniva ma si vedeva lontano un miglio che ne era lusingata.
Poi venne il momento di giocare sul serio.
“E, dimmi, sotto sei elegante come sopra?”
Adoro quando arrossiscono. Con il capo fece un timido segno di sì. Bene.
“Turchese?” la incalzai portandomi il calice alle labbra. Ne bevetti un piccolo sorso.
Lei annuì nuovamente. Brava.
Appoggiai il bicchiere e la guardai fissa negli occhi.
“Sei pronta ad obbedirmi?”
A quelle parole una luce dardeggiò nei suoi occhi che si fecero liquidi.
“Voglio fare una cosina nuova con te.”
La vidi rabbrividire di piacere: si era appena bagnata, la porca.
Mi presi una cosa dal taschino interno della giacca e, tenendola nascosta nel mio pugno, gliela porsi.
"Apri la mano e chiudi gli occhi."
Lei obbedì; io allora poggiai il mio pugno sul suo palmo e feci passare l'oggetto.
“Adesso chiudila” le ordinai prima di alzare la mia. Lei fece come le avevo detto, un po' esitando. "Chiudila bene. Brava... Così... Adesso puoi aprire gli occhi."
Non aveva visto cos’era ma dalla forma era facile capirlo. E dal rossore del viso e dalla sua espressione sorpresa, sì, lo aveva capito.
“Adesso fai la brava, vai in bagno e indossalo.”
Si alzò e, senza aprire la mano, si avviò, obbediente.
“Ah, e mandami una prova” aggiunsi prima che fosse troppo lontana.
La seguii con lo sguardo, eccitato; avrei voluto vederla mentre lo faceva, mentre se lo metteva, guardarla in viso, gustarmi le sue espressioni, le sue smorfie, il suo sguardo; me li immaginavo e mi stavano facendo eccitare tremendamente.
Erano passati una manciata di minuti da quando si era assentata quando sentii il cellulare vibrare. Guardai. Era lei, che mi mandava la prova. Diedi una rapida occhiata furtiva, e ciò che vidi mi fece incendiare di voglia.
Qualche minuto dopo ancora era di ritorno, sorridente e fiera. La osservavo eccitato, studiando la sua andatura: chissà com’era camminare con quell’oggettino dentro. Sentii l’uccello srotolarmisi nei pantaloni.
“Brava, sono compiaciuto di te” mi complimentai quando fu al tavolo.
“Grazie, mio padrone…” ansimò. Chiamarmi padrone in pubblico la metteva a disagio ed il disagio la eccitava, lo sapevo bene.
Sedendosi le sfuggì un sospiro, un sospiro che mi diede le vertigini.
“Lo senti?” chiesi ma cercando di dissimulare la mia foia. Lei arrossì ancora di più e mi rispose con un pudico cenno del capo.
“Anche mentre sei seduta?”
Il suo respiro si stava facendo affannoso. Annuì ancora.
“Ti preme? – la incalzai – Ti riempie?”
“Oh sì…”
L’uccello ormai mi tirava di brutto.
“E cosa senti?”
Esitò un attimo a rispondermi, come se cercasse le parole.
“È… È bello… È come..." e qui si fermò, imbarazzata, e la cosa mi fece sorridere: forse le era venuto in mente un paragone... sconveniente. Poi riprese: "Sono contenta di fare felice il mio padrone.”
Le presi una mano sopra il tavolo e gliela strinsi con dolcezza.
“Sei molto brava, ed io sono fiero di te.”
Lei mi sorrise di rimando, felice e orgogliosa.
Proseguimmo la cena. Io la facevo parlare per sentire come la sua voce cambiasse, come il suo respiro si facesse più pesante; lei ogni tanto si muoveva sulla sedia e continuava ad essere rossa in viso. Sì, lo sentiva, lo sentiva eccome.
Era ora di passare alla seconda fase. Quindi chiesi il conto.
“Stasera tu mi reciterai la poesia” le dissi mentre uscivamo, tenendola per mano. Lei mi sorrise e rividi quel bagliore ferino nei suoi occhi.
La vicina
Episodio 6
La sera seguente, mentre tornavo dal portare via le immondizie, la incrociai sul pianerottolo; molto elegante, stava uscendo per una serata mondana. Il marito lo avevo appena visto fermo in auto, che aspettava. La salutai cordialmente, senza alcuna malizia, ma lei mi ignorò come se non mi avesse né visto né sentito, e passò oltre, superba. Ero sconcertato. Si era offesa.
Entrai in casa, mi feci una doccia, guardai un po' di tv e poi andai a letto.
Ma mi aveva tolto il saluto perché l'avevo spinta a sfilarsi le mutandine davanti a me o perché non le avevo dato la "punizione" che voleva? E chi lo sapeva? Forse entrambe le cose?
Ma di una cosa ero certo: che non era un dubbio che mi avrebbe fatto perdere il sonno.
Tenne lo stesso comportamento anche nei giorni successivi, sia che la incontrassi sul pianerottolo oppure in giro per il paese. Io continuavo a salutarla, lei invece si ostinava ad ignorarmi. Eccetto quand'era con il marito, allora curiosamente le ritornava la buona educazione. Io comunque la notte continuavo a dormire tranquillamente. Lei evidentemente no.
Insomma me l'ero tolta di torno, fortunatamente. Se se l'era presa così tanto per una punizione così da nulla figuriamoci se ne avrebbe retto una vera. Almeno non mi avrebbe fatto perdere tempo. E il mio giardino era ritornato libero e tranquillo.
Ben presto smisi di pensare a lei, alla sua sfacciataggine, alla sua impudenza, alle sue mutandine. Che finirono in fondo ad un cassetto del comò. Dimenticate. E lo stesso successe a quell'episodio.
Ad un certo punto smisi di salutarla, visto che la cosa non era più gradita.
Con il passare dei giorni mi resi conto però che avevo cominciato a guardare le mie vicine con occhi diversi: quelle persone cordialmente estranee, che quotidianamente incrociavo e salutavo, quante di loro si facevano fantasie su di me senza però osare? Magari la stangona bionda del quarto piano; o la moretta riccia sorridente e gentile che le abitava di fronte.
E mi tornarono in mente le chiacchiere che sapevo giravano su di me. Forse era stata la preoccupazione di finirci in mezzo che aveva fermato la mia spasimante? O era già diventata oggetto della loro invidia?
Proprio quelle stesse chiacchiere incominciarono ad assumere una luce diversa. Per quante di quelle comari ero solo argomento di maldicenze? E a quante di loro invece facevo, senza saperlo, compagnia a letto? E così mi ritrovai a fare una cosa nuova: ad immaginarle nell'intimità, nell'immaginarne i corpi, le nudità, le loro pratiche intime di piacere...
Non era da me, ma trovavo divertente, addirittura piacevole, smontare cosi impudicamente la loro ipocrisia.
E mi chiedevo divertito come avrebbero reagito se avessero potuto sapere dei miei pensieri su di loro.
Una sera, dopo cena, ricevetti un messaggio da una mia sub:
"Ho imparato una nuova poesia e mi piacerebbe recitartela."
Capitava a fagiolo. Ed era una delle più chiassose.
"Molto brava. Vuoi venire sabato a recitarmela?"
Sarei tornato a far chiacchierare le comari del condominio.
La vicina
Episodio 5
Al risveglio la prima cosa che vidi furono le sue mutandine; erano lì, distese sul mio comodino. Mi misi ad osservarle. Sì, ero ancora tentato… Ma non avevo tempo! Dovevo prepararmi e andare al lavoro! E poi sarebbe sicuramente tornata alla carica per riprendersele, quindi meglio continuare con il giochetto. Mi alzai, feci toeletta, colazione, e poi, in fretta, una lavatrice di biancheria intima. Le buttai a lavare a malincuore. E me ne andai al lavoro.
Quando tornai le passai subito nell’asciugatrice assieme ad poca altra roba perché facesse presto, poi mi misi comodo e preparai la cena.
Vennero le 8 e poi le 10 e lei non si era fatta viva.
Aveva avuto impegni? Imprevisti? Tesi le orecchie ma non sentivo nulla, nessun rumore di gente, tutto normale.
Andai toglierle dalla asciugatrice. Erano perfettamente asciutte. E calde. Mi dispiacque di essere stato così frettoloso. Si erano deprezzate. Mi misi a ridere, ero proprio uno scemo.
Le rimisi sopra il comodino e cominciai a spogliarmi.
Mi venne voglia di dormire completamente nudo. Faceva abbastanza caldo da permettermelo. E una volta nudo mi guardai allo specchio. Mi compiacqui del mio aspetto, mi difuendevo ancora bene.
Andai in bagno, e mi feci una doccia.
L’acqua mi scorreva calda sulla pelle, accarezzandomi tutto, insinuandosi in ogni mia piega. Mi venne voglia di avere qualcuno lì con me, che mi toccasse, che mi accarezzasse, che si strusciasse su di me.
Chiusi gli occhi e immaginai.
Sentivo l’acqua avvolgermi l’uccello come una miriade di mani calde che me lo accarezzavano senza sosta. Sembrava mi volesse invitare a darmi piacere.
Lo presi in mano. Era piacevole, caldo e morbido. Cominciai a far scivolare la mano lentamente, su e giù, delicatamente. Ed il mio sesso rispondeva, lo sentivo crescermi tra le dita, gonfiarsi, indurirsi, mentre il piacere saliva e mi allagava il corpo; il sangue mi ronzava nelle vene e nella testa, e mi intontiva; il respiro mi si faceva più pesante.
Muovevo la mano imprimendole una leggera torsione, facevo scorrere la pelle sulla canna, mi sentivo tutto morbido e gonfio, come le sue vene sotto le mie dita.
E quando fu bello eretto mi scoprii la cappella.
Apersi gli occhi e lo guardai. Si levava fiero, davanti alle mie cosce, con la sua testa violacea e liscia, tutto luccicante per l’acqua.
Sì, avevo voglia... ma non volevo venire.
Mi asciugai e me ne andai a letto. Disteso e scoperto. Guardavo il soffitto. Lei era sopra di me, a letto pure lei. Ma non avevo voglia di fantasie, quella sera. Mi guardai il corpo. Mi guardai l'uccello. Giaceva sulla coscia destra, barzotto, mezzo nascosto dal pelo. Perdendo l'erezione un po' di liquido seminale mi aveva bagnato. Trovai che fosse un bell’uccello.
Presi in mano le mutandine. Le guardai, ne accarezzai la stoffa, ne saggiai il pizzo con i polpastrelli. Erano molto sexy, molto provocanti.
Probabilmente non era venuta a prenderle perché aveva avuto un contrattempo. Ma sicuramente presto sarebbe venuta. O forse stava ancora metabolizzando l'umiliazione che le avevo inferto.
Ridacchiai. Non aveva chiesto lei una punizione? O in realtà voleva il premio?
Magari pensava che bastasse sbattermela in faccia per farmi ragionare con l'uccello.
Che poi... "sbattermela in faccia"... Chi aveva visto niente? Un po' di pelle, rosea, pallida... Forse della sua passera, o forse no... Forse solo dannatamente vicina. Quella scena mi era rimasta stampata in mente. E mi faceva ancora effetto.
Portai le mutandine al viso, guardandole, e le annusai, ne annusai il cavallo. Forse anche lei era rimasta delusa nel sentire solo il profumo dell’ammorbidente. O forse non le era piaciuto il mio ammorbidente. Mi venne da ridere.
Riappoggiai le mutandine sul comodino, spensi la luce e mi misi a dormire.

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La vicina
Episodio 4
Mentre mi spogliavo per andare a letto mi tornò in mente che in tasca avevo le mutandine della mia vicina. Le tirai fuori e, tenendole stese davanti a me, mi misi a guardarle. Erano simili alle precedenti, di un buon tessuto, in pizzo bianco, eleganti.
E usate.
Chissà quanto avrei potuto ricavarne rivendendole in Giappone.
Questo pensiero mi fece ridere.
Erano indubbiamente un bel trofeo. Lei aveva acconsentito a togliersele davanti a me pur di avere le altre. Senza timore di mostrarmi la passera, anche se era stata abile ed io non avevo visto praticamente nulla.
Non la capivo, mi chiedevo il motivo di quell’ostinazione.
Incominciai a sospettare che stesse solo cercando una bella scopata, in effetti non avevo mai sentito il loro letto scricchiolare, eppure la loro camera era sopra la mia; forse lui tra le coperte era un egoista, o un Ernesto Sparalesto… Oppure era banale, piatto, noioso… E così lei rimediava lasciandosi andare in fantasie. Certo, abitare sopra di me non è che aiutasse il loro ménage… I miei incontri amorosi risultavano spesso piuttosto rumorosi. Inevitabilmente rumorosi.
E così lei probabilmente si era fatte dei film su di me, e questo spiegava anche quel suo abbigliamento sfacciato.
Appoggiai le mutandine sul comodino e mi misi a letto.
Disteso al buio continuavo a pensare a lei. Mi sarebbe piaciuto sapere quali fantasie le suscitavo. Guardai il soffitto. A quell’ora doveva essersi coricata anche lei. Se le stava facendo anche in quel momento? Stava scrutando le sue mutandine? Turbata? Eccitata? Congetturando sul come le avessi usate? La immaginai mentre, sentendosi audace e perversa, osava annusarle sul cavallo, cercando l'odore del mio seme sotto il profumo dell’ammorbidente. Magari stava immaginando che lo stessi rifacendo con le nuove mutandine.
Già... Le sue mutandine...
Cosa potevo farmene delle sue mutandine?
Girai la testa verso il comodino.
Sicuramente sapevano della sua fica.
Mi sentivo tentato...
Tornai a guardare il soffitto e chiusi gli occhi; ci avrei pensato l’indomani.
La vicina
Episodio 3
La sera dopo la vicina tornò alla carica.
Indossava la stessa mise della sera prima; certo, capi diversi, ma l'effetto era sempre quello.
Era per le sue mutandine, le rivoleva, ad ogni costo. E cominciammo una lunga e snervante discussione. Non capivo la sua ostinazione, specie dopo quello che le avevo fatto intendere la volta precedente. Comunque alla fine le proposi uno scambio: gliele restituivo se lei mi dava quelle che aveva indosso.
"Vado a togliermele."
"No. Qui, adesso."
Mi guardò indignata.
"Si giri almeno."
Finsi di non averla sentita.
Continuava a fissarmi, immobile, poi, rassegnata, si alzò la gonna e si sfilò le mutandine. Senza nemmeno voltarsi, senza darmi le spalle. E con mia somma soddisfazione.
Non vidi un granché, onestamente, fu piuttosto veloce, e probabilmente aveva pure la passera rasata, ma la cosa mi eccitò non poco.
Me le porse tenendole con due dita. Io le presi, sorrisi soddisfatto e me le misi in tasca.
Andai in camera a prendere le sue.
Tenendole appese al mio indice per il cavallo, con il polpastrello proprio dove poggia la fica, gliele porsi. Lei le prese con la punta delle dita, come si fa con una cosa sporca.
Mi veniva da ridere. Chissà cosa pensava che ci avessi fatto.
"Stia tranquilla, le ho rilavate" le dissi con un certo gusto sadico. In realtà le avevo solo rilavate perché sapessero di un detersivo diverso dal suo, ed era stata una mossa vincente.
Mi lanciò un'occhiata omicida, poi strinse in mano le mutandine con rabbia e se ne tornò su.
Con la passera al vento.