I TOPI, LA MEZZALUNA E L’INERZIA D’EUROPA
Nel 1958 Dino Buzzati pubblicò I topi, uno dei racconti più inquietanti e profetici della letteratura italiana del Novecento. Apparentemente è una storia semplice: in una grande casa di campagna iniziano a comparire alcuni topi. All’inizio sembrano pochi, quasi insignificanti. Qualcuno li nota nei corridoi, altri sentono rumori nei muri. I domestici si preoccupano, ma il padrone continua a rassicurare tutti. Dice che non è nulla di grave. Dice che sono casi isolati. Dice che allarmarsi sarebbe eccessivo.
Entrano nelle stanze, occupano i magazzini, si moltiplicano ovunque. Diventano sempre più aggressivi, sempre più presenti. Eppure nessuno trova il coraggio di affrontare seriamente il problema. Tutti preferiscono fingere che la situazione sia ancora sotto controllo. Fino a quando la casa non appartiene più realmente ai suoi proprietari.
Buzzati non stava parlando soltanto di animali. Stava raccontando la dinamica con cui le civiltà decadenti reagiscono ai pericoli: prima negano, poi minimizzano, infine si arrendono lentamente alla realtà.
Ed è impossibile non vedere un parallelo con ciò che sta accadendo oggi in Europa.
Da decenni il continente europeo sta vivendo una trasformazione demografica, religiosa e culturale enorme, legata soprattutto all’immigrazione islamica proveniente da Africa, Medio Oriente e Asia. In molte città europee esistono ormai quartieri interamente islamizzati, dove la cultura occidentale arretra progressivamente e dove spesso si affermano valori incompatibili con quelli europei: separazione rigida tra uomini e donne, ostilità verso la laicità, rifiuto dell’integrazione, radicalizzazione religiosa.
Eppure ogni volta che qualcuno prova a porre apertamente il problema, la risposta del sistema culturale europeo è sempre la stessa: negare, minimizzare, censurare moralmente.
Non si può parlare di islamizzazione.
Non si può parlare di sostituzione culturale.
Non si può parlare del rapporto tra immigrazione incontrollata e radicalismo islamico.
Chi lo fa viene immediatamente marchiato come razzista o estremista.
Esattamente come nel racconto di Buzzati: i topi aumentano, ma il padrone continua a ripetere che va tutto bene.
Nel frattempo l’Europa ha già conosciuto decine di attentati islamisti. Parigi, Nizza, Londra, Bruxelles, Berlino, Madrid, Vienna. Auto sulla folla. Coltelli. Bombe. Civili massacrati mentre passeggiano, assistono a concerti o festeggiano il Natale. Sempre lo stesso schema. Sempre la stessa ideologia: l’islamismo radicale che considera l’Occidente una civiltà nemica da colpire e umiliare.
Ma anche davanti all’evidenza, gran parte delle élite europee continua a comportarsi come i personaggi di Buzzati. Preferiscono modificare il linguaggio piuttosto che affrontare il problema. Parlano di “disagio”, di “emarginazione”, di “follia individuale”, evitando accuratamente di riconoscere la dimensione ideologica e religiosa di molti attacchi.
La verità è che una parte dell’Europa sembra avere perso fiducia nella propria identità. Ha paura di difendere apertamente la propria civiltà perché teme di apparire intollerante. Così rinuncia lentamente a se stessa. Rinuncia alle proprie radici cristiane, alla propria cultura, ai propri valori storici, perfino al diritto di dire che esiste un problema.
Ed è proprio questa debolezza che rende possibile l’avanzata dell’islamismo.
Perché nessuna conquista avviene soltanto con la forza. Le civiltà crollano soprattutto quando smettono di credere nella propria legittimità. Quando si vergognano della propria storia. Quando considerano la difesa della propria identità un gesto moralmente sospetto.
Il racconto di Buzzati diventa allora una metafora quasi perfetta dell’Europa contemporanea. I topi non vincono perché sono irresistibili. Vincono perché nessuno ha il coraggio di fermarli quando è ancora possibile farlo.
Oggi molti europei iniziano a percepire questa trasformazione con inquietudine. Vedono cambiare i quartieri, le scuole, le città. Vedono crescere tensioni religiose e culturali. Vedono l’aumento del radicalismo islamico. Ma soprattutto vedono una classe dirigente incapace perfino di nominare il problema.
E una società che non riesce più a dire la verità a se stessa è una società destinata lentamente a perdere il controllo della propria casa.
Proprio come accade nel racconto di Buzzati.