L’Albero dei desideri
Una delle più belle costruzioni sintattiche della nostra lingua è la frase concessiva.
L’idea di un ostacolo insormontabile, minaccioso, da cui dipende la vita stessa o il suo perire, e la volontà ostinata, testarda di toccare ciò che si nasconde oltre di esso, è uno dei topoi più commoventi della storia umana. Se non addirittura il topos: da Ulisse, al titanismo dei romantici tedeschi, a Hemingway fino ad arrivare alle narrazioni cinematografiche del Novecento (2001: Odissea nello spazio su tutti).
Questi sono i miei desideri. Il raggiungimento di essi o il fallimento nel tentativo di raggiungerli, ad oggi, sono il carburante e il filo che danno senso e reggono il mio esistere.
Sembreranno poca cosa. Ma dentro un batterio si trova un universo intero e dentro un desiderio un inferno in terra.
NONOSTANTE sia stato abusato sessualmente da bambino DESIDERO fare l’amore con una donna
NONOSTANTE a ventiquattro anni mi sia stata diagnosticata una larvale forma di schizofrenia e NONOSTANTE otto anni di calvario DESIDERO laurearmi ed essere indipendente (dal punto di vista economico, abitativo e relazionale). DESIDERO, inoltre, conseguire una patente di tipo B e un veicolo modesto che mi consenta di spostarmi ma soprattutto di rincasare nel momento in cui ne senta il bisogno o la voglia.
NONOSTANTE soffra di un disturbo d’ansia generalizzato DESIDERO com-prendere (voglio, cioè, non solo essere in grado di enunciare il concetto ma che esso si faccia muscoli e sangue e materia cerebrale dentro di me) il fatto che Io non esisto. Esistono invece una molteplicità di Io che si sono susseguiti durante la mia storia. Comprendere questo, vorrebbe dire accogliere e poi accettare il cambiamento come essenza stessa della vita, vorrebbe dire venire a conoscenza di un arcano precluso a molti: il cambiamento è la vita stessa, il cambiamento è l’unica cosa ad esistere al di fuori di me, io non sono perché il cambiamento è. DESIDERO accettare la vita. DESIDERO accettare che il mio ultimo cambiamento sarà quello in materia non senziente. DESIDERO comprendere che la morte non è il negativo della vita; che vita e morte sono nomi inventati dagli umani perché ostinati a resistere al cambiamento; che la vita è la morte e viceversa, che essi sono nominzazioni frutto di una scissione della mente umana: vita e morte sono fenomeni dell’essenza ultima, del cambiamento. La morte non implica la morte dell’io (che non è mai esistito), ma il cambiamento di un altro io (quello col naso affilato e gli occhi infossati o di quello sul punto di essere investito da un camion durante una corsetta serale) in un ennesimo io che non sarà più in grado di riconoscersi.
NONOSTANTE le millemila paure che mi avvolgono come un sudario DESIDERO imparare a far sì che la paura non mi immobilizzi, ma ad agire sempre; ad avere un paio di palle come quelle del Francis Macomber di Hemingway. Palle che riuscì a portare appese come due medaglie un solo giorno. Perché le palle fanno paura a chi non le ha, specie a chi ti tiene accanto per la tua indulgenza. Alla moglie di Francis Macomber non bastò una pistola per uccidere il marito, le fu necessario un fucile buono ad abbattere gli elefanti o i rinoceronti.
NONOSTANTE un’infanzia e poi un’adolescenza di tendenza verso l’obesità DESIDERO sviluppare un rapporto sereno con il cibo.
NONOSTANTE la tendenza all’uso e all’abuso di sostanze DESIDERO limitare ancora di più l’utilizzo delle ultime tre droghe rimaste nella mia vita: la nicotina, l’alcool e il cazzeggio infinito su internet.
NONOSTANTE la mia personalità giudicante DESIDERO imparare ad amarmi ancora di più e dunque, perché questo credo significhi amare, prendermi maggiore cura del mio corpo, della mia mente e dei luoghi che abito (casa, pulizia – città, impegno civico - patria e mondo, impegno politico)
NONOSTANTE la mia personalità giudicante DESIDERO sforzarmi di capire perché l’altro da me agisce in modi che mi sono moralmente, eticamente o politicamente estranei. Un buon punto di partenza è far propri gli insegnamenti contenuti nella lezione magistrale di David Foster Wallace, conosciuta in Italia con il titolo di “Questa è l’acqua”.
NONOSTANTE la mia paura ancestrale nei confronti del giudizio altrui DESIDERO com-prendere che quel giudizio sarà sempre parziale e degno di nessun credito (perché l’altro giudica sempre e solo una parte di me, quella che gli è capitata sotto la sua lente di ingrandimento in quel momento, e non l’interezza di me – degli svariati me della mia storia – cosa che gli risulterebbe impossibile, e poi perché il suo giudizio sarà viziato sia dai suoi pregiudizi e dalla sua storia, che da fattori dovuti al momento in cui il giudizio viene espresso: uno vorrebbe dirti semplicemente che oggi hai una brutta cera, ma ha appena pestato la deiezione di una cane. Ecco che il suo giudizio diventa: “che faccia di merda che hai oggi”… è un esempio sciocco ma spero di essermi capito.
DESIDERO, infine, dedicare parte del mio tempo al tentativo di comporre una poesia che non sia solo sublime esteticamente ma la cui pregnanza semantica e i vari livelli di esegesi diano al lettore una letterale sensazione di vertigine, di nausea e poi l’istinto irrimediabile di vomitare. Non voglio confortare il lettore impossibile di questa poesia impossibile, né intrattenerlo; non voglio nemmeno terrorizzarlo o rattristarlo: voglio prenderlo, eviscerarlo, ricomporlo e riportarlo a casa sua con un tarlo che duri il tempo di una breve gita nella realtà.













