Quel che vede Atteone, accade allora al di là della genesi di ogni parola: scorge Diana nell’acqua e non riesce a dir quel che vede. Il suo vagare, anche se teso a sorprenderla, è simile a un’ascesa verso lo stadio anteriore alla parola. Come ridurre in formula il suo andar per le selve, per trovarsi confrontato d’un tratto con la scena sempre inattesa - benché proprio l’attesa l’avesse indotto ad avanzare? Diremo che l’avvenimento assorbe ciò che nell’ansia di coglierla era ancora esprimibile. Non posso dir quel che vedevo. Non che l’inesprimibile sia incomprensibile e che l’incomprensibile sia invisibile. L’Atteone della favola vede perché non può dire ciò che vede: potesse, smetterebbe di vedere. Ma egli medita in fondo alla grotta. All’Atteone che irrompe nel sacro recinto in cui Diana fa il bagno, l’Atteone che medita fa dire: Non dovrei trovarmi qui e perciò mi ci trovo. In realtà l’esperienza si ridurrebbe a questa assurda proposizione: dovevo esserci perché non dovevo.
Pierre Klossowski


















