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Cagliostro a Mittau - Comus e Philadelphia
Oft wenn Schwander mit hinreiĂender Beredsamkeit und wahrer Weisheit der Wirklichkeit der Magie widersprach, alle Cagliostrosche StĂŒcke fĂŒr Taschenspielereyen wie Comus und Philadelphias KĂŒnste erklĂ€rte; sagte ich ihm aus meinem zusammengewebten Spinnengewebe magischer Systeme so viele GegengrĂŒnde, daĂ es diesem weisen Mann klar wurde: aus diesem Wege könne er mich nicht bekehren.
Spesso, quando Schwander, con appassionata eloquenza e autentica saggezza, metteva in discussione la realtĂ della magia, e spiegava tutti i numeri di Cagliostro come semplici giochi di prestigio, alla stregua dei trucchi di Comus e Philadelphia, io gli opponevo cosĂŹ tanti argomenti, tratti dalla mia ragnatela di sistemi magici, che a quel saggio uomo divenne chiaro che con quel metodo non sarebbe mai riuscito a ricondurmi alla ragione.
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, pp. 150-1.

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Cagliostro a Mittau - Magia e violenza sessuale
In dieser gab er Vorschriften, wie ein Frauenzimmer, das nicht lieben wollte, durch magische Mittel sogar zur physischen Liebe zu bringen sei. Er wurde von allen seinen SchĂŒlern wegen dieses Vortrags zur Rede gestellt, aber wand sich mit einer List heraus; denn er bezeugte seine Freude ĂŒber die GrundsĂ€tze seiner JĂŒnger, die er habe prĂŒfen mĂŒssen. Ich war ĂŒber diese Vorlesung teils betrĂŒbt, teils indigniert, und beschloss nun fest, diesen Alfanzereien nicht mehr beizuwohnen, und die Reise nach Petersburg, wegen welcher man immer noch in mich gedrungen hatte, nun geradezu abzuschlagen.
In questa [lezione] egli impartĂŹ istruzioni su come si potesse indurre, mediante mezzi magici, una donna che non volesse amare, persino allâamore fisico. Fu messo in discussione da tutti i suoi discepoli a causa di questa lezione, ma seppe svicolare con astuzia; dichiarĂČ infatti la sua gioia per i principi morali dei suoi allievi, che aveva voluto mettere alla prova. Rimasi da un lato amareggiata, dallâaltro indignata per questa lezione, e decisi fermamente di non partecipare piĂč a queste buffonate, e di rifiutare apertamente il viaggio a Pietroburgo, al quale mi si spingeva ancora.
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, p. 137.
Cagliostro a Mittau - Lâorologio magico
Die Uhr, die ich ihm zu halten gab, ist eine magische Uhr, die, wenn sie zur Stunde der Citation von dem gehalten wird, den Hanachiel oder Gabriel bewacht, die Wirkung hat, welche meine Obern wĂŒnschen, dass sie haben soll. Zu jeder andern Stunde ruhet die Kraft dieser Uhr. Aber wenn die Geister mich durch Citation umschweben, dann wollt ich es keinem rathen, diese Uhr ohne Vorbereitung zu berĂŒhren. Auch kann ich in der Seele dessen, der unter diesen UmstĂ€nden die Uhr einige Minuten in HĂ€nden hĂ€lt, ungleich schneller lesen, als in andern.
L'orologio che gli ho fatto tenere Ăš un orologio magico. Quando viene tenuto, durante l'ora di una mia evocazione, da una persona sorvegliata da Hanachiel o Gabriel, esercita l'effetto che i miei Superiori desiderano. In ogni altra ora, la forza dell'orologio Ăš inattiva. Ma quando gli spiriti mi circondano durante una citazione, sconsiglio a chiunque di toccare quell'orologio senza preparazione. In quelle condizioni, infatti, posso leggere nell'anima di chi lo tiene tra le mani per pochi minuti molto piĂč chiaramente che in qualsiasi altro momento.
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, pp. 98-100.
Cagliostro a Mittau - La malvagitĂ del mago
A volte pronunciava cose elevate, quasi sublimi, e poi, allâimprovviso, mescolava banalitĂ tali da farci tutti dubitare di lui. Tuttavia, riesco a spiegarmi bene questo strano miscuglio di saggezza profondamente celata e, a tratti, vera e propria follia o apparente malvagitĂ che lo animava. (*)
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, p. 92.
(*) Si dovrebbe avere comprensione per il tono patetico con cui mi esprimo su Cagliostro nel mio resoconto del 1779, considerando che quel testo fu scritto nel pieno della mia fede nella sua potenza miracolosa. Cagliostro si era infatti preoccupato di curare il suo comportamento nei miei confronti, cercando di mascherare tutte le sue incoerenze con un'apparenza di dignitĂ e rispetto. Ma proprio dal fatto che, pur essendo completamente convinta di lui, riuscii comunque a notare l'incoerenza dei suoi atteggiamenti, si puĂČ dedurre che, nonostante tutta la sua astuzia, Cagliostro non riuscĂŹ a nascondersi del tutto: in vari momenti trapelarono la sua ignoranza e il suo carattere rozzo e maldisposto. Non sorprende quindi che alcuni tra noi, meno affascinati di me, l'abbiano osservato con piĂč distacco e giĂ allora abbiano capito che si trattava di un impostore, anche se non potevano (o non osavano) ancora identificare con chiarezza la natura dei suoi inganni.
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, pp. 93-95.
Cagliostro a Mittau - La visione a distanza del bambino
Dopo aver compiuto da solo unâevocazione, durante la quale legĂČ uno dei suoi spiriti al luogo presunto del tesoro, il mattino seguente â tra le dieci e le undici â Cagliostro realizzĂČ un nuovo esperimento magico con il bambino, alla presenza di tutti i membri della nostra loggia. Il procedimento fu simile al primo a cui avevo assistito, con la sola differenza che stavolta il bambino si trovava nella stessa stanza in cui noi sedevamo in cerchio, ma nascosto dietro un paravento, e il signor von Howen era nel cerchio, accanto a Cagliostro.
Cagliostro diede al bambino un grosso chiodo di ferro da tenere in mano, ordinandogli di inginocchiarsi e di non rialzarsi fino a quando non gli fosse apparso il âbel fanciulloâ che giĂ aveva visto in precedenza. Quando questo spirito apparve, il bambino dovette evocare anche lo spirito con la croce rossa, che avrebbe dovuto legarsi al chiodo per custodire il tesoro nella foresta, in modo che nessuno potesse trovarlo o accedervi senza il permesso di Cagliostro. Inoltre, fu stabilito che il tesoro non potesse essere dissotterrato se non in presenza di von Howen.
Cagliostro ordinĂČ quindi a von Howen di inginocchiarsi, e allo spirito con la croce rossa di legarsi a lui. A questo punto, von Howen doveva porre al bambino alcune domande, dettate da Cagliostro stesso; ogni volta che parlava, Cagliostro lo toccava con la sua spada magica. Von Howen doveva ripetere le seguenti parole:
âNel nome del mio maestro e istruttore Cagliostro, io ti ordino, fanciullo eletto alla veggenza, di farti mostrare dagli spiriti al servizio del nostro grande maestro la foresta dove si trova il tesoro e di far aprire la terra che lo copre.â
Il bambino rispose:
âLa foresta Ăš lĂŹ, la terra Ăš aperta e vedo una scala e un lungo corridoio.â
Cagliostro ordinĂČ a von Howen di alzarsi, ma di restare allâinterno del cerchio magico. Poi riprese a interrogare lui stesso il bambino:
âScendi le scale. Conta i gradini a voce alta in modo che possiamo sentirti, poi percorri tutto il corridoio e dimmi cosa vedi.â
Il bambino contĂČ i gradini â si potevano udire i suoi passi â e poi disse:
âCi sono molte aste dâoro, monete dâoro e dâargento, vari oggetti di ferro, documenti scritti e polvere rossa.â (*)
Cagliostro ordinĂČ che lâapparizione svanisse. Poi fece unâaltra evocazione e chiese:
âCosa vedi ora?â
Il bambino rispose:
âVedo sette persone molto belle, tutte con lunghe vesti bianche. Uno ha un cuore rosso sul petto, gli altri una croce rossa, e qualcosa scritto sulla fronte, ma non riesco a leggerlo.â
Cagliostro ordinĂČ a questi spiriti di legarsi a determinati oggetti secondo i suoi piani, poi comandĂČ al bambino di abbracciare ognuno di loro, di baciarli tutti e di lasciarsi baciare da ciascuno. Noi udimmo effettivamente quattordici baci.
Infine, ordinĂČ che anche queste apparizioni svanissero, fece uscire il bambino, e si recĂČ con lui e con gli altri signori nel bosco, dove piantĂČ il chiodo consacrato nel luogo in cui diceva che fossero sepolti gli scritti magici.
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, pp. 88-90.
(*) Quante vie sapeva aprirsi Cagliostro per alimentare le aspettative delle persone e dominare sulle loro anime attraverso la speranza! E quanto Ăš simile il percorso seguito da tutti questi mistificatori intriganti!
Ricchezza, salute, lunga vita, potere sugli spiriti e sul mondo materiale: tutto questo viene offerto ai loro discepoli come da un cornucopia magica. Essi incantano i loro seguaci con simili promesse e li usano come se fossero macchine, il cui funzionamento dirigono a proprio piacimento.
La polvere rossa, che il bambino diceva di vedere tra i tesori, era â secondo quanto affermava Cagliostro â la prima materia grazie alla quale tutti i metalli potevano essere portati alla maturitĂ dellâoro.
CosĂŹ, come lâinclinazione verso la magia conduce al pericolo di allontanarsi dalla vera religione â finendo per considerare il mondo come una lanterna magica e Dio, il Creatore dellâuniverso, come un essere impotente che avrebbe bisogno di unâinfinitĂ di chiavi per tenere in ordine la sua creazione â allo stesso modo lâinclinazione verso lâalchimia allontana dalla vera scienza della fisica e della chimica, e spesso conduce dritto sulla via del vagabondaggio e della truffa.
Le passioni espongono chi le coltiva al rischio di diventare il giocattolo di abili ingannatori, che, attraverso la relazione diretta o tramite scritti mistici e oscuri, deformano lâanima, inducendola ad accettare la superstizione e lâerrore come se fossero veritĂ sacre.
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, pp. 91-93.
Cagliostro a Mittau - La lettura nellâanima
Cagliostro, dopo alcune conversazioni, mi chiese cosa pensassi di "Z." e se potessi fargli conoscere meglio questa persona o raccontargli alcuni episodi della sua vita. Risposi che conoscevo Z. troppo poco per soddisfare la sua richiesta. In veritĂ , conoscevo un aneddoto su Z. che avrebbe potuto nuocergli, e sapevo con certezza che, oltre a me, solo un paio di amici e mia madre ne erano a conoscenza. Mia madre me lo aveva rivelato sotto sacro sigillo di riservatezza.
Cagliostro mi guardĂČ intensamente e mi disse con tono solenne: "Allora non sai nulla di Z. che possa aiutarmi a comprendere meglio il suo carattere e il suo destino, anche se per me sarebbe molto importante". Risposi: "Veramente, conosco poco Z.". Ma lui scoppiĂČ: "Serpe che nutro al mio petto! Tu menti! Giura qui e ora che non conosci alcun aneddoto su Z. che sia noto solo a te e ad altri tre".
Rimasi turbata. Tacei per qualche minuto, riflettendo su come uscire da questa situazione senza violare nĂ© la parola data nĂ© i miei principi morali. Cagliostro, sempre piĂč irritato, mi incalzĂČ: "Allora? PerchĂ© taci? Non hai niente da dire su Z.?". Risposi con fermezza: "Conte, il vostro comportamento mi sconcerta. Non capisco per chi stiate recitando questa scena, dato che siamo soli. E se davvero, come dite, sono osservata dallo spirito Hanachiel, non temo il suo sguardo piĂč di quanto non tema quello dellâOnnisciente, che vede nel profondo del mio cuore. Se Hanachiel Ăš uno spirito buono, vedrĂ la mia sinceritĂ . Se non lo Ăš, riferisca ciĂČ che vuole. Io confido in Colui che sa tenere a freno i demoni e i necromanti, e sono convinta che alla fine Egli guiderĂ tutto per il meglio".
Cagliostro allora mi guardĂČ con gentilezza, mi strinse la mano e disse: "Anima buona! Non mi aspettavo da una giovane come te tale discrezione, forza dâanimo e saggezza. Hai superato questa prova ben oltre ogni mia aspettativa. Ora posso dirti come stanno le cose. I miei Superiori mi avevano ordinato di porti questa domanda insidiosa. Mi avevano rivelato tutta la vicenda, compreso che tua madre ti aveva confidato questa storia per aiutarti a comprendere meglio gli esseri umani. Se me lâavessi raccontata, avrei temuto che tu, per debolezza, potessi cedere a future tentazioni e naufragare sugli scogli della magia. Se invece avessi avuto lâardire di giurare il falso, quello sarebbe stato il primo passo verso colpe piĂč gravi, e avrei dovuto progressivamente ritirare la mia mano da te.
Non parliamo oltre di questo. Ma ti ripeto: la via della magia, che puoi percorrere con successo, poichĂ© possiedi tutte le doti della mente e del cuore, Ăš pericolosa, e tra mille solo uno raggiunge la vetta, da cui puĂČ beatificare sĂ© stesso e gli altri, purchĂ© superi tutte le prove senza cadere nell'abisso".
Qui Cagliostro tacque, e io non risposi, ma questa vicenda mi fece molto riflettere. Dopo un poâ mi disse che dovevo mantenere assoluto silenzio con tutti i fratelli e le sorelle su quanto era accaduto tra noi, perchĂ© aveva buone ragioni per tenere ancora nascosta la sua presunta capacitĂ di leggere nelle anime. (*)
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, pp. 80-86.
(*) Se non si perde di vista il fatto che Cagliostro aveva come obiettivo quello di convincermi a partire con lui per Pietroburgo, allora si capisce facilmente perchĂ© abbia fatto di tutto per apparire ai miei occhi come un uomo dotato di poteri sovrannaturali dello spirito, capace di leggere nellâanimo umano come in un libro aperto. Con unâastuzia degna di ammirazione, aveva costruito tutta questa messinscena, e ogni sua parola, pur non producendo in me esattamente lâeffetto desiderato, non andĂČ persa: devo ammettere che ormai non dubitavo piĂč della sua capacitĂ di leggere nelle anime, lo consideravo in alta stima per la sua presunta connessione con spiriti superiori, e coltivavo la speranza di arrivare, grazie a lui, al piĂč alto vertice della magia.
Solo quando fui finalmente convinta che Cagliostro fosse un impostore, questa scena per me fino ad allora incomprensibile si chiarĂŹ: trovai il coraggio di infrangere la sua proibizione e di parlare con la mia defunta matrigna e con due amici che conoscevano la vicenda. CosĂŹ si scoprĂŹ che Cagliostro aveva abilmente estorto lâintera storia a uno di quei due amici con domande insidiose, e aveva appreso cosĂŹ che anche io ero stata informata dalla matrigna.
Allâamico era stato imposto il silenzio piĂč assoluto con toni solenni, esattamente come a me. Noi, scolari educati allâobbedienza cieca verso i nostri âSuperioriâ, avevamo seguito le istruzioni. CosĂŹ Cagliostro poteva stare certo che il suo inganno non sarebbe stato smascherato, fintanto che credevamo alla sua pretesa connessione con spiriti superiori.
Quanto abilmente Cagliostro abbia continuato a recitare la sua parte man mano che ci avvicinavamo al bosco dove si sarebbero dovuti trovare i supposti tesori magici, lo si vedrĂ chiaramente leggendo il mio resoconto del 1779.
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, pp. 87-89.

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Cagliostro a Mittau - La visione a distanza del tesoro
Il giorno seguente, Cagliostro eseguĂŹ un esperimento magico alla presenza di mio zio paterno, di sua moglie, della propria moglie, e del consigliere von der Howen. Tutto ciĂČ che ne so Ăš che il bambino vide il bosco in cui erano sepolti i tesori; poi gli apparve un altro bambino, che nel bosco aprĂŹ la terra e mostrĂČ molto oro, argento, documenti, strumenti magici e una scatola con polvere rossa.
Poi la contessa Cagliostro chiese notizie di suo padre, e allora Cagliostro fece comparire al bambino il proprio suocero. Il ragazzo disse poco dopo:
âOra vedo un uomo alto e magro, che somiglia alla contessa, ha un ordine al petto, e appare felice e in buona salute.â
Allora Cagliostro disse che lo interrogasse: se si trovasse in campagna o in cittĂ , e se avesse giĂ ricevuto la lettera in questione. Il bambino rispose:
âSi trova in campagna, e ha appena ricevuto la lettera.â
Solo dal mio ritorno in patria sono in grado di spiegare al pubblico come Cagliostro fosse riuscito, con mezzi del tutto naturali, a mettere in scena questi inganni per noi allora incomprensibili, al punto che perfino coloro che erano convinti fosse un impostore non riuscivano a capire come avesse fatto.
Allâinizio, finchĂ© la maggior parte di noi si trovava ancora nello stato dei credenti, nessuno osava mettere in dubbio la parola di Cagliostro. E nel mio resoconto del 1779 si vedrĂ chiaramente come il nostro âeroeâ seppe sfruttare questa situazione a suo vantaggio, quando il signor Hinz osĂČ interrogare mio cugino (che era stato ben addestrato) su questa faccenda. In seguito, quando giungemmo alla convinzione che Cagliostro ci avesse ingannati, ognuno di noi prese le distanze dal bambino, affinchĂ© non venisse interrogato su tutte queste cosiddette operazioni magiche; ci vergognavamo e desideravamo che il bambino dimenticasse tutto.
Ci si potrĂ perdonare se abbiamo finora tenuto nascosta la veritĂ su questo episodio, perchĂ© non potevamo immaginare che in simili finzioni si celasse un piano cosĂŹ sottilmente tessuto e ben congegnato. Solo da alcuni mesi, grazie alla confessione di mio giovane cugino, mi Ăš chiaro come Cagliostro abbia organizzato tutta la faccenda. Subito dopo il suo arrivo, accolto cordialmente nella casa di mio zio, Cagliostro si occupĂČ molto del bambino, che era vivace e loquace. Disse a tutti che nulla gli mancava per essere felice, se non lâavere un figlio come lui. Il bambino, vedendo quanto tutti noi lo venerassimo e venendo incoraggiato da noi ad affezionarsi a Cagliostro, si legĂČ a quellâuomo che spesso giocava con lui.
Durante questi passatempi, Cagliostro gli mostrava vari disegni, gli poneva domande, gli insegnava le risposte, e lo trovava ben disposto a imparare. Gli disse che avrebbe potuto rendere felici suo padre, sua madre, i fratelli, perfino il suo fedele servitore e tutto ciĂČ che amava, se avesse fatto tutto ciĂČ che lui gli chiedeva, e se non avesse mai parlato con nessuno delle cose che discutevano insieme. Al contrario, doveva riferirgli tutto ciĂČ che ciascuno di noi diceva su di lui. Inoltre, lo minacciava di tagliarlo pezzo per pezzo con la spada che portava con sĂ©, se avesse rivelato qualcosa o non si fosse comportato secondo le sue istruzioni.
Da ciĂČ si puĂČ comprendere facilmente perchĂ©, dopo ogni operazione, il bambino apparisse tanto agitato: la paura di non saper recitare bene la lezione gli faceva salire il sangue alla testa. Il piccolo, come detto, veniva continuamente incoraggiato da noi a conquistarsi lâaffetto di Cagliostro, e faceva tutto ciĂČ che il nostro taumaturgo gli chiedeva. Prima della prima cosiddetta operazione magica, Cagliostro gli aveva promesso una bella uniforme, se avesse svolto bene il suo compito; e il giorno seguente, su richiesta di Cagliostro, i genitori gli fecero confezionare unâuniforme.
Il bambino, cosĂŹ, diventĂČ sempre piĂč sicuro. Sotto il foglio su cui erano disegnati i caratteri magici, ce nâera un altro, sul quale erano raffigurate, in ordine, tutte le apparizioni che Cagliostro avrebbe richiesto. Il bambino le vedeva e allora poteva rispondere sempre nel modo piĂč naturale:
âOra vedo un bosco... ora questo, ora quello.â
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, pp. 42-47.
Cagliostro a Mittau (1)
[p. 28] In seguito, egli realizzĂČ alcuni esperimenti chimici nella casa di mio padre, alla presenza dello stesso e del signor ciambellano von der Howen. A entrambi diede lâassicurazione che avrebbe condiviso alcuni di quei segreti con la loggia che stava per fondare. Come prova del fatto che forze superiori erano in suo potere, dichiarĂČ che il giorno seguente avrebbe compiuto un esperimento magico su un bambino di circa sei anni, sempre in presenza di quei signori.
Il giorno arrivĂČ.
Mio padre e mio zio [p. 30] si recarono dal signor von der Howen, e per questo esperimento fu scelto il figlio minore del mio defunto zio paterno.
Non posso affermare con certezza come Cagliostro abbia realmente operato in quellâoccasione, poichĂ© non fui testimone diretta; ma i signori ci riferirono i fatti nei seguenti termini:
Cagliostro avrebbe versato sulla mano sinistra e sul capo del bambino (cosĂŹ almeno egli stesso affermĂČ) lâolio della sapienza, e lo avrebbe cosĂŹ consacrato, recitando un salmo, come futuro veggente.
Il bambino, durante lâoperazione, si sarebbe molto agitato e sarebbe caduto in un forte sudore; a quel punto Cagliostro dichiarĂČ che quello era un segno sicuro: gli spiriti avevano trovato gradimento in lui.
Successivamente, scrisse dei caratteri sulla mano e sul capo del bambino, e gli ordinĂČ di fissare senza sosta la mano unta, mentre lui stesso cominciava le invocazioni.
Prima di iniziare, [p. 32] aveva chiesto a mio zio che tipo di apparizione desiderasse per il figlio â senza che il bambino udisse la conversazione. Mio zio gli aveva chiesto che apparissero la madre e la sorella, che si trovavano a casa, affinchĂ© il bambino non si spaventasse alla vista.
Circa dieci minuti dopo lâinizio dellâinvocazione, il bambino avrebbe esclamato:
âVedo mia madre e mia sorella.â
Cagliostro allora gli avrebbe chiesto:
âChe cosa fa tua sorella?â
E il bambino avrebbe risposto:
âSi tiene il cuore, come se le facesse male.â
Dopo un poâ, il bambino avrebbe aggiunto:
âAdesso mia sorella sta baciando mio fratello, che Ăš appena tornato a casa.â
Ora, va detto che, quando i signori si recarono da von der Howen per svolgere lâesperimento â in una casa che si trovava a poche strade da quella di mio zio â quel fratello della mia cugina non si trovava in cittĂ . Nessuno lo attendeva quel giorno: lo si credeva distante piĂč di sette miglia.
Tuttavia, proprio nellâora dellâinvocazione, mio cugino tornĂČ inaspettatamente a casa, senza che nessuno lâavesse previsto.
E nello stesso momento, la mia cugina, sorella del bambino, ebbe un attacco cosĂŹ forte di palpitazioni, da sentirsi molto male.
Poco dopo lâinvocazione, Cagliostro tornĂČ con mio zio, con von der Howen e con mio padre. [p. 34] I tre, rientrando, furono grandemente stupiti nel trovare lĂŹ mio cugino â lâapparizione âprofetizzataâ dal bambino â e nellâapprendere che mia cugina aveva avuto un malore al cuore, proprio come descritto nella visione.
Fu cosĂŹ che essi stessi iniziarono a sostenere con convinzione la fondazione della Loge dâAdoption proposta da Cagliostro.
Charlotte Elisabeth von der Recke, Nachricht von des berĂŒchtigten Cagliostro Aufenthalte in Mitau im Jahre 1779, pp. 28-34.
Interrogatoire de la Dame Balsamo.
Archives de l'Empire, Y, 13123.
Interrogatoire fait par nous Bernard-Louis-Philippe Fontaine, conseiller du Roi, commissaire au Chatelet de Paris, De l'ordre du Roi à nous adressé par M. le lieutenant général de police à la nommée Laurence Féliciani, femme du sieur Joseph Balsame, Italien, actuellement détenue de l'ordre du Roi au couvent de Sainte-Pélagie, à Paris. Sur les faits à elle imputés et pour lesquels elle est détenue en ladite maison, en laquelle nous nous sommes transportés à l'effet dudit interrogatoire, et ayant été amenée dans un des parloirs dudit couvent, nous avons procédé à cet interrogatoire ainsi qu'il suit.
PremiĂšrement, lâayant enquise de nous dire ses nom, surnom, Ăąge, pays, qualitĂ©s et demeure, elle a rĂ©pondu, aprĂšs serment par elle fait de dire vĂ©ritĂ©, quâelle se nommait Laurence FĂ©liciani, ĂągĂ©e de dix-huit ans, Ă ce quâelle croit, native de la ville de Rome, femme de Joseph Balsamo, dessinateur Ă la plume.
InterrogĂ©e combien il y a de temps quâelle est mariĂ©e avec le sieur Balsamo, quel Ă©tait son Ă©tat avant son mariage, quel est celui de ses pĂšre et mĂšre, et comment elle a fait la connaissance de son mari,
A rĂ©pondu quâau mois dâavril prochain il y aura quatre annĂ©es quâelle est mariĂ©e avec le sieur Balsamo, que son mariage a Ă©tĂ© cĂ©lĂ©brĂ© Ă Rome, en lâĂ©glise de Saint-Salvator in Campo ; quâavant son mariage elle demeurait chez son pĂšre, nommĂ© Joseph FĂ©liciani, qui est fondeur en mĂ©tal, et qui avait sa boutique sur lâestrade de Pelligrini, Ă Rome ; quâelle a fait la connaissance de son mari dans la maison dâune Napolitaine, voisine de son pĂšre ; que son pĂšre a consenti au mariage, quâil nâen Ă©tait cependant pas trop content, parce quâelle Ă©tait trop jeune, mais quâelle a sollicitĂ© son pĂšre, parce quâelle aimait son mari.
InterrogĂ©e oĂč elle a demeurĂ© avec son mari depuis leur mariage jusquâau moment quâils sont venus en France,
A rĂ©pondu quâils sont restĂ©s environ sept mois Ă Rome ; que de lĂ ils sont passĂ©s Ă Notre-Dame de Lorette, de lĂ Ă Berg, dans lâĂtat de Venise, de lĂ Ă Milan, de lĂ Ă GĂȘnes, ensuite Ă Aix en Provence, ville de France ; que de lĂ ils ont passĂ© Ă Barcelone, en Espagne, oĂč ils sont restĂ©s environ quatre mois ; que de lĂ ils ont Ă©tĂ© Ă Madrid, oĂč ils sont restĂ©s un an ; quâaprĂšs cela ils ont passĂ© Ă Lisbonne, oĂč ils ont restĂ© environ quatre mois, et que câest de Lisbonne quâils sont ensuite passĂ©s Ă Londres, oĂč ils ont sĂ©journĂ© lâespace dâenviron sept mois ; de lĂ ont passĂ© Ă CantorbĂ©ry, en Angleterre, oĂč ils sont restĂ©s environ quatre mois, et que câest de lĂ quâils sont partis pour se rendre en France, dans lâintention de se rendre Ă Paris.
InterrogĂ©e sur les motifs qui les ont dĂ©terminĂ©s Ă quitter successivement les diffĂ©rents endroits quâils ont habitĂ©s, et comment ils ont fait pour subsister,
A rĂ©pondu que pendant le sĂ©jour quâils ont fait Ă Rome, son mari a travaillĂ© pour M. le cardinal Orsini, qui lui a accordĂ© sa protection, et pour lequel il a fait diffĂ©rents papiers superbes ; que malheureusement ils ont fait la connaissance dâun marquis Alliat, Sicilien, qui se disait colonel et ministre plĂ©nipotentiaire du roi de Prusse ; que le marquis a proposĂ© Ă son mari de le faire capitaine au service de la Prusse, de le mener en Allemagne, oĂč il serait secrĂ©taire italien ; que son mari a acceptĂ© ces propositions, en a fait part au cardinal Orsini, qui lui a donnĂ© une lettre de recommandation pour le gouverneur de Lorette, oĂč ils devaient passer, comptant faire le voyage de Berlin ;
Que sâĂ©tant rendus, elle et son mari, le marquis Alliat et un abbĂ©, qui Ă©tait son secrĂ©taire, Ă Lorette, ils se sont adressĂ©s au gouverneur, qui a donnĂ© cinquante sequins dâItalique au marquis Alliat, sur la lettre du cardinal Orsini, mais quâelle imagine que le marquis, quâelle a appris depuis ĂȘtre un coquin, avait imitĂ© les caractĂšres de la lettre du cardinal, et y avait ajoutĂ© quelque chose pour avoir cet argent ; quâau surplus elle ne lâa pas vu faire, mais quâelle est persuadĂ©e que la lettre du cardinal Ă©tait une simple recommandation ;
Quâavec cet argent ils ont voyagĂ© jusquâĂ Berg, ville de Venise ; que le troisiĂšme jour de leur arrivĂ©e le marquis Alliat sâest en allĂ© avec un domestique allemand, et que le mĂȘme jour, au soir, elle, son mari et le secrĂ©taire du marquis, qui Ă©tait restĂ©, ont Ă©tĂ© arrĂȘtĂ©s Ă lâauberge oĂč ils logeaient, et, le lendemain, conduits devant le magistrat, qui les a interrogĂ©s sur de fausses lettres que le marquis avait faites, et quâaprĂšs cela le magistrat leur a fait dire quâils Ă©taient en libertĂ©, et quâils pouvaient aller oĂč bon leur semblerait ;
Que pour sâaider ils ont vendu tous leurs effets et sont passĂ©s Ă Milan ; que son mari nâa pas osĂ© retourner Ă Rome, parce quâil craignait que le cardinal Orsini ne fĂ»t fĂąchĂ© contre lui, parce quâil Ă©tait cause quâil avait Ă©tĂ© trompĂ© par le marquis ; quâĂ Milan ils se sont habillĂ©s en pĂšlerins, nâayant pas dâargent, dans lâintention de passer en Espagne ; quâils sont passĂ©s par Aix, en Provence, pour se rendre Ă Barcelone ; quâils y sont restĂ©s pendant quatre mois, que son mari a travaillĂ© pour le vice-roi, mais quâils ont Ă©tĂ© obligĂ©s de quitter Barcelone, parce que le vice-roi avait pris une fantaisie pour elle, interrogĂ©e, voulait sâamuser avec elle, et sur ce quâelle lâavait rebutĂ©, avait pris beaucoup dâhumeur contre eux et voulait les chagriner et la faire arrĂȘter sous prĂ©texte quâelle nâĂ©tait pas mariĂ©e, et que pour le dĂ©tromper elle a Ă©tĂ© obligĂ©e de faire venir son extrait de mariage de Rome ;
Que de Barcelone ils ont passĂ© Ă Madrid ; que pendant lâannĂ©e quâils y sont restĂ©s, son mari a gagnĂ© sa vie Ă travailler pour diffĂ©rents seigneurs, singuliĂšrement pour le duc dâAlbe ; que la connaissance que son mari a faite dâun Sicilien, avec lequel il sâest ensuite brouillĂ©, et les mauvais propos tenus contre lui par ce Sicilien, ont dĂ©terminĂ© son mari Ă quitter Madrid volontairement pour passer Ă Lisbonne ; mais quâelle, interrogĂ©e, sây Ă©tant toujours trouvĂ©e malade par la grande chaleur du climat, ils ont pris le parti de passer en Angleterre ;
Quâils ont Ă©tĂ© Ă Londres, oĂč son mari a Ă©tĂ© malade pendant un mois et a Ă©tĂ© arrĂȘtĂ© pour dettes, parce que, ne sachant pas parler anglais et nâayant pas de connaissances, il nâavait pas pu travailler ; que sir Dehels, seigneur anglais, leur prĂȘta des secours pour faire sortir son mari de prison, ensuite le fit travailler Ă Londres et dans un chĂąteau quâil a Ă CantorbĂ©ry ;
Observe quâavant de faire la connaissance de sir Dehels, son mari avait fait celle dâun Sicilien qui prenait la qualitĂ© de marquis de Vivonne, qui gĂąta lâesprit de son mari et lui persuada, pour se procurer de lâargent, de faire venir dans la chambre de sa femme un Anglais de la secte des quakers, et pendant quâil y serait de faire venir un juge pour lui faire un procĂšs et tirer de lâargent de lui, suivant les lois dâAngleterre, ce qui a Ă©tĂ© cause quâils ont passĂ© Ă CantorbĂ©ry, oĂč, ne trouvant plus Ă travailler, ils ont formĂ© le projet de passer en France.
InterrogĂ©e si elle connaĂźt le sieur Duplessis, prenant la qualitĂ© dâintendant de M. le marquis de Prie, qui demeure Ă Paris, rue Neuve des Petits-PĂšres ; comment, dans quel endroit et Ă quelle occasion elle a fait sa connaissance,
A rĂ©pondu que, quittant lâAngleterre et passant en France dans le paquebot, elle y a fait la connaissance du sieur Duplessis, qui lui a fait toute sorte de politesses ainsi quâĂ son mari ; que celui-ci lui ayant montrĂ© de ses ouvrages, le sieur Duplessis en a paru surpris, et lui a dit quâil ferait fortune Ă Paris ; que le sieur Duplessis a dit quâil Ă©tait avocat au Parlement, quâil connaissait beaucoup de seigneurs, quâil nâavait que faire de prendre de lâinquiĂ©tude, quâil le ferait prĂ©senter au Roi, quâil ne fallait plus quâil voyageĂąt ; que sa femme Ă©tait bien aimable, bien gentille et bien douce, quâil ferait tout son possible pour les bien Ă©tablir Ă Paris ;
QuâarrivĂ©s Ă Calais, elle a dit au sieur Duplessis quâelle allait rester Ă Calais, parce quâelle nâavait pas assez dâargent pour aller Ă Paris ; que, sur cela, le sieur Duplessis lui fit toute sorte dâamitiĂ©s et de promesses, et lui proposa de la conduire dans sa chaise de poste Ă Paris ; quâelle nâavait quâĂ laisser son mari, quâil viendrait aprĂšs ; quâelle refusa cette proposition, et quâensuite il fut convenu entre le sieur Duplessis et son mari quâelle se placerait dans la chaise et que son mari la suivrait Ă cheval, et que câest ainsi quâils sont venus Ă Paris.
InterrogĂ©e quelle est la conduite que le sieur Duplessis a tenue avec elle depuis lâinstant quâelle en a fait la connaissance, quelles sont les propositions quâil lui a faites, et si elle sait quelles Ă©taient les vues du sieur Duplessis en se chargeant dâelle et de son mari,
A rĂ©pondu que pour venir de Calais Ă Paris elle a Ă©tĂ© avec le sieur Duplessis dans une chaise de poste et que son mari suivait Ă cheval ; que pendant toute la route le sieur Duplessis nâa cessĂ© de la tourmenter en lui disant quâelle avait fait sur lui la plus grande impression ; quâil lâaimait Ă la fureur, quâelle Ă©tait belle, quâelle Ă©tait jeune, quâelle Ă©tait douce, quâil ne tenait quâĂ elle de faire son bonheur, quâil se chargeait de faire sa fortune, quâil ne lâabandonnerait jamais ; que, lorsquâelle serait Ă Paris, sâil ne parvenait pas Ă faire avoir une place Ă son mari et Ă faire son bonheur, il lui donnerait cent louis pour faire son voyage de Rome, lui faisant entendre quâil Ă©tait trĂšs riche ;
Quâelle, interrogĂ©e, ainsi tourmentĂ©e contre son grĂ©, a Ă©tĂ© plusieurs fois tentĂ©e de rester en chemin et dâabandonner le sieur Duplessis, afin de se soustraire Ă ses sollicitations et aux violences mĂȘme quâil lui faisait souvent dans la voiture pour lui arracher des faveurs ; mais que, connaissant le caractĂšre bouillant et emportĂ© de son mari, elle craignit de lui faire part de ce qui se passait, ce quâelle aurait Ă©tĂ© obligĂ©e de faire si elle eĂ»t refusĂ© de continuer la route, et prit le parti de suivre le sieur Duplessis, toujours en rĂ©sistant Ă ses persĂ©cutions.
QuâarrivĂ©e Ă Paris dans la matinĂ©e, le sieur Duplessis les a conduits chez lui ; que lĂ , elle et son mari ont demandĂ© dâĂȘtre placĂ©s dans une auberge ; que son mari est sorti avec un Français de la connaissance du sieur Duplessis pour en aller chercher une ; que, pendant environ une heure quâelle est restĂ©e avec le sieur Duplessis seul, ce dernier sâest jetĂ© Ă ses genoux et a recommencĂ© de nouveau ses vives sollicitations, tantĂŽt furieux, tantĂŽt pleurant, et faisant toutes sortes dâefforts pour obtenir dâelle des faveurs quâelle persistait Ă lui refuser ;
Quâau retour de son mari ils ont dĂźnĂ© chez le sieur Duplessis, qui leur dit que lâauberge quâils avaient Ă©tĂ© voir Ă©tait trop chĂšre pour eux, et leur annonça quâil les placerait dans une chambre qui ne leur coĂ»terait rien ; quâaprĂšs le dĂźner, il les mena lâun et lâautre dans la chambre quâils ont occupĂ©e dans la maison de madame la marquise de Prie, et quâaprĂšs cela le sieur Duplessis a menĂ© elle interrogĂ©e Ă lâOpĂ©ra, du consentement de son mari, qui ne put y aller parce quâil Ă©tait malade du voyage ;
QuâaprĂšs lâOpĂ©ra il lâa menĂ©e chez lui ; quâelle interrogĂ©e, qui Ă©tait persuadĂ©e quâil la conduisait oĂč Ă©tait son mari, nâa reconnu la supercherie que lorsquâelle a Ă©tĂ© chez le sieur Duplessis, qui a recommencĂ© ses persĂ©cutions et ses violences auxquelles elle a toujours rĂ©sistĂ©, et quâaprĂšs cela il lâa ramenĂ©e lui-mĂȘme dans la chambre de son mari, qui Ă©tait au lit ;
Que pendant six semaines ou deux mois, ces mĂȘmes persĂ©cutions et violences ont eu lieu toutes les fois que le sieur Duplessis a eu lâadresse de se trouver seul avec elle, mais sans aucun succĂšs ; quâelle ne peut cependant pas se dispenser de dĂ©clarer que les maniĂšres gĂ©nĂ©reuses du sieur Duplessis, la tendresse quâil lui marquait, ses expressions amoureuses, ses promesses, lui firent prendre de lâinclination pour lui, joint Ă ce que son mari lui causait quelquefois du chagrin par vivacitĂ© et jalousie ;
Quâun jour, entre autres, le sieur Duplessis lui annonça que, ne pouvant pas vivre sans la possĂ©der, parce quâil Ă©tait trop amoureux, il avait pris le parti de la quitter ; quâelle, interrogĂ©e, voit bien aujourdâhui que ce nâĂ©tait quâune finesse de la part du sieur Duplessis, qui avait pour objet de connaĂźtre sa façon de penser, mais quâalors elle imagina quâil parlait sĂ©rieusement, ce qui lui fit beaucoup de peine, parce que dâun cĂŽtĂ© elle avait pris de lâinclination pour lui, et que, de lâautre, elle imaginait bien que son mari jaloux croirait que le sieur Duplessis lâabandonnait parce quâelle avait cĂ©dĂ© ;
Ce qui lui fit prendre le parti dâavoir un ton plus doux avec le sieur Duplessis et de lui laisser concevoir des espĂ©rances ;
Quâun dimanche, ayant dĂźnĂ© avec son mari chez le sieur Duplessis, aprĂšs le dĂźner elle resta seule avec le sieur Duplessis, parce que son mari, quoique jaloux, avait confiance en elle, sâen alla faire visite au sieur Mercuraz, apothicaire, et Ă sa femme, dont le sieur Duplessis leur avait fait faire connaissance en arrivant Ă Paris ; que ce fut dans ce tĂȘte-Ă -tĂȘte que le sieur Duplessis vint Ă bout de ses desseins Ă force de sollicitations et de violences ; que son mari revint peu de temps aprĂšs ;
Que depuis cette Ă©poque le sieur Duplessis lui tĂ©moigna, toutes les fois quâil put la rencontrer seule, quâil Ă©tait jaloux de son mari, et lui fit entendre quâil fallait quâelle sâen sĂ©parĂąt ; quâen France les femmes avaient cette libertĂ© ; que la justice nây pourrait rien ; quâil ne savait comment elle pouvait vivre avec un vilain homme comme celui-lĂ ;
Quâun jour, elle interrogĂ©e, ayant fait des reproches au sieur Duplessis de ce quâil continuait de voir une nommĂ©e madame Foucher, marchande de modes, rue Saint-HonorĂ©, quâelle sâaperçut ĂȘtre bien avec lui, cela donna de lâhumeur au sieur Duplessis, qui, le soir, en les quittant elle et son mari, leur tĂ©moigna beaucoup de froideur, ce qui donna lieu Ă son mari de penser quâil sâĂ©tait passĂ© quelque chose entre elle et le sieur Duplessis ; que ce dernier lui avait ĂŽtĂ© son honneur, ce qui le fit entrer dans une si grande fureur quâil est sorti sur-le-champ, Ă©tant alors environ dix heures du soir, pour aller chercher le sieur Duplessis chez la dame Foucher, oĂč il allait tous les soirs, et le forcer de se battre avec lui, et quâelle ne sait pas ce qui sâest passĂ© ;
Que le sieur Duplessis lâa toujours tourmentĂ©e pour quitter son mari toutes les fois quâil en a trouvĂ© lâoccasion, et lui a tournĂ© la tĂȘte Ă cet Ă©gard ; quâil lui a conseillĂ© de prendre tous les papiers de son mari, ce quâelle nâa pas voulu faire, parce quâelle a senti que cela pourrait lui faire beaucoup de peine ; quâil lâa aussi sollicitĂ©e de prendre toutes ses robes, tous ses diamants et ses effets, lui faisant entendre quâil la placerait dans une chambre du faubourg Saint-Germain, sous la protection de M. le prince de Conti, et que personne, pas mĂȘme le Roi, nây pourrait rien ;
Mais quâelle a toujours rĂ©sistĂ© Ă ses sollicitations, ce qui donnait de lâhumeur au sieur Duplessis, qui la traitait dâenfant, lui reprochait de nâavoir ni courage ni esprit.
QuâĂ lâoccasion dâune scĂšne qui eut lieu dans la maison de madame la marquise de Prie entre un fripier et son mari pour raison dâun habit, le sieur Duplessis, qui Ă©tait lâauteur de cette contestation, parce que câĂ©tait lui qui avait dĂ©chirĂ© un cachet que le fripier avait attachĂ© Ă cet habit, a dit Ă elle et Ă son mari quâils ne pouvaient plus demeurer dans cette maison, et les a amenĂ©s lâun et lâautre loger chez lui, oĂč ils sont restĂ©s quatre ou cinq jours ;
Que, comme il nâavait pas beaucoup de logement, son mari a cherchĂ© une auberge, et a louĂ© un appartement rue des Vieux-Augustins ; que lorsquâil a Ă©tĂ© question de sâen aller, le sieur Duplessis a pris le prĂ©texte quâil lui Ă©tait dĂ» de lâargent, et nâa pas voulu que son mari emportĂąt sa malle et ses effets, et a traitĂ© son mari de coquin et dâescroc ; quâalors son mari, furieux, lui a dit quâil sâadresserait Ă la justice ; que le sieur Duplessis lui a dit quâil aille au diable ; quâelle et son mari se sont en allĂ©s ensemble ; que sur-le-champ ils ont Ă©tĂ© chez M. de Sartine pour lui porter leur plainte ;
Observant que le sieur Duplessis avait prĂ©venu elle interrogĂ©e du refus quâil ferait de la malle ; quâelle nâavait que faire de sâinquiĂ©ter, et quâelle nâavait quâĂ le laisser faire ; quâelle ne savait pas quelles Ă©taient ses vues ;
Que le surlendemain, qui Ă©tait un samedi, elle prit le parti dâaller trouver le sieur Duplessis, dans lâespĂ©rance quâelle le dĂ©terminerait Ă remettre la malle ; que le sieur Duplessis sây refusa toujours, et la sollicita de dĂźner avec lui, en lui disant quâaprĂšs le dĂźner ils reparleraient de cela ; quâelle se dĂ©termina Ă dĂźner avec lui, persuadĂ©e que le sieur Duplessis lui remettrait ses effets ; quâaprĂšs le dĂźner, il lui fit boire un verre de liqueur dont elle eut la tĂȘte tout Ă©tourdie, et quâaprĂšs le dĂźner le sieur Duplessis est sorti en disant quâil allait chez le commissaire Fontaine, qui lui avait tĂ©moignĂ© beaucoup dâamitiĂ©, et quâil Ă©tait bien sĂ»r quâil ferait de lui tout ce quâil voudrait, en assurant elle interrogĂ©e quâil reviendrait de bonne heure ;
Que cependant le sieur Duplessis nâest rentrĂ© quâĂ minuit, et quâĂ cette heure elle nâa pas osĂ© retourner avec son mari, ce que le sieur Duplessis avait bien prĂ©vu et ce quâil dĂ©sirait ; quâĂ la sollicitation du sieur Duplessis elle a couchĂ© cette nuit-lĂ avec lui, toujours persuadĂ©e, dâaprĂšs ce que lui avait dit le sieur Duplessis, que son mari ne pouvait lui rien faire ;
Que le lendemain dimanche, dans lâaprĂšs-midi, le sieur Duplessis lui a dit quâil allait la conduire chez le commissaire Fontaine ; quâelle nâavait que faire dâavoir peur, quâil fallait quâelle dise quâelle nâĂ©tait pas mariĂ©e, que les papiers de son mariage Ă©taient faux, que câĂ©tait son mari qui travaillait Ă la plume qui les avait faits, quâil avait Ă©tĂ© obligĂ© de sortir de Rome pour avoir fait de faux billets, quâil avait Ă©tĂ© obligĂ© aussi de se sauver de tous les endroits oĂč ils avaient Ă©tĂ© pour la mĂȘme raison, que câĂ©tait un coquin qui nâavait jamais voulu travailler ;
Et sur ce que elle interrogĂ©e, qui est dĂ©licate de conscience, lui a dit quâelle ne pouvait pas dire ces choses-lĂ puisquâelles Ă©taient fausses, il lui a rĂ©pliquĂ© quâelle nâavait quâĂ le dire sur la conscience de lui Duplessis, parce que son mari le lui avait dit ;
Quâelle a suivi le sieur Duplessis chez le commissaire Fontaine, auquel elle a dit Ă peu prĂšs tout ce que le sieur Duplessis lui avait dit de dire ; quâen sortant de chez le commissaire ils sont retournĂ©s chez le sieur Duplessis, et que lĂ le sieur Duplessis lâa mise entre les mains de Morat, son domestique, et de sa femme, qui lâont conduite chez la femme ThĂ©ron, rue Saint-HonorĂ©, oĂč elle a Ă©tĂ© arrĂȘtĂ©e.
Que depuis ce moment-lĂ elle nâa pas vu le sieur Duplessis, si ce nâest une seule fois, dont elle va rendre compte ; mais que presque tous les jours le sieur Morat et sa femme sont venus la voir de la part du sieur Duplessis et lui apporter des nouvelles, lui dire quâelle nâavait rien Ă craindre, quâelle Ă©tait sous la protection de madame la marquise de Prie, et que lui Duplessis la protĂ©gerait et emploierait pour elle jusquâĂ sa derniĂšre chemise.
Qu'au bout d'une quinzaine de jours, ledit Morat et sa femme sont venus lui dire qu'il fallait qu'elle allùt chez le sieur Duplessis, comme de son propre mouvement ; qu'il était bien dans le chagrin parce que son mari l'accusait de l'avoir enlevée et le poursuivait en justice ; qu'elle ne trouverait pas M. Duplessis, mais qu'elle trouverait madame la marquise de Prie, parce qu'il fallait qu'il parût que c'était elle qui la protégeait ; qu'elle dirait à madame de Prie qu'elle venait seulement demander à M. Duplessis des chemises et quelque chose par charité, et qu'il fallait aussi qu'elle dßt que la femme chez laquelle elle était l'avait trouvée par les rues.
Qu'en effet, ledit Morat et sa femme l'ont conduite chez ledit sieur Duplessis, dans l'appartement duquel elle a trouvé ladite dame marquise de Prie, à laquelle elle a dit tout ce que ledit Morat et sa femme lui avaient dit de dire ; que ladite marquise de Prie lui a annoncé qu'elle la prenait sous sa protection ; lui a dit qu'elle avait de l'obligation au sieur Duplessis, qu'il était dans l'embarras pour avoir voulu lui rendre service, qu'il fallait qu'elle rendßt une plainte contre son mari ; qu'elle dßt qu'elle ne voulait pas vivre avec son mari et défendre ledit sieur Duplessis, et qu'elle allùt le lendemain chez Me Delpech, qui était son avocat.
Que si elle faisait tout cela, elle la ferait mettre dans un couvent, qu'elle payerait sa pension, qu'elle lui donnerait de l'argent pour retourner Ă Rome, et qu'elle parlerait pour elle au nonce du Pape.
Lui a dit aussi qu'elle croyait que le sieur Duplessis était innocent, mais que quand il ne le serait pas, il ne faudrait pas le dire, parce qu'ils seraient renfermés tous les deux pour tout le temps de leur vie.
Que le sieur Duplessis est survenu, qu'il a pleurĂ©, et a dit Ă elle, interrogĂ©e, qu'il avait manquĂ© d'aller Ă BicĂȘtre ; qu'elle Ă©tait une honnĂȘte femme, incapable de faire du mal, ainsi que lui, et autres choses ; et que la marquise de Prie, en la renvoyant, lui a donnĂ© douze francs, en disant que c'Ă©tait pour avoir des fiacres.
Que le lendemain elle a Ă©tĂ© conduite par la femme ThĂ©ron chez lâavocat Delpech, auquel elle a parlĂ© ; quâelle lâa trouvĂ© fort doux et fort honnĂȘte, quâelle lui a contĂ© une partie de ce quâon lui avait dit de dire, quâil lui a demandĂ© oĂč elle demeurait, quâelle lui a rĂ©pondu de sâadresser Ă la femme ThĂ©ron, qui a donnĂ© sa demeure, et qui a continuĂ© de soutenir quâelle avait trouvĂ© elle, interrogĂ©e, dans la rue, et sâen Ă©tait chargĂ©e par charitĂ©.
Que le lendemain ou le surlendemain, ladite femme Morat est venue voir elle interrogĂ©e, et lui a dit que le sieur Duplessis Ă©tait bien content de ce quâelle avait dit Ă lâavocat, quâelle Ă©tait bien aimable, quâil y avait encore une dĂ©marche Ă faire, quâil fallait quâelle allĂąt chez Me Ladry, procureur ; que câĂ©tait la derniĂšre fois quâelle irait par justice, et quâelle serait dĂ©barrassĂ©e de son mari ; que ladite femme ThĂ©ron lâa conduite chez ledit sieur Ladry, quâelle a bien reconnu pour lâavoir vu chez ledit sieur Duplessis, oĂč il a dĂźnĂ© plusieurs fois ;
Quâelle a dit audit sieur Ladry tout ce que ledit sieur Duplessis lui avait conseillĂ© de dire contre son mari ; quâelle a Ă©tĂ© deux fois chez ledit sieur Ladry, et que lâune de ces deux fois elle y a trouvĂ© ledit sieur Duplessis, qui a apportĂ© audit sieur Ladry un gros mĂ©moire quâil avait fait pour elle contre son mari, en le priant bien fort de le faire copier, afin quâon ne vĂźt pas que câĂ©tait de lui ;
Que ledit sieur Ladry, en jurant en français, lui a dit quâil Ă©tait beaucoup trop gros, et en sâadressant Ă elle, interrogĂ©e, il lui a demandĂ© si tout ce qui Ă©tait dans ce mĂ©moire Ă©tait vrai ; quâelle lui a rĂ©pondu oui, ainsi quâelle Ă©tait convenue de le faire, mais que dans le fait il nây avait rien de vrai, si ce nâest lâhistoire dâAngleterre, et que tout le reste le sieur Duplessis lâavait pris dans son imagination, que mĂȘme elle nây a rien compris ;
QuâaprĂšs cela ledit sieur Ladry lui a dit quâil fallait faire un mĂ©moire beaucoup plus court et y mettre les choses les plus essentielles ; que ledit sieur Ladry a Ă©crit ce quâelle a dit, et quâensuite il lui a demandĂ© si elle savait signer, et que lui ayant dit que non, il lui a fait faire une croix ; que ladite femme ThĂ©ron, qui Ă©tait prĂ©sente, a signĂ© comme tĂ©moin.
Que dans ce mĂȘme temps, ladite femme Morat est venue chez ladite femme ThĂ©ron ; que ne lâayant pas trouvĂ©e, elle sâest adressĂ©e Ă la femme Malon, qui demeure chez ladite femme ThĂ©ron, et lui a donnĂ© un louis en disant quâil fallait faire venir un Ă©crivain, lui faire Ă©crire le mĂ©moire pour quâon ne reconnĂ»t pas lâĂ©criture du sieur Duplessis, qui Ă©tait connue chez M. de Sartine ; quâelle nâa pas voulu faire cela ;
QuâĂ cette occasion la femme ThĂ©ron et la femme Malon se sont fĂąchĂ©es contre elle, lui ont dit quâelle Ă©tait un enfant ; que ladite femme Morat Ă©tant revenue pour savoir de la part du sieur Duplessis ce qui avait Ă©tĂ© fait, et ayant appris quâelle nâavait pas voulu faire venir dâĂ©crivain, elle a dit que puisquâelle voulait faire Ă sa tĂȘte, il fallait la conduire chez un commissaire pour faire sa plainte contre son mari ;
Que ladite femme Malon lâa conduite chez un commissaire pour faire sa plainte ; que le commissaire lui a dit quâil nâentendait pas son langage ; quâil fallait faire Ă©crire ce quâelle avait Ă dire, et lui a tournĂ© le dos en disant Ă la femme Malon : « Je vous lâavais dit hier, quâil fallait Ă©crire. »
Observant quâelle se rappelle que quelques jours aprĂšs son entrĂ©e chez ladite femme ThĂ©ron, ladite femme Morat a remis douze francs Ă ladite femme ThĂ©ron, pour la nourriture dâelle interrogĂ©e ; quâelle est restĂ©e chez ladite femme ThĂ©ron jusquâau moment oĂč elle a Ă©tĂ© arrĂȘtĂ©e, et que lorsque nous sommes venus chez cette femme, elle nous a rĂ©pĂ©tĂ© quâelle ne connaissait pas le sieur Duplessis, et quâelle avait trouvĂ© elle interrogĂ©e, dans la rue.
InterrogĂ©e quelles sont les connaissances que le sieur Duplessis lui a fait faire Ă Paris, Ă quelles personnes il lâa prĂ©sentĂ©e ou fait prĂ©senter, et sous quel prĂ©texte,
A rĂ©pondu que le sieur Duplessis lui a fait connaĂźtre ledit sieur et dame Mercuroz, ladite dame Foucher, la dame marquise dâAlogny, qui avait promis Ă son mari de le faire connaĂźtre pour ses ouvrages Ă M. le marĂ©chal de Richelieu, et un maĂźtre Ă danser, que le sieur Duplessis lui a donnĂ©, qui sâappelle Lion.
InterrogĂ©e pourquoi le sieur Duplessis les a renvoyĂ©s de chez lui vers la fin de dĂ©cembre dernier, et si elle nâĂ©tait pas dâintelligence avec ledit sieur Duplessis Ă cet Ă©gard,
A rĂ©pondu que le sieur Duplessis ne les a pas renvoyĂ©s, que câest son mari qui a cherchĂ© un appartement, parce que le sieur Duplessis lui faisait tout plein dâimpertinences ; quâelle nâĂ©tait point dâaccord avec le sieur Duplessis ; que ce dernier lui avait dit quâil refuserait de donner leurs effets, parce quâil fallait quâelle quittĂąt son mari, qui Ă©tait un coquin, et quâelle vĂźnt demeurer avec lui Duplessis, quâelle serait heureuse et protĂ©gĂ©e par tout le monde.
InterrogĂ©e pourquoi elle a dit Ă diffĂ©rentes personnes que son mari Ă©tait un coquin, quâil avait Ă©tĂ© obligĂ© de se sauver de Rome, oĂč il avait Ă©tĂ© condamnĂ© Ă ĂȘtre pendu pour avoir fait un faux billet, quâil avait fait de mauvaises affaires dans tous les endroits oĂč il avait Ă©tĂ© et dâoĂč il avait Ă©tĂ© obligĂ© de se sauver, quâil avait voulu la prostituer, notamment Ă Londres, pour avoir de lâargent ; interpellĂ©e de dire si tous ces faits sont vrais ou faux, et pourquoi elle les a rĂ©pandus,
A rĂ©pondu quâil est vrai quâelle a tenu ces propos-lĂ , mais que câest le sieur Duplessis qui lui a conseillĂ© de les tenir, et quâil nây a de vrai que lâhistoire dâAngleterre, telle quâelle nous lâa dite.
Interrogée si elle a connaissance que le sieur Duplessis ait ouvert la malle de son mari,
A rĂ©pondu quâelle nâen a aucune connaissance ; que ledit sieur Duplessis lui a toujours refusĂ© de lui donner jusquâĂ un bonnet ; que son mari, quâelle a vu depuis quâelle est ici, lui a dit que sa malle avait Ă©tĂ© ouverte chez M. de Sartine, quâil nâavait pas trouvĂ© dans sa malle les chemises dâelle interrogĂ©e, si ce nâest deux mauvaises chemises, que cependant il y en avait huit toutes neuves de Hollande ; quâil nâavait pas trouvĂ© non plus une boĂźte de carmin, un livre de secrets et beaucoup dâautres effets, quâelle interrogĂ©e a connaissance que ces effets Ă©taient dans la malle, et quâelle ne sait pas pourquoi ils ne sây trouvent plus.
InterrogĂ©e si elle a connaissance que câest le sieur Duplessis qui ait renvoyĂ© le domestique du sieur Balsame, son mari, en lui donnant de lâargent et ses hardes pour le faire Ă©vader,
A rĂ©pondu quâelle nâa aucune connaissance de cela ; que le lendemain quâelle est sortie de chez le sieur Duplessis, le sieur Balsame ayant donnĂ© six francs Ă ce domestique pour acheter quelque chose, il a disparu ; quâen ayant parlĂ© depuis au sieur Duplessis, il nâest convenu de rien, quâil lui a seulement dit : « Comment voulez-vous que quelquâun vive avec votre mari, qui est un diable ? », et a ajoutĂ© que par charitĂ© il lui avait fait donner six francs par ledit Morat, son domestique.
Interrogée si elle a connaissance que le sieur Duplessis ait attenté à la vie de son mari,
A rĂ©pondu quâelle ne pense pas du tout que le sieur Duplessis ait voulu attenter Ă la vie de son mari.
Observe quâun soir, aprĂšs avoir soupĂ© chez ledit sieur Duplessis, son mari, qui avait mangĂ© des Ćufs, se trouva malade ; quâelle interrogĂ©e et le sieur Duplessis ne mangĂšrent pas de ces Ćufs, parce quâils nâĂ©taient pas dans lâhabitude de souper ; quâun autre jour, sur la fin du temps quâils demeuraient chez le sieur Duplessis, Ă©tant Ă dĂ©jeuner, ledit sieur Duplessis versa du vin au sieur Balsame, qui, ne lâayant pas voulu boire, elle, interrogĂ©e, a pris le verre de son mari pour boire le vin que le sieur Duplessis venait de verser, et quâalors le sieur Duplessis lui ĂŽta le verre des mains et jeta le vin sur le feu, dans la cheminĂ©e, et lui donna Ă boire de la mĂȘme bouteille dans un autre verre ; quâelle dit au sieur Duplessis pourquoi il faisait cela, quâil ne lui rĂ©pondit rien, si ce nâest que son mari lâimpatientait parce quâil ne voulait pas boire.
Ă elle reprĂ©sentĂ© un mĂ©moire rĂ©digĂ© sur une feuille de papier dont les trois premiĂšres pages sont remplies, et dont la quatriĂšme et derniĂšre page est Ă©crite jusque vers la moitiĂ©, intitulĂ© : Ă MONSEIGNEUR LE LIEUTENANT GĂNĂRAL DE POLICE â MĂ©moire pour Lorenza FĂ©liciani, Romaine de nation, Ă©pouse du sieur Joseph Balsame, dessinateur et peintre Ă la plume, contre ledit sieur Joseph Balsame, se disant marquis de Balsame, son mari.
Lecture Ă elle faite de ce mĂ©moire ; interpellĂ©e ensuite de dĂ©clarer si câest elle qui a fait ce mĂ©moire, si elle sait par qui il a Ă©tĂ© fait et Ă©crit,
A rĂ©pondu quâelle ne sait pas par qui ce mĂ©moire a Ă©tĂ© fait ni Ă©crit, quâelle nâen connaĂźt pas le caractĂšre, mais que tout ce quâil contient est faux, et quâil nây a que ce quâelle nous a dit qui soit vrai.
Ensuite, pour constater ledit mémoire, il a été signé et paraphé au haut de chaque page et à la fin de la quatriÚme page par nous commissaire seulement, attendu que ladite Féliciani nous a déclaré ne savoir écrire ni signer, de ce interpellée, et est ledit mémoire ainsi constaté, resté en nos mains.
Lecture faite Ă ladite interrogĂ©e du prĂ©sent interrogatoire et de ses rĂ©ponses, a dit ses rĂ©ponses contenir vĂ©ritĂ©, y a persistĂ©, et a dĂ©clarĂ© ne savoir Ă©crire ni signer, de ce enquise par nous suivant lâordonnance, et nous commissaire avons signĂ©.
Fontaine.
Giacomo Casanova incontra Giuseppe Balsamo e Lorenza Feliciani
Un giorno, a desinare, si parlĂČ di un pellegrino e di una pellegrina arrivati allora nell'albergo medesimo. Erano italiani e si diceva che fossero venuti a piedi da San Giacomo di Campostella; e, siccome entrando in cittĂ avevano distribuito considerevoli elemosine, correva voce che appartenessero a qualche illustre casata. Si assicurava inoltre che la pellegrina era avvenentissima e contava appena diciotto anni. CiĂČ eccitĂČ vivamente la curiositĂ di tutta la brigata.
Interpellato in proposito l'albergatore, ci disse che i nuovi ospiti si erano ritirati nella loro stanza, poichĂ© mostravano di essere eccessivamente stanchi. Nondimeno si pensĂČ di fare loro subito una visita. Io, nella mia qualitĂ d'italiano, dovetti guidare la comitiva. Pensavo fra me che quei due dovevano essere fanatici, come ve ne sono molti in Italia, o diversamente una coppia di scrocconi, che giravano il mondo celando sotto l'abito della pietĂ scopi malvagi.
Trovammo la pellegrina adagiata su una poltrona ed estenuata dalla fatica. Era veramente giovanissima e leggiadra, ma la sua bellezza singolare era come soffusa da un soffio di malinconia. Stringeva fra le mani un crocifisso di metallo giallo, lungo sei pollici; vedendoci, lo pose e si alzĂČ per riceverci.
Il pellegrino, che in quel punto era intento ad aggiustarsi delle conchiglie sotto il mantello di tela incerata, non si mosse col suo contegno, se non che per sua moglie. Egli mostrava avere ventiquattro o venticinque anni; sebbene fosse di bassa statura, era abbastanza ben proporzionato; la sua fisionomia regolare poteva piacere, ma portava l'impronta del sarcasmo e dell'audacia.
Sua moglie, invece, formava un completo contrasto con lui: aveva un'espressione nobile e dolce, ed in tutta la sua persona si sentiva quell'ingenuo pudore che tanta seduzione mette nella donna. Quei due esseri, i quali non parlavano francese che quel tanto che era loro indispensabile per farsi capire, emisero un sospiro di sollievo quando indirizzai loro la parola in italiano.
La pellegrina mi disse che era romana, ma non c'era bisogno che me lo confermasse, poichĂ© il suo grazioso accento me lo faceva comprendere abbastanza. Quanto a lui, io lo giudicai napoletano o siciliano. Il suo passaporto, datato da Roma, lo annunciava sotto il nome di Giuseppe Balsamo, e sua moglie portava quello di Serafina Feliciani, che non lasciĂČ mai. Balsamo, invece, fra dieci anni lo ritroveremo sotto il nome di Cagliostro.
"Ritorniamo a Roma," mi disse la Feliciani, "ben lieti di aver fatto la nostra devozione a San Giacomo di Campostella e a Nostra Signora del Pilar. Abbiamo sempre viaggiato a piedi, vivendo di elemosina per meritarci ancor di piĂč la misericordia di Dio; e, per quanto io non abbia domandato che un soldo di caritĂ , mi vennero sempre date monete d'argento, anche d'oro, di modo che, arrivando in ogni cittĂ , abbiamo dovuto distribuire ai poveri tutto ciĂČ che ci sopravanzava, per non commettere il peccato di dubitare dell'eterna provvidenza. Mio marito, che Ăš forte, non ha molto sofferto, ma io invece ho faticato molto a far tanta strada a piedi, dormendo sulle foglie, su cattivi letti, senza spogliarmi mai, per non contrarre malattie, di cui mi sarebbe poi stato difficilissimo liberarmi."
A sentir questo discorso, credetti intuire che volesse risvegliarci il desiderio di farci osservare essa la finezza della sua pelle, altrove che sulle braccia e sulle mani, delle quali pertanto ci lasciava ammirare gratis la bianchezza e la nettezza.
"Fate conto di rimanere qui qualche tempo, signora?" le domandai io.
"La stanchezza che mi opprime mi costringerĂ a trattenermi tre giorni almeno; poi partiremo alla volta di Roma, passando per Torino, ove vogliamo adorare il Santo Sudario."
"Saprete certamente che ce ne sono parecchi in Europa?"
"Ce lo hanno detto, ma ci assicurano pure che il vero si venera a Torino: Ăš quello di cui Santa Veronica si servĂŹ per asciugare la faccia al nostro Redentore, che vi impresse la sua divina immagine."
Ci ritirammo soddisfattissimi della bella pellegrina, ma prestando poca fede alla sua devozione. Io, debole ancora per la mia recente malattia, non cercai di vederla piĂč intimamente; ma tutti quelli che l'avevano veduta avrebbero volentieri cenato con lei, se l'avessero potuta avere a loro disposizione.
L'indomani, il marito della bella romana venne a chiedermi se volevo andare a far colazione con loro, o se preferivo invece che loro scendessero in camera mia. Preso cosĂŹ alle strette, mi sarei mostrato poco gentile a rispondergli che non desideravo nĂ© l'una nĂ© l'altra; perciĂČ gli dissi che mi avrebbe fatto piacere se venissero da me per l'ascoltare.
Durante la colazione, il pellegrino, da me interrogato sulla sua professione, mi disse che era disegnatore. La sua arte consisteva nel copiare le stampe, ma mi assicurĂČ che era eccellente nel suo genere, e che sapeva copiare una stampa qualsiasi con tanta precisione da rendere malagevole distinguerla dall'originale.
"Mi rallegro con voi. Vuol dire che con siffatta abilitĂ , se non siete ricco, potete sempre guadagnarvi di che vivere in qualunque paese vi troviate."
"Tutti mi dicono cosÏ, ma sbagliano, perché con la mia abilità non posso che morir di fame. Esercitando il mio mestiere a Roma o Napoli, lavoro tutta la giornata per guadagnare un mezzo testone, e questo non mi basta per vivere."
Dopo avermi detto ciĂČ, mi mostrĂČ dei ventagli fatti da lui, e ne rimasi meravigliato. Non si poteva vedere nulla di piĂč bello in quel genere. Erano illustrati a penna, e l'incisione piĂč perfetta non li avrebbe superati.â
Per finire di convincermi, mi fece vedere un Rembrandt, opera sua, piĂč bello ancora, se puĂČ esser possibile, dell'originale stesso. Nondimeno mi giurĂČ che il suo ingegno non gli forniva di che vivere; ma io non gli prestai fede. Egli era uno di quei geni fannulloni che preferiscono una vita di vagabondo a una laboriosa.
Gli offersi un luigi per uno dei suoi ventagli, ma egli si rifiutĂČ, pregandomi di accettarlo gratis, e di fargli in compenso una colletta a tavola, perchĂ© facevano conto di partire entro un paio di giorni.â
Accettai il dono e gli promisi la colletta. Raccolsi circa duecento franchi [50 Ă 60 Ă©cu], che la pellegrina ricevette a tavola, ove noi tutti stavamo seduti.â
Quella bella giovane, ben lungi dal far pompa di libertinaggio, si mostrava al massimo modesta. Invitata a scrivere il suo nome su di un biglietto di lotteria, si scusĂČ dicendo che a Roma non si usava insegnare a scrivere alle ragazze che si voleva allevare oneste e virtuose. Ognuno rise a questa risposta, fatta eccezione per me; la sua situazione mi ispirava compassione, e non volli avvilirla maggiormente. Ma la sua risposta non mi fece comprendere che ella doveva appartenere a una delle piĂč infime classi sociali.â
L'indomani, la bella pellegrina venne a trovarmi in camera per pregarmi di darle una lettera di raccomandazione per Avignone; ed io gliene feci due immediatamente: una per il banchiere Audifret, l'altra per l'albergatore Saint'Omer.â
La stessa mi restituĂŹ quella indirizzata al signor Audifret, dicendomi che suo marito le aveva fatto osservare che non era necessaria. Al tempo stesso, mi pregĂČ di esaminare bene se quella era realmente la stessa mia lettera che avevo loro data. Sorpreso, la guardai per ogni verso, e lei mi espose che era proprio la mia lettera. Allora ella disse ridendo che m'ingannavo, perchĂ© ne era soltanto la copia.â
"Ă impossibile!"â
La pellegrina chiamĂČ suo marito, e questi venne con la mia vera lettera in mano. Non potendo piĂč dubitare di quella magistrale falsificazione, dissi a Giuseppe Balsamo:â
"La vostra abilitĂ Ăš meravigliosa, giacchĂ© una lettera Ăš ben piĂč difficile da contraffare che un'incisione. Voi potete trarre sicuramente gran partito dalle vostre eccezionali attitudini e far molta strada, ma se non sarete saggio, potrete anche rimetterci la vita."â
Essi partirono l'indomani da Aix. Fra dieci anni dirĂČ dove e come rividi Giuseppe Balsamo, sotto il nome di conte Pellegrini, con la buona Serafina sua moglie e ad un tempo sua anima dannata. Mentre scrivo queste Memorie, egli Ăš nelle prigioni di San Leo, donde probabilmente non uscirĂ vivo; e la Feliciani forse Ăš felice in un convento.
Fonte: Giacomo Casanova, Memorie, Parte XII, Capitolo 1, Edizioni Nerbini, Firenze 1920, pp. 1393-4 (traduzione di G. Beccari).
Manoscritto
US Patent US20220345257A1 2019 vs. Ebenezer Sibly, A key to physic, and the occult sciences, London 1794, tra le pp. 260 e 261.

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