«Casa vostra è il luogo in cui potete rilassarvi ed essere voi stessi, ma ciò non significa che dobbiate abusare dell'amore e dell'affetto che gli altri membri della famiglia nutrono per voi»
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«Casa vostra è il luogo in cui potete rilassarvi ed essere voi stessi, ma ciò non significa che dobbiate abusare dell'amore e dell'affetto che gli altri membri della famiglia nutrono per voi»
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un post
Un post che volevo scrivere ma manco quello riesco a fare.
Il regalo migliore è la mia assenza
Mi pare di aver capito, riflettendoci stamattina in una quarantina di secondi senza impedirmi con la forza di farlo, che il mio regalo migliore, per una persona a cui tengo, è la mia assenza.
Ci sono molte probabilità che se tengo a qualcuno, io cominci a farmi vedere e percepire di meno, a diradare le apparizioni, come Mina, come un Elvis obeso, come Battisti che si è rotto il cazzo. Preferendo l'altrove, rispetto al con, preferendo l'idea rispetto alla presenza.
Poi, vabbè, c'è sempre quel vecchio problema che magari qualcuno la possa pensare diversamente, concetto che mal si assortisce con il fatto che se io penso qualcosa, raramente cambio idea.
E allora, se non ci sono, vedilo come un regalo.
Mm
Tutti dal chiuso delle nostre camerette di adolescenti abbiamo doppiato i nastri. Era una faccenda molto importante saper confezionare le cassette da regalare, un giusto compromesso tra quello che piaceva a te e quello che sarebbe potuto piacere all'altro. Dovevi assemblare un invito a nuovi ascolti senza sembrare troppo esperto, soprattutto se la posta in gioco era alta, legata a questioni di cuore. Poi c'era lo stile grafico da imprimere ai titoli mportati in copertina, e poi cosa usare? Penne o pennarelli? Si sono rotte amicizie sui titoli dei brani delle compilation domesti-che. Questo lo dico per esperienza personale.
Mixed By Erry, Simona Frasca
Jack Black vuole tornare bambino
Il mio gatto con me sta bene. Si lascia coccolare, ha un divano tutto per sè, se non dorme sul mio letto. La mia stanza è anche sua, e gli lascio mangiare i crocchini con le zampe.
Nonostante abbia una stabilità, anche una routine, volendo, fatta di pappa in cucina, acqua in camera mia, film guardati sulla mia pancia e coccole e giochini, ogni tanto va in giardino. Lo fa a volte per una semplice passeggiata, altre perchè a casa siamo in troppi e lui non vuole quasi nessuno intorno.
Si mette sempre allo stesso posto: su un divano di legno che costruì mio padre, dove l'ho trovato minuscolo e non si lasciava accarezzare nè prendere. Poi, ogni tanto, si infila nella parte sotto al barbecue, dove l'ho sfiorato la prima volta, complice un wurstel.
È come se avesse bisogno, ogni tanto, di continuare a ritornare cucciolo, di cercare il sè stesso bambino, di ricordarsi com'era e cos'era.
Lo dico sempre: il mio gatto mi somiglia.

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I 10 pezzi migliori tra quelli di un grande artista. Da "Il mio canto libero" a "Cosa succederà alla ragazza" la lista dei capolavori, dal p
Un giorno vi racconterò i traumi psicologici di avere uno che si chiama praticamente come te che fa lo stesso mestiere che volevi fare tu, ma in una maniera illegalmente migliore.
Un premio
Un premio vorrei consegnarmelo da solo, dopo i tanti che ho dato a cani e porci. Per avere avuto per una volta sola il coraggio di fallire come solo io so fare. Prendendomene, però, la responsabilità.
Perché per altri è andata benissimo, per me non poteva andare peggio, tra sbavature ed errori, un compito consegnato con tante cancellature, che però con il tempo verranno fuori e mi faranno pagare il conto, magari che all'inizio prende un bel voto, ma poi tutte le lacune spuntano, hanno il loro peso.
Mi dò il premio per aver guardato fortissimo il fallimento e avergli corso incontro, alla fine assecondandolo, come soltanto il tempo, la vita e i corsi e ricorsi storici mi hanno insegnato.
Ho fallito, ma benissimo.
Come dicevano Woody e Buzz: Questo non è volare, è cadere con stile.
Mm
La sindrome del giocattolo nuovo.
Ho un computer nuovo. Potrei scriverci un libro per la bellezza di questa tastiera. Mi direte: Marco, forse è un po' troppo. E infatti lo è, infatti non lo farò, infatti userò questa pagina soltanto per togliermi lo sfizio di lasciar correre le dita su una tastiera così bella e rumorosa al punto giusto.
L'ultima volta che ho avuto una tastiera così bella, aveva una corsa lunga, un click paradisiaco, dei tasti cicciosi e vintage, era il Macbook del 2008. E con quello, sì, ci ho scritto un libro e migliaia di pagine di questo stesso blog che ho ampiamente dimenticato. Lo stesso ho fatto anche con quello di mezzo, il MacBook che ora è nello zaino, ancora attivo e operoso, che mi aiuta tutti i giorni in ogni tipo di lavoro, con cui ho scritto e prodotto canzoni, scritto format, podcast in quantità industriale, da ormai cinque anni. Quella tastiera che tanto ho amato quando l'ho comprato, con profili bassi, apparentemente silenziosa e sottile e così incredibile al tatto, in realtà alla lunga stanca, proprio per la corsa breve. Infatti poche canzoni, poco lavoro di gusto: tanti articoli e tante recensioni, tante scalette e lavori tecnici. Forse il podcast: ma libri o poesie proprio zero.
La tastiera del precedente, l'iMac fisso rimasto fulminato da un calo di tensione – che poi calo di tensione non era ma mio padre che ha staccato la corrente senza avvisarmi, 'coddue – è ancora con me, e funge da tastiera nel setup da scrivania, da studio, quando registro, quando scrivo cose lunghe e i miei computer diventano, improvvisamente, dei computer fissi.
Ed è difficile da immaginare: ma può una tastiera stimolare la mente, aiutarti se non ad immaginarle, ad avere voglia di partorire storie nuove? Evidentemente si, la sindrome del giocattolo nuovo, è quel microscopico stimolo di dopamina o adrenalina – o chissà quale altra sarcazzo di materia chimica sviluppata dal cervello – che ci porta ad aver più voglia di guardare i film con una tv nuova, a leggere di più con il Kindle, a voler scrivere qualcosa di bello, importante, lungo, con un computer nuovo che ha una tastiera così bella. E click click click. Magari ti viene un'idea provando e riprovando la tastiera nuova. O magari no, magari viene fuori una stronzata, hai soltanto, boh, elencato le tastiere dei computer che hai avuto.
Quel libro scritto in adolescenza sul MacBook bianco era una merda. Ovviamente. Un'idea banale, magari per l'epoca avveniristica: e infatti da quel momento in poi l'hanno fatto in duemila un libro del genere. Ma magari, se non con questo computer nuovo, prima o poi quel computer lo prendo, lo spolvero, e quel libro, quello stesso libro, con quello stesso MacBook, lo riscrivo.
Le nottate in studio mi mancavano, sto registrando una cosa (tralaltro su commissione) ed è un eterno pendolo tra il "quanto faccio cacare" e il "ah, allora me la cavo ancora". Pronto sul ciglio per cadere nel baratro, a fare il funambolo sulle corde del basso. Sempre alla stessa scrivania, ma costruendo qualcosa, che magari non interessa a nessuno ma suona come il mio posto.

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Sono tornato nella mia stanzetta. A raccontare le storie nascoste dentro le canzoni. Comincia la terza stagione di MIm, quella vera. #MIm #podcasting #miminore #spotifypodcast #applepodcast #studio #recording Photo: @phloredanadesiato GFX: @jimpollo.antani @hungryfoolishstudio https://www.instagram.com/p/CmZNO6sjglD/?igshid=NGJjMDIxMWI=
Nella vita m'è successo tre volte di sentirmi dire "sei la persona migliore che conosca". Puntualmente ho deluso le aspettative troppo alte. Potete non dirmelo, tipo, mai più? Grazie.
in ritardo.
Ogni anno decido che l’11.11 devo pubblicare il singolo nuovo e ogni anno fallisco miseramente. Anche stavolta, mancano le voci perché all’ultimo le ho rifatte. La canzone si chiama La Verità, e ieri è uscito un pezzo di Cosmo (che si chiama Marco, come me) che si chiama così. Ogni anno penso anche che l’11.11 sarebbe la data perfetta per un album, ma ogni volta mi ci metto a lavorare con attenzione col coso…come si chiama… ecco. Nel 2016, l’11.11 è uscito Marco. il mio primo disco, quando ancora mi chiamavo nomecognome e mi pare chiaro che “non sono più quello del primo album”, ieri invece è uscito il disco nuovo di TZN (non un capolavoro, per usare un eufemismo). 11.1? La verità? Undici Gennaio? Magari, ci penso. Ah, la superstizione stupida di non guardare le partite del napoli paga, perché ha vinto. Undicesima vittoria. Questo post volevo scriverlo ieri, ma sai com’è.
Devo riprendermi il mio umore. Metterlo a posto, riordinarne i pezzi come i dischi o i libri sugli scaffali. Mentre le giornate si accumulano come mattoncini Tetris che non si azzerano, devo necessariamente riappropriarmi del mio umore, farci i conti, proteggerlo. Riafferrarlo dalle mani di chi ci gioca, lo appallottola, lo schiaccia come pongo per fargli prendere forme fastidiose, appuntite, sconvenienti. Mi ritrovo a tenerlo d’occhio, stare attento a dove va perché non sfugga al mio controllo. Con i denti stretti e gli occhi fissi, per limitare gli stimoli esterni, lasciare meno spazio alle tentazioni di infelicità. Mi hanno regalato un Mood Ring, uno di quegli anelli che seguono il campo magnetico o qualcosa del genere: comunque promette di cambiare colore seguendo il mio umore. Un gesto di gentilezza a un concerto, da una fan di Lorde che ha deciso di costruirli e regalarli, ispirandosi a un pezzo di Solar Power. E lo fa, cambia colore, diventa qui rosso, lì verde, là ancora blu chiaro o scuro o tendente all’ottanio. Non ho ancora imparato a comprendere il significato dei colori, ma averlo sulla mano aiuta a prendermi un attimo – un attimo, non basta di più – per porre l’attenzione sulle vibrazioni che cambiano, l’umore che muta, la giornata che cambia piega. Il problema non è comprendere il significato del colore, ma analizzare le ragioni per cui l’umore, l’espressione sul mio volto, la chiave della giornata cambi. E farci i conti.
Fatico a spiegare il mio modo di vivere la musica, i dettagli impercettibili che per me hanno una importanza fondamentale ai limiti della follia. Tipo, in Zitti e Buoni dei Måneskin mi fa impazzire il charleston in un paio di punti della canzone. Oppure per giorni sono rimasto sopraffatto dall’arrangiamento orchestrale di Sanremo con gli archi che armonizzavano sull’assolo di basso di Victoria. Tra le cose che faccio, Mim è la mia isola felice perchè mi dà la possibilità di parlare di queste facezie in maniera non seria, ma con tutto l’amore che riesco, e volevo assolutamente concludere con questa canzone la seconda stagione (lunghissima, durata più di un anno, perchè sono matto e dovevo chiudere 11 episodi). Perchè si, abbiamo vinto gli europei, qualunque altra competizione sportiva, mezzo sconfitto una pandemia, ma quella gioia di quando abbiamo vinto l’Eurovision, wow. E poi Fallon e SNL e l’EMA come Best Rock, e poi vedere i miei nipoti giocare “ai Måneskin”, o la gente nei negozi di musica per comprare chitarre ai figli ispirati dal dominio mondiale dei Måneskin. È bello quando queste cose accadono grazie alla musica, al MIO mondo. Poi arrivano i riccardoni che scopano pochissimo e vogliono dare un nome alle cose senza motivo e trovare difetti a caso, ma questi 1) Suonano, 2) C’hanno i pezzi, 3) Si sono fatti un culo quadrato. Nel faticosissimo episodio di oggi, racconto l’incredibile storia di una canzone che ha conquistato il mondo, ma è anche un esempio di perchè io questa roba la ami così tanto. Il post sulla fine di questa stagione poi arriverà. Per ora, la puntata la trovate dovunque. Il link è in bio e nelle storie. Se vi va, fatemi sapere.
Memme.

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Scriverò su tumblr una cosa molto tumblr, tipo che vorrei dare delle testate contro il muro.
Io sogno una canzone che dica tante cose, un colpo di cannone ma che spari solo rose, però poi m’innamoro di un ritornello scemo, perché Sanremo è Sanremo.
Fossi in voi followerei @miminore_ per la settimana santa. La butto lì. 📷 @phloredanadesiato instagram