9 marzo – Santiago del Cile
La notte trascorre tranquilla e, appena sveglia, mi metto al telefono con la family. È sempre bello vedersi e chiacchierare, anche da così lontano.
Sistemo alcune cose nello zaino, rifaccio il letto, finisco di scrivere il diario di ieri per il blog e poi decido di uscire a fare colazione.
Sono già le 11 (decisamente tardi per una colazione) ma il cartello del bar di fronte cattura subito la mia attenzione: “Chilean Brunch”. Non serve altro per convincermi ad attraversare la strada e curiosare nel menù del mattino. Scopro alcune proposte molto invitanti e mi siedo senza esitare. Ordino un piatto vegano… e mi arriva quella che potrei tranquillamente definire la colazione dei campioni:
-Panqueques con marmelada
-Timbal de avocado y quinoa
-Porotos granados (fagioli)
La foto rende meglio di qualsiasi descrizione.
In sottofondo suona musica cilena. Sorrido senza accorgermene e mi sento improvvisamente di buon umore. Questo inizio di vita sudamericana promette davvero bene.
Dopo tutto questo cibo, non resta che fare una passeggiata. Mi incammino verso il centro e lungo il tragitto devio verso il Parque Forestal, passando per una via molto graziosa dove si tiene un piccolo mercato di oggetti artigianali. Bancarelle colorate, mani che lavorano, profumo di strada.
Cammino ancora una quindicina di minuti ed eccomi arrivata alla Plaza de Armas. La piazza è verde, piena di alberi e panchine, con la cattedrale che si staglia sullo sfondo. Un luogo vivo, attraversato da turisti, venditori, musicisti e passanti.
Cerco un ufficio di cambio e cambio alcuni dollari. E naturalmente decido quasi subito di spenderli: compro un paio di orecchini bellissimi e mi concedo anche un buon gelato.
Mentre cammino lungo la via pedonale, vengo attirata da un gran fracasso di percussioni. Mi avvicino curiosa e scopro sei chinchineros che suonano e ballano con il loro stile unico: tamburi legati alla schiena, piatti e movimenti ritmati che sembrano una danza continua tra musica e corpo. Mi siedo su una panchina accanto a un signore che attacca subito bottone. Dopo le solite domande di rito mi racconta dei suoi figli che vivono in America e mi mostra orgoglioso le loro foto. Questa è una delle cose che amo del Sud America: la gente ti sorride, ti parla, ti accoglie con una naturalezza piena di calore. Prima di andare via, però, mi raccomanda di non dirigermi in una certa direzione perché (dice) è pericoloso. Ma è il centro! E se non posso andare verso la piazza, dove dovrei andare? Lo ringrazio, ma ignoro il suggerimento. Nelle capitali sudamericane bisogna stare attenti, questo è certo: guardarsi intorno, non distrarsi troppo. Ma questo non significa rinunciare a vivere il cuore della città e godersi quello che offre. Gli sciuretti sono sempre iperprotettivi nei miei confronti.
Rientro verso il mio ostello e mi accorgo con sorpresa di quanto sia bello e colorato il quartiere in cui alloggio. Ovunque murales giganteschi, cancelli dipinti con colori accesi, pareti di ristoranti trasformate in piccole opere d’arte urbane. È un quartiere che sembra respirare creatività.
Alle 19 ho appuntamento con Andrea per andare al cinema. Sono terrorizzata da una sola cosa: mi addormenterò dopo cinque minuti? Già normalmente mi capita… figuriamoci ora con il jet lag. Il mio corpo ha avuto un piccolo crollo verso le 14, ma poi si è ripreso abbastanza velocemente.
Arriva il momento dell’incontro e, con grande gioia, facciamo un giro del quartiere. Decidiamo di fermarci a mangiare un panino in un ristorantino italiano famoso per i suoi prodotti. Il proprietario, Nicola, ci accoglie subito con entusiasmo e ci parla dei suoi magnifici panini imbottiti come se fossero opere d’arte. Ci sediamo al bancone e abbiamo la fortuna di vedere il cuoco, Archi, mentre li prepara. Ne prendiamo uno al salame e uno alla coppa. Una squisitezza assoluta. Da quanto tempo sognavo un vero panino! Un sentito grazie al team del ristorante “Questo bravo ragazzo” per questo delizioso fuori programma.
Poi guardiamo l’orologio: sono le 20:10. Il film inizia alle 20:15 al cinema El Bolígrafo. Paghiamo e partiamo quasi correndo. Andiamo a vedere “Hamnet”: un film passionale, intenso, drammatico e profondamente tragico. Mi smuove molte emozioni e parecchie lacrime.
La storia racconta il lutto e la memoria partendo dalla famiglia di William Shakespeare, soprattutto dal punto di vista di sua moglie Agnes, dopo la perdita del loro figlio Hamnet. Mi colpisce molto il modo in cui quel dolore sembra trasformarsi, lentamente, nella nascita di Hamlet. L’atmosfera è contemplativa, la fotografia quasi pittorica, il ritmo lento ma emotivamente potentissimo. È un film che parla di perdita, ma anche di come il dolore possa trasformarsi in arte.
Vorrei poter dire che è questo il motivo per cui non dormirò stanotte. Ma mentirei. Il sonno è semplicemente sparito. E non ho la minima idea di dove si sia cacciato.