Spesso due persone possono volersi sinceramente bene, essere marito e moglie, genitore e figlio, amici da una vita, e continuare comunque a non capirsi davvero fino in fondo.
Perché ciò che per una appare evidente, per l'altra semplicemente non esiste.
Ci sono persone che ci vogliono bene e che, nonostante questo, non riusciranno mai a raggiungerci in certi luoghi interiori.
Non perché non lo desiderino, non perché siano cattive, non perché non tengano a noi.
E questa, almeno per me, è stata una delle consapevolezze più difficili da accettare.
Perché per molto tempo ho pensato che il problema fosse trovare le parole giuste, spiegarmi meglio, raccontarmi meglio, essere più chiara, più paziente e più comprensiva.
Pensavo che, se fossi riuscita a farmi capire davvero, l'altro prima o poi sarebbe arrivato dove ero io.
Poi ho capito che non sempre funziona così.
Ci sono luoghi interiori in cui non si arriva per amore, per buona volontà o per intelligenza.
Ci si arriva perché la vita, in qualche modo, ci ha portati lì, perché abbiamo avuto bisogno di farlo, perché ad un certo punto siamo stati costretti a scendere.
E quando hai passato anni ad esplorare certe profondità, a guardare in faccia le tue ferite, a interrogarti sui tuoi meccanismi, sulle tue paure e sulle tue contraddizioni, finisci quasi per dimenticare che non tutti hanno fatto lo stesso viaggio.
È un po' come avere delle bombole d'ossigeno che ti permettono di scendere sott'acqua molto più in profondità. Dopo un po' ti abitui a quel paesaggio, ti abitui alle correnti, al buio, alla pressione, ti abitui perfino a orientarti lì sotto.
E allora ti viene naturale pensare che anche chi ami possa raggiungerti. Ma non sempre è così.
E non perché l'altro non ci voglia bene, non perché non ci provi o perché non gli importi.
Semplicemente perché non ha le stesse bombole.
E chiedergli di scendere fino a dove siamo noi, a volte, è come chiedergli di andare in apnea ad una profondità per cui non è attrezzato.
Non può restarci a lungo, va in sofferenza, si spaventa, risale, oppure cambia discorso, si difende o si arrabbia.
Proprio qui nasce uno degli equivoci spesso più dolorosi delle relazioni.
Perché chi è in profondità vive quella risalita come disinteresse, superficialità o mancanza d'amore.
Chi invece è in superficie vive quella richiesta continua di scendere come una pressione, una pretesa o una critica.
E così entrambe le persone soffrono, pur volendosi bene.
Credo che una parte della maturità consista anche nell'imparare a riconoscere questo limite senza trasformarlo automaticamente in una condanna.
Perché il fatto che qualcuno non riesca a raggiungerci in certi luoghi non significa necessariamente che non ci ami.
Significa, più semplicemente e più tristemente, che quello è il punto fino a cui oggi riesce ad arrivare.
Lo so, fa male accorgersi che esistono parti di noi che alcune persone, persino quelle che amiamo di più, forse non comprenderanno mai fino in fondo.
È un piccolo lutto, un lutto silenzioso.
Perché una parte di noi continua a pensare che, se fossimo davvero importanti, se fossimo davvero amati, allora l'altro troverebbe il modo di arrivare fin lì.
E invece, a volte, la verità è più semplice e più dolorosa: non tutto ciò che non viene visto nasce dalla mancanza d'amore.
Esistono persone che ci ameranno sinceramente senza riuscire a comprenderci completamente.
Non perché non ci tengano, ma perché alcuni luoghi, dentro di loro, non li hanno mai attraversati.
Questo non cancella il dolore, ma può aiutarci a smettere di scambiarlo automaticamente per mancanza d'amore.