Vorrei parlare un attimo della questione del senso di abbandono.
Che non è così banale come potrebbe sembrare e contiene molteplici sfumature e sottoinsiemi di significati, oltreché livelli di profondità.
In generale, ci sentiamo abbandonati nel momento in cui prima una persona ci accoglie e ci nutre, e poi sparisce per i fatti suoi.
Il rifiuto infatti è diverso: significa che non siamo mai stati accettati nel nostro essere fin da subito.
Viceversa, se non fossi stato mai accettato, non potrei essere in seguito abbandonato.
La ferita da abbandono sopraggiunge nel momento in cui il bambino viene lasciato solo dal genitore che lo accudisce, perché quest'ultimo ha da fare, ha i suoi problemi e impegni, prova frustrazione quando il bambino piange e via di seguito.
È un genitore a corrente alternata diciamo.
Ora, quando un bambino subisce questa ferita il suo dolore diventa a volte ingestibile, al punto tale che deve ricorrere a qualche tipo di strategia estrema per compensare dentro di sé quella ferita e sopravvivere.
La ferita da abbandono provoca un'insufficienza rispetto all'autonomia della persona, la quale non essendo stata nutrita a sufficienza non riesce a reggersi da sola sulle sue gambe.
Questa mancata indipendenza rappresenta un'ombra che non vuole essere accettata, e dunque viene compensata o meglio nascosta da reazioni difensive di vario tipo.
Tali reazioni rappresentano, per chi sa di cosa mi occupo, aspetti essenziali della cosiddetta corazza muscolo caratteriale.
Di solito, la persona o si racconta di riuscire a tenersi su da sola (indipendenza contro fobica), oppure manipola l'ambiente attraverso ricatti di vario genere, facendo la vittima, cercando di rendersi insostituibile salvando tutti, seducendo attraverso certi modi di fare complimentosi e via di seguito.
Ora, nell'adulto, è possibile che emerga un senso di abbandono "normale" nel momento in cui alcune situazioni triggeranti stimolano tale sentimento.
Perché sono obiettivamente situazioni "abbandoniche".
La perdita di una persona cara, una separazione, una delusione amorosa o amicale, e via di seguito.
Tuttavia se tali situazioni non vanno a risuonare con una ferita abbandonica pregressa, infantile, tale senso di abbandono viene attraversato relativamente bene.
La persona si rifà una famiglia, trova nuovi amici, esce di casa e intesse nuovi rapporti.
Tutto torna nella normalità in breve tempo, e l'episodio viene ricordato con compassione, tenerezza, accettazione profonda.
Sostanzialmente con distacco funzionale.
Tuttavia, se la persona soffre di una ferita abbandonica non del tutto ricucita, o non ricucita in modo sostanziale, di fronte a un episodio in cui c'è uno strappo tra le proprie aspettative di nutrimento e presenza, e la realtà, viene vissuto in modo estremamente doloroso.
Perché ovviamente il luogo dal quale si viene risucchiati nel momento presente, è quello di un passato infantile molto più doloroso e reattivo rispetto a quella che dovrebbe essere un comportamento adulto a un fatto ovvio, normale, a cui un adulto può sopravvivere tranquillamente.
Ecco allora che la richiesta di pattuire nuovi orari rispetto a quelli stabiliti in precedenza, oppure di rimodulare un appuntamento piuttosto che delle regole di conversazione, di setting, oppure un ritardo, una visione del mondo differente, diventano motivo di angoscia.
E quindi di scontro, rabbia, odio e perfino vendetta, in chi sente risuonare dentro di sé quella ferita antica.
Aperta e chiusa parentesi: non posso parlare qui di fenomeni molto più originari come quelli corporeo-energetici, autonomici e neuromuscolari che, come dico da tempo, sono alla base di tutto.
Quando succede questo, cioè quando la reazione emotiva è nettamente sproporzionata rispetto a ciò che succede nel piano di realtà, cioè rispetto alla portata effettiva dell'evento, c'è qualcosa che non funziona.
Se entro in uno stato di rabbia furiosa perché il partner non mi ha fatto un regalo per una determinata occasione, qualunque essa sia, c'è qualcosa in me che non riguarda il mancato regalo, ma ciò che quel regalo chiama in ballo circa la mia sopravvivenza psicologica.
Altrimenti, perché arrabbiarsi tanto se non né valesse della mia vita?
Capite bene che la questione non è il senso di abbandono in sé, ma la risonanza con ciò che di importante in passato non è stato superato, con il seguito di dolore e reattività inconsapevole che questo porta con sé nel presente, nel momento in cui si riattiva quella finestra.
Ovviamente la reattività abbandonica adulta, o se vogliamo la reattività specie specifica, cioè appartenente a tutti gli organismi viventi di fronte a un distacco e quindi a un certo senso di abbandono, si intreccia in modo a volte molto sfumato e difficilmente coglibile alla reattività soggettiva legata a vissuti abbandonici.
Il punto di discrimine tra l'una e l'altra, è quello della proporzione o sproporzione tra l'evento X e la reattività emotiva ed energetica interna a tale evento.
Sentirsi abbandonati dopo una separazione o un lutto, è del tutto logico.
E se la mia reazione abbandonica non mi trascina via completamente, ma rientra nel range della tollerabilità, è ok.
Ma se la reazione all'abbandono non solo non è equiparabile all'evento X o Y, ma perdura nel tempo e come intensità diventando per me un'ossessione, allora forse dovrei farmi due domande.