ANISH KAPOOR: L’ARTE NASCE DAL VUOTO, DAL DUBBIO E DA CIÒ CHE NON SAPPIAMO SPIEGARE
“Credo davvero di non avere nulla da dire come artista. Non sento di avere un messaggio da consegnare al mondo. Per me non è questo il punto. Cerco piuttosto di arrivare al lavoro senza troppi pensieri, senza troppa conoscenza, quasi con lo spirito di un bambino che gioca. Poi, a un certo punto, qualcosa emerge.
Il rosso accompagna il mio lavoro da molto tempo, ma non è mai soltanto un colore. Lo stesso vale per l’oscurità, che mi interessa profondamente. L’oscurità è una condizione perenne: appartiene alla terra, all’universo, ma anche alla nostra interiorità. Ogni sguardo rivolto verso l’interno, almeno all’inizio, è oscuro.
Cerco di lasciare spazio allo spettatore. È lui che completa l’opera, che la crea attraverso il proprio sguardo. Anche i titoli arrivano dopo, perché non voglio chiudere il senso dentro una formula.
Il filo conduttore del mio lavoro è il vuoto. Un giorno, mentre lavoravo con i pigmenti, realizzai una grande ciotola e la dipinsi di un blu molto scuro. Quando tornai in studio, capii che non era soltanto una ciotola blu appesa al muro: era uno spazio pieno di oscurità. Fu una scoperta. Da lì nacque l’idea di scolpire una pietra con una cavità e dipingerla dello stesso blu, per capire se il peso di quel vuoto potesse essere pari al peso della pietra. Con mia sorpresa, lo era.
Diffido del significato quando diventa certezza. Una buona opera deve collocarsi da qualche parte tra il significato e il non significato. Deve lasciare spazio al dubbio, allo scetticismo, persino alla mancanza di rispetto. È lì che l’arte resta viva.
Il mondo dell’arte, però, oggi è attraversato da un problema enorme: il capitalismo globale ha preso il sopravvento su tutto. Mi chiedo come sia possibile che anche ciò che nasce come radicale finisca per essere in vendita. È una crisi culturale che artisti, poeti, scrittori e creativi devono affrontare.
Voglio credere che l’arte non abbia limitazioni, ma penso anche che sia necessario prendere posizione. Il coraggio, nell’arte e nella cultura, conta.
Nel mio lavoro c’è spesso un senso di mistero, di ignoto, quasi di sacro. Per me meraviglia e paura convivono. La morte e il timore sono accanto allo stupore, perché fanno parte della stessa esperienza umana.
Non cerco di stupire né di produrre effetti. Non mi interessano i trucchi. Se un’opera cambia la percezione dello spazio, accade perché l’opera stessa lo richiede, non perché io abbia deciso di costruire un meccanismo.
Di fronte all’intelligenza artificiale, la mia posizione resta profondamente umana. La creazione nasce dalla fragilità dell’esistenza, da una spinta emotiva che appartiene alla realtà umana. Una macchina può imitare, elaborare, produrre, ma non può rispondere alle domande fondamentali: che cos’è la coscienza, dove eravamo prima di nascere, dove andremo dopo la morte.
Quel vuoto resta con noi. È il mistero dell’essere, la tristezza e la fragilità della condizione umana. Ed è proprio da quella fragilità che nasce l’atto creativo.
Credo ancora nel bisogno di contemplazione, anche in una società laica. Che si sia religiosi o meno, continuiamo a tornare verso ciò che non possiamo spiegare.
Il tempo è un’altra prova decisiva. Ci sono opere che appartengono perfettamente alla loro epoca e altre che restano potenti al di là del momento in cui sono state create. Ma non si può decidere di realizzare qualcosa di senza tempo. Sarebbe impossibile.
L’unica cosa che posso fare è seguire il processo, con ingenuità e dubbio. Per questo cerco di non far uscire nulla dallo studio troppo presto. Lascio le opere lì, le osservo, anche con la coda dell’occhio, e continuo a chiedermi se siano abbastanza forti. Il dubbio è essenziale. Solo se un’opera resiste a quella prova può davvero uscire nel mondo.”












