LA GELOSIA IN UN'OTTICA GESTALT
Quando Paolo Quattrini, uno dei maggiori esponenti della Gestalt fenomenologico-esistenziale, parlò della gelosia, rimasi profondamente colpito.
Fino a quel momento avevo sempre sentito descrivere la gelosia come un'emozione infantile, patologica o come il segno di una personalità insicura.
Altri, invece, la liquidavano come qualcosa di inevitabile, soprattutto nell'uomo.
"Ha a che fare con la territorialità", dicevano. Punto.
La Gestalt propone una lettura diversa.
La gelosia è certamente un'emozione complessa, legata anche alla territorialità.
Si attiva quando percepiamo che qualcosa di importante per noi rischia di essere perso, minacciato o invaso.
Ma fermarsi qui significa vedere solo la superficie.
Sotto la gelosia, molto spesso, c'è una domanda molto più profonda.
"Posso fidarmi dell'altro?"
"Io sono davvero una persona degna di essere amata?"
Ed è qui che entra in gioco l'autostima.
Non intesa come sentirsi forti, sicuri o migliori degli altri.
Ma come qualcosa di molto più essenziale.
L'autostima qui è intesa come sensazione di "essere amabili".
Di "meritare" l'amore dell'altro.
Quando questa sensazione vacilla, il mondo cambia volto.
Ogni persona diventa un possibile confronto.
Ogni qualità dell'altro sembra superiore alla nostra.
"Lei è più affascinante."
"Quell'altro è più interessante di me."
Da fuori la chiamiamo gelosia.
Da dentro, molto spesso, è la paura di non essere abbastanza.
È come se ogni persona che si avvicina alla nostra relazione diventasse un potenziale invasore del nostro territorio.
Ma quel territorio, in realtà, non è il partner.
È il nostro senso di valore, che sentiamo inferiore a quello dell'altro.
Per questo la domanda non è soltanto:
"Che cosa sta cercando di proteggere la mia gelosia?"
Perché ogni emozione protegge qualcosa.
E la gelosia, molto spesso, protegge una parte fragile di noi che teme di non essere abbastanza...degna di amore.
Quando questa parte viene riconosciuta e sostenuta, la gelosia cambia natura.
Non è più un nemico da combattere né una condanna da subire.
Un invito a tornare verso noi stessi.
Perché, molto spesso, ciò che chiediamo all'altro di rassicurare è qualcosa che, prima ancora, abbiamo bisogno di riconoscere dentro di noi.