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@susieporta

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"Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull'orologio."
— Elli Michler
Alle ragazze dalle labbra rosa e dal piede leggero, a tutte quelle come me, che non sono più ragazze ma credono che esista ancora un posto per provare ad esserlo, che ridono spostando il capo ed accendendo gli occhi, che hanno ancora un sasso stretto dentro al pugno da lanciare, che aspettano una sfida e una scommessa ancora da vincere.
Karen Blixen (Meryl Streep), dal film La mia Africa, 1985

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@lastanzadelrespiro
QUANDO UN CUORE SI CHIUDE ALL’ALTRO
Ci sono momenti in cui una persona che amiamo vede in noi qualcosa che non c’è. A volte, senza un dialogo aperto e un incontro sincero, ciò che viene raccontato o interpretato può allontanarsi da ciò che realmente è accaduto. Le convinzioni possono diventare più forti dell’esperienza diretta e ogni tentativo di spiegare o convincere rischia soltanto di alimentare altra sofferenza. A volte la mente, coperta dal velo dell’illusione, guarda la realtà attraverso le proprie paure, ferite e convinzioni.
A volte, quando il disagio diventa forte, la mente cerca spontaneamente una via di protezione: prendere distanza, chiudere una porta o definire “negativo” ciò che ci mette in difficoltà. Ma l’amore autentico ci invita a restare presenti, ad ascoltare con il cuore e a cercare insieme una comprensione più profonda. Non significa evitare le difficoltà, ma attraversarle con gentilezza, sincerità e consapevolezza, andando oltre le proprie proiezioni.
Il Buddhismo ci ricorda che possiamo offrire presenza, ascolto e parole sincere. Non sappiamo quale sia il percorso interiore che l’altra persona sta attraversando, quali comprensioni stia maturando o quali ferite stia incontrando. Possiamo solo coltivare la nostra chiarezza e compassione.
Quando accade, fermiamoci nel respiro e nel cuore ripetiamo:
“Possa io essere libero dall’attaccamento. Possa tu essere libero dalla confusione. Possiamo entrambi incontrare la saggezza e la pace.”
La compassione autentica non è possesso né controllo: è desiderare il bene dell’altro riconoscendo i propri limiti.
Nel Vajrayana ricordiamo che ogni essere possiede la natura di Buddha, anche quando è velata dalle emozioni. Il Dharma ci ricorda l’impermanenza: un cuore oggi chiuso potrebbe un giorno ritrovare uno spazio per l’incontro. Lasciamo maturare ogni cosa senza attaccamento.
Lasciare andare non significa smettere di amare. Significa continuare ad amare senza aggrapparsi al bisogno di essere compresi, riconosciuti o avere ragione.
Questa è la compassione che ama e non trattiene.
Fonte: Buddismo Ancona
"Ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé, per avere qualche speranza di essere sé stessi"
Jean Bertrand Pontalis
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L’ATTEGGIAMENTO PIÙ DIFFICILE: LASCIAR ANDARE
Tra tutti gli atteggiamenti che si coltivano in un cammino di crescita, ce n'è uno particolarmente arduo. Non perché sia complicato da capire, ma perché va contro il nostro istinto più radicato: il bisogno di avere il controllo. «Lasciar andare» significa mollare la presa, rinunciare al controllo, abbandonarsi al momento presente con un lieve sorriso. Facile a dirsi. Ma chiunque ci abbia provato sa quanto sia difficile smettere di stringere, le situazioni, le persone, gli esiti, la nostra stessa idea di come le cose dovrebbero andare. Eppure è un atteggiamento che ritorna in tutte le tradizioni spirituali.
Nel cristianesimo si chiama fede, abbandono. Nell'Islam la parola stessa significa "sottomissione", affidamento. Nello yoga è la via della devozione, l'abbandono che dissolve l'io e le sue agitazioni continue. Un buon punto di partenza è imparare a stare di fronte al dolore senza reagire: lasciar andare la contrazione dei muscoli, gli impulsi a fuggire o a ribellarsi, le emozioni che sorgono, mantenendo un lieve sorriso simile a quello presente sul volto delle statue del Buddha. E qui si nasconde il paradosso più bello: la difficile lezione di rinunciare al controllo è propedeutica alla nascita della compassione, verso sé stessi e verso gli altri. Solo quando smettiamo di voler controllare tutto, finalmente, diventiamo capaci di tenerezza.
FrancoFabbro La via dell'enneagramma, psicologia e spiritualità.
LA GELOSIA IN UN'OTTICA GESTALT
Quando Paolo Quattrini, uno dei maggiori esponenti della Gestalt fenomenologico-esistenziale, parlò della gelosia, rimasi profondamente colpito.
Fino a quel momento avevo sempre sentito descrivere la gelosia come un'emozione infantile, patologica o come il segno di una personalità insicura.
Altri, invece, la liquidavano come qualcosa di inevitabile, soprattutto nell'uomo.
"Ha a che fare con la territorialità", dicevano. Punto.
La Gestalt propone una lettura diversa.
La gelosia è certamente un'emozione complessa, legata anche alla territorialità.
Si attiva quando percepiamo che qualcosa di importante per noi rischia di essere perso, minacciato o invaso.
Ma fermarsi qui significa vedere solo la superficie.
Sotto la gelosia, molto spesso, c'è una domanda molto più profonda.
Non è:
"Posso fidarmi dell'altro?"
È:
"Io sono davvero una persona degna di essere amata?"
Ed è qui che entra in gioco l'autostima.
Non intesa come sentirsi forti, sicuri o migliori degli altri.
Ma come qualcosa di molto più essenziale.
L'autostima qui è intesa come sensazione di "essere amabili".
Di avere valore.
Di "meritare" l'amore dell'altro.
Quando questa sensazione vacilla, il mondo cambia volto.
Ogni persona diventa un possibile confronto.
Ogni qualità dell'altro sembra superiore alla nostra.
"Lui è più brillante."
"Lei è più affascinante."
"Quell'altro è più interessante di me."
Da fuori la chiamiamo gelosia.
Da dentro, molto spesso, è la paura di non essere abbastanza.
È come se ogni persona che si avvicina alla nostra relazione diventasse un potenziale invasore del nostro territorio.
Ma quel territorio, in realtà, non è il partner.
È il nostro senso di valore, che sentiamo inferiore a quello dell'altro.
Per questo la domanda non è soltanto:
"Perché sono geloso?"
Forse la domanda è:
"Che cosa sta cercando di proteggere la mia gelosia?"
Perché ogni emozione protegge qualcosa.
E la gelosia, molto spesso, protegge una parte fragile di noi che teme di non essere abbastanza...degna di amore.
Quando questa parte viene riconosciuta e sostenuta, la gelosia cambia natura.
Non è più un nemico da combattere né una condanna da subire.
Diventa un segnale.
Un invito a tornare verso noi stessi.
Perché, molto spesso, ciò che chiediamo all'altro di rassicurare è qualcosa che, prima ancora, abbiamo bisogno di riconoscere dentro di noi.
Fabrizio Quattropani
Noi viviamo in un continuo processo di contatto e ritiro dal mondo.
Questo movimento è guidato dai nostri bisogni interni e dalle richieste dell'ambiente.
Per esempio, ho fame.
Entro in contatto con il cibo.
Poi mi ritiro nella digestione. Assimilo ciò che mi nutre ed espello ciò che non mi serve.
Questo processo avviene in ogni ambito della nostra vita: nelle relazioni affettive, nel lavoro, nelle amicizie, in ogni esperienza che facciamo.
La fase del ritiro è importante quanto quella del contatto.
È nel ritiro che diamo significato all'esperienza, assimiliamo ciò che ci nutre e lasciamo andare ciò che non appartiene più al nostro organismo.
Tra il ritiro e un nuovo contatto esiste però uno spazio fondamentale:
il vuoto, quello che in Gestalt viene chiamato anche punto zero.
È uno spazio di silenzio.
Un tempo sospeso in cui
il vecchio non c'è più e
il nuovo non è ancora.
È proprio lì che possiamo incontrare noi stessi, i nostri bisogni più profondi e la nostra volontà.
Per questo è importante imparare a sostare nel vuoto.
Attendere.
Ascoltare.
Lasciare che quel vuoto si trasformi, lentamente, da vuoto sterile a vuoto fertile.
Eppure la nostra cultura ci insegna il contrario.
Il vuoto viene vissuto come qualcosa di frustrante, da riempire il più in fretta possibile.
Così lo colmiamo di rumore, di obiettivi, di attività, di relazioni, di pseudo-bisogni che placano l'ansia ma non ci nutrono davvero.
Entriamo subito in contatto con qualcos'altro, senza darci il tempo di capire se è davvero ciò che vogliamo.
Penso a chi vive rincorrendo un obiettivo dopo l'altro senza concedersi mai il tempo di abitare quello appena raggiunto.
Oppure alle coppie che temono così tanto la distanza da vivere in una continua confluenza, perdendo progressivamente il contatto con i bisogni individuali in nome di un "noi" che finisce per diventare una dittatura.
Forse non abbiamo paura del vuoto.
Forse abbiamo paura di ciò che potrebbe emergere da quel silenzio.
Perché nel vuoto possono affiorare desideri che abbiamo sempre messo da parte,
scelte che rimandiamo da anni, direzioni che ci spaventano.
Allora continuiamo a creare rumore, perché il rumore copre quella voce.
Ma nel vuoto, prima o poi, rimani solo tu.
E, forse per la prima volta, puoi incontrare la tua essenza.
Fabrizio Quattropani
Stanotte ho capito una cosa.
Non mi hanno aggredito per un orologio.
Quel vecchio Omega di mio padre era soltanto il pretesto.
Lo hanno fatto tre ragazzi, giovanissimi.
Per uno zaino.
Una valigia.
Ho reagito,
probabilmente non se lo aspettavano,
ho rischiato grosso, é andata bene.
Forse sarebbe stato meglio mollare il bottino.
Poteva andare molto peggio.
Ma tornando a casa ho continuato a chiedermi una cosa.
Che città stiamo costruendo?
Perché Milano, ormai, assomiglia sempre più a una moderna Commedia di Dante.
Solo che abbiamo invertito l’Inferno.
Al centro ci sono i recinti dorati.
Le vetrine blindate.
Le case che costano quanto una vita.
I quartieri dove il lusso non è più un privilegio: è un sistema di difesa.
Poi, cerchio dopo cerchio, la metropoli cambia pelle.
I marciapiedi si consumano.
Le serrande si abbassano.
I servizi scompaiono.
Le scuole arrancano.
Le occasioni diminuiscono.
E la distanza fra chi ha tutto e chi pensa di non avere più niente diventa un abisso.
L’antropologia ci insegna che ogni comunità ha bisogno di sentirsi parte di un destino comune.
La sociologia ci ricorda che, quando quel destino si spezza, nasce la frammentazione.
Prima il quartiere.
Poi la banda.
Poi il branco.
Infine il nemico: un uomo che torna a casa da sua figlia, con uno zaino pieno di esperienze, una borsa di vestiti da lavare ed un vecchio orologio, ricordo del suo amatissimo padre.
E il nemico diventano tre ragazzi giovanissimi, tappezzati di brand, divorati dalla rabbia sociale e dalla vendetta.
É così che il marchio sostituisce l’identità.
La griffe diventa appartenenza.
La violenza diventa linguaggio.
Il furto diventa riscatto.
Ma non è reale.
È soltanto una sconfitta. Così come la mia reazione
Di tutti.
Perché la città smette di essere comunità quando i suoi cittadini non condividono più lo stesso spazio.
Soltanto la stessa paura.
E una società è povera non quando produce molti poveri.
Ma quando genera sempre più persone convinte che l’unico modo di esistere sia togliere qualcosa a qualcun altro.
Quella non è criminalità.
È il fallimento di un’idea di convivenza, che riguarda tutti noi. Nessuno si senta escluso.
Federico Quaranta

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Arnold Böcklin , The Silence of the Woods , 1885
ANISH KAPOOR: L’ARTE NASCE DAL VUOTO, DAL DUBBIO E DA CIÒ CHE NON SAPPIAMO SPIEGARE
“Credo davvero di non avere nulla da dire come artista. Non sento di avere un messaggio da consegnare al mondo. Per me non è questo il punto. Cerco piuttosto di arrivare al lavoro senza troppi pensieri, senza troppa conoscenza, quasi con lo spirito di un bambino che gioca. Poi, a un certo punto, qualcosa emerge.
Il rosso accompagna il mio lavoro da molto tempo, ma non è mai soltanto un colore. Lo stesso vale per l’oscurità, che mi interessa profondamente. L’oscurità è una condizione perenne: appartiene alla terra, all’universo, ma anche alla nostra interiorità. Ogni sguardo rivolto verso l’interno, almeno all’inizio, è oscuro.
Cerco di lasciare spazio allo spettatore. È lui che completa l’opera, che la crea attraverso il proprio sguardo. Anche i titoli arrivano dopo, perché non voglio chiudere il senso dentro una formula.
Il filo conduttore del mio lavoro è il vuoto. Un giorno, mentre lavoravo con i pigmenti, realizzai una grande ciotola e la dipinsi di un blu molto scuro. Quando tornai in studio, capii che non era soltanto una ciotola blu appesa al muro: era uno spazio pieno di oscurità. Fu una scoperta. Da lì nacque l’idea di scolpire una pietra con una cavità e dipingerla dello stesso blu, per capire se il peso di quel vuoto potesse essere pari al peso della pietra. Con mia sorpresa, lo era.
Diffido del significato quando diventa certezza. Una buona opera deve collocarsi da qualche parte tra il significato e il non significato. Deve lasciare spazio al dubbio, allo scetticismo, persino alla mancanza di rispetto. È lì che l’arte resta viva.
Il mondo dell’arte, però, oggi è attraversato da un problema enorme: il capitalismo globale ha preso il sopravvento su tutto. Mi chiedo come sia possibile che anche ciò che nasce come radicale finisca per essere in vendita. È una crisi culturale che artisti, poeti, scrittori e creativi devono affrontare.
Voglio credere che l’arte non abbia limitazioni, ma penso anche che sia necessario prendere posizione. Il coraggio, nell’arte e nella cultura, conta.
Nel mio lavoro c’è spesso un senso di mistero, di ignoto, quasi di sacro. Per me meraviglia e paura convivono. La morte e il timore sono accanto allo stupore, perché fanno parte della stessa esperienza umana.
Non cerco di stupire né di produrre effetti. Non mi interessano i trucchi. Se un’opera cambia la percezione dello spazio, accade perché l’opera stessa lo richiede, non perché io abbia deciso di costruire un meccanismo.
Di fronte all’intelligenza artificiale, la mia posizione resta profondamente umana. La creazione nasce dalla fragilità dell’esistenza, da una spinta emotiva che appartiene alla realtà umana. Una macchina può imitare, elaborare, produrre, ma non può rispondere alle domande fondamentali: che cos’è la coscienza, dove eravamo prima di nascere, dove andremo dopo la morte.
Quel vuoto resta con noi. È il mistero dell’essere, la tristezza e la fragilità della condizione umana. Ed è proprio da quella fragilità che nasce l’atto creativo.
Credo ancora nel bisogno di contemplazione, anche in una società laica. Che si sia religiosi o meno, continuiamo a tornare verso ciò che non possiamo spiegare.
Il tempo è un’altra prova decisiva. Ci sono opere che appartengono perfettamente alla loro epoca e altre che restano potenti al di là del momento in cui sono state create. Ma non si può decidere di realizzare qualcosa di senza tempo. Sarebbe impossibile.
L’unica cosa che posso fare è seguire il processo, con ingenuità e dubbio. Per questo cerco di non far uscire nulla dallo studio troppo presto. Lascio le opere lì, le osservo, anche con la coda dell’occhio, e continuo a chiedermi se siano abbastanza forti. Il dubbio è essenziale. Solo se un’opera resiste a quella prova può davvero uscire nel mondo.”