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Ci sono persone che ci commuovono senza fare nulla di straordinario.
Non per ciò che dicono.
Non per ciò che mostrano.
Non per ciò che possiedono.
Ci commuovono semplicemente con la loro presenza. Ci commuove il loro sorriso.
La delicatezza dei loro gesti.
La misura delle loro parole.
Quel modo discreto di stare nel mondo senza invaderlo.
Ci commuove un timido accenno nel parlare.
Una gentilezza non esibita.
Una fragilità che non chiede attenzione e proprio per questo la merita.
Sono persone che non fanno rumore.
Eppure lasciano tracce profonde.
Perché ci ricordano qualcosa che spesso dimentichiamo: la bellezza più autentica non ha bisogno di imporsi. Abita. Respira. Si lascia incontrare.
Forse ciò che ci commuove in queste persone non è soltanto ciò che vediamo.
È ciò che sentiamo. Una forma rara di verità.
Di innocenza. Di umanità custodita.
Sono presenze che non chiedono di essere ammirate.
Eppure ci toccano il cuore. Perché, in un mondo che corre, che urla e che si impone, continuano a testimoniare la forza silenziosa della delicatezza. Sono presenze straordinarie. Non perché siano perfette. Ma perché ci fanno ricordare quanto sia prezioso essere umani.
Ci sono persone che ci commuovono semplicemente esistendo. Con un sorriso.
Con un gesto delicato. Con una presenza discreta. E ci ricordano che la tenerezza è una delle forme più alte della bellezza.
Dottor Carlo D’Angelo

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Sono solo 160 euro, eppure quella mattina, davanti a uno sportello di banca di Livorno, quei soldi hanno raccontato due Italie diverse. Paolo Ceccarini ha 70 anni, è un ex dipendente comunale, e aveva bisogno di una visita specialistica che non poteva aspettare: nel servizio sanitario pubblico il primo appuntamento libero era nel 2027. Doveva pagarla privatamente, ma il conto quel mese era rimasto scoperto per alcune spese impreviste, e all'accredito della pensione mancavano appena due giorni.
Così Paolo entra nella banca di cui è cliente da anni e chiede un anticipo di 160 euro, spiegando che avrebbe restituito tutto subito. La risposta è no. E a dirglielo non è la direttrice, ma un'impiegata incaricata di riferire che non si poteva fare. "Non è tanto il rifiuto - racconta - quanto il fatto che non ci sia stato nemmeno un confronto diretto. Mi ha lasciato l'amaro in bocca".
Sta già uscendo, pensando a come arrangiarsi, quando un altro cliente rimasto in disparte gli si avvicina. Ha assistito a tutto in silenzio. Gli chiede cosa sia successo, Paolo glielo racconta e aggiunge che in qualche modo si sarebbe arrangiato. L'uomo lo guarda incredulo: "Ma scherza davvero?". Poi va al bancomat, preleva 160 euro e glieli mette in mano, "come se fosse la cosa più normale del mondo". Non si conoscevano, non si erano mai visti.
Paolo fa la sua visita. Due giorni dopo, appena arriva la pensione, restituisce tutto e si scambia il numero con quell'uomo di cui sa pochissimo: circa 60 anni, e dall'accento forse nemmeno livornese. "Viviamo in un tempo in cui si parla solo di egoismo. Invece esistono ancora persone che si fermano davanti al bisogno di uno sconosciuto. Volevo solo ringraziarlo pubblicamente".
Fonte: Il Tirreno
Abbandona l'idea che la tua ferita possa guarire una volta per tutte.
Abbandona l'idea che basti un solo evento a ricomporti, a farti sentire completo, felice, grato della vita.
Abbandona l'idea di non sentirti più solo, quando chi ami se ne va dalla porta di casa senza nemmeno salutarti.
Abbandona l'idea di vedere per sempre la luce, in ogni momento.
Abbandona l'idea di non dover più soffrire e di non dover più provare, la sensazione di un cuore che ti si spacca dentro.
Abbandona l'idea che ogni tua aspettativa si realizzerà.
Abbandona l'idea di non dover più ricominciare d'accapo, ogni volta che ti senti tradito, ferito, sanguinante.
Che non proverai più rabbia, delusione, tristezza.
La ferita che hai dentro non si ricucirà subito, né smetterà mai di farti male.
Può sembrare una sconfitta, ma in realtà non lo è.
Quel dolore è li, per insegnarti l'umiltà della disciplina, la compassione per te stesso, l'assenza di giudizio e la pazienza che ci vuole per rinascere, dopo che sei morto.
È lì per dirti che sei ancora vivo, e che devi apprezzare la vita anche se fa male.
Perché la tua storia è fatta anche di questo: di luce e ombra, di salite e discese, di parole e di silenzi.
Di assenze e di presenze.
Quel dolore è lì, per ricordarti chi sei, da dove vieni, e dove vuoi andare.
Dovrai girarci intorno più e più volte, come quando ti trovi a passeggiare in un bosco che non conosci, e ti trovi a ripercorrere lo stesso sentiero finché non lo impari a memoria.
Alla fine, la ferita la sentirai lo stesso, ma farà meno male.
E se la saprai ascoltare, ti insegnerà la via per uscire dal bosco.
©Omar Montecchiani
#quandolosentinelcorpodiventareale

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Se non ti abbracci tu, non sarà l’abbraccio di un altro a salvarti.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie
Passiamo una parte della vita cercando qualcuno che ci abbracci. Che ci rassicuri.
Che ci scelga. Che ci faccia sentire finalmente degni di essere amati. Ed è giusto.
L’essere umano nasce per la relazione.
Ma esiste una verità che, prima o poi, siamo chiamati a incontrare.
Nessun abbraccio potrà colmare il vuoto di una persona che continua a rifiutare sé stessa. Perché l’amore dell’altro può raggiungerti. Può consolarti. Può sostenerti.
Ma non può vivere al posto tuo.
Ci sono persone che ricevono tanto amore e continuano a sentirsi sole. Non perché l’amore manchi. Ma perché non riescono ad accoglierlo. L’abbraccio più difficile è quello che impariamo a dare a noi stessi.
Non è narcisismo. Non è autocompiacimento.
È riconciliazione. È smettere di vivere in guerra con ciò che siamo.
È guardare anche le nostre ferite senza trasformarle nella nostra identità.
Quando impariamo ad abitare noi stessi con misericordia, anche l’abbraccio dell’altro cambia significato. Non lo cerchiamo più per essere salvati. Lo accogliamo come un dono.
Perché nessuno può salvarti dal compito di diventare te stesso. Ma qualcuno può camminarti accanto mentre lo diventi. Se non ti abbracci tu, nessun abbraccio riuscirà a darti pace. Perché l’amore dell’altro non è chiamato a sostituire l’incontro con te stesso. È chiamato a celebrarlo. L’abbraccio più vero non ti salva da te. Ti aiuta, finalmente, a tornare a casa.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie
Il potenziale creativo non vissuto diventa, per Von Franz (che qui segue direttamente #Jung), materiale d’ombra, non perché sia “cattivo”, ma perché resta inconscio, non integrato, e quindi agisce autonomamente invece che essere disponibile all’Io come funzione cosciente. È il classico meccanismo compensatorio: ciò che non viene vissuto consapevolmente si manifesta comunque, ma in forma distorta e disturbante.
L’implicazione tecnica per l’analista (ed è per questo che lo definisce un tipo di cliente “disagreeable”): il sintomo presentato (l’ansia per la sciocchezza, la passione inspiegabile) non va trattato solo a livello del contenuto manifesto. Il lavoro è riconoscere che c’è una carica energetica in cerca del suo oggetto reale, e la domanda terapeutica diventa: dove dovrebbe davvero andare questa energia? Spesso la soluzione non è “calmare” il sintomo ma aiutare la persona a trovare o riprendere il canale creativo che gli spetta, a quel punto l’intensità smisurata altrove tende a normalizzarsi da sé, perché l’energia ha finalmente trovato il proprio oggetto. #Creatività #psicoterapia #Ombra
"Tu sei trasparente. Ti conosco da 20 minuti, e ti lascerei le chiavi di casa". La complessità dei titoli che mi attraggono è emblematica.
Dopo 66 anni insieme, la casa era diventata troppo silenziosa.
Così decise di riempirla... di bambini.
Quando sua moglie Evy morì, Keith Davison aveva 94 anni.
Per oltre sei decenni avevano condiviso ogni giorno della loro vita e affrontare quella casa ormai vuota gli sembrava la prova più difficile.
L'ex giudice di Morris, nel Minnesota, raccontò che la solitudine era diventata quasi insopportabile.
Ma invece di chiudersi nel dolore, prese una decisione che sorprese tutti.
Fece costruire una grande piscina nel giardino di casa.
Non per sé.
Per il quartiere.
Ben presto il suo cortile si riempì di bambini che giocavano, si tuffavano e ridevano dall'alba al tramonto.
Le famiglie iniziarono a frequentare la sua casa, trasformando quel luogo in un punto di incontro per l'intera comunità.
I vicini dicevano scherzando che Keith aveva trovato il modo di adottare tutti i bambini della zona come fossero i suoi nipoti.
La piscina non cancellò il dolore per la perdita di Evy.
Ma riportò nella sua vita qualcosa che gli mancava profondamente.
Le risate.
Le conversazioni.
La gioia di vedere qualcuno felice.
A volte il dolore non scompare.
Ma può trasformarsi in qualcosa che fa bene anche agli altri.
E quel giardino, nato dal vuoto lasciato da una persona amata, finì per diventare uno dei luoghi più pieni di vita dell'intero quartiere.
ALCUNI CHIARI SEGNI CHE STAI EVOLVENDO A LIVELLO DI COSCIENZA
Esistono molti modi di crescere, ma non tutta la crescita è uguale.
È fondamentale distinguere la crescita orizzontale dalla crescita verticale.
La crescita orizzontale ti offre strumenti. Ti insegna a gestire meglio la mente, le emozioni, le relazioni e le situazioni della vita. È utile, ma rimani sostanzialmente sullo stesso piano di coscienza: impari ad amministrare ciò che prima ti dominava.
La crescita verticale è un’altra cosa.
Non consiste nel gestire meglio ciò che ti fa soffrire, ma nel trascendere ciò che genera la sofferenza. Non combatti più con certe dinamiche interiori perché, semplicemente, non appartieni più allo stesso livello di coscienza in cui esse nascevano.
Le emozioni negative non vengono represse né controllate con uno sforzo continuo. Perdono forza perché tu sei cambiato. È come salire di piano in un edificio: ciò che prima occupava tutta la tua attenzione rimane al piano inferiore.
La vera liberazione non avviene imparando a controllare la mente, ma crescendo lungo l’asse verticale della coscienza.
Quali sono allora alcuni segni di questa trasformazione?
Il primo è che, senza alcuno sforzo, inizi a perdere interesse per tutto ciò che è artificiale. Non perché ti imponi di cambiare, non perché reprimi i desideri, ma perché ciò che prima ti attirava ora non ti nutre più.
Cominci a percepire con estrema chiarezza la differenza tra ciò che è vivo e ciò che è finto.
Non solo il cibo artificiale, ma anche le relazioni artificiali, le conversazioni vuote, le emozioni costruite, i ruoli sociali, l’apparenza, il bisogno di impressionare gli altri.
Nasce invece una naturale attrazione per ciò che è semplice, autentico e reale: la natura, il silenzio, la verità, le persone sincere, la profondità.
Non devi più mettere continuamente confini.
Molte persone parlano dell’importanza dei confini, ma quando la coscienza cresce realmente accade qualcosa di ancora più naturale: smetti semplicemente di frequentare ciò che senti essere falso.
Non è un ragionamento mentale.
È una percezione profonda.
Non provi rabbia, non provi risentimento, non hai bisogno di dimostrare nulla. Ti allontani con naturalezza e continui il tuo cammino.
E, cosa ancora più importante, non senti la mancanza di ciò che hai lasciato.
Un altro segno è che, agli occhi di molte persone, puoi diventare improvvisamente “insignificante”.
Non perché tu valga meno.
Ma perché smetti di alimentare il personaggio.
Non hai più bisogno di attirare attenzione, di essere interessante, speciale, importante o riconosciuto.
Non senti più il bisogno di ottenere approvazione, consenso o applausi.
Comprendi che tutto questo appartiene al mondo dell’immagine, non a quello dell’Essere.
La tua energia non viene più investita nel costruire un’identità, ma nello sviluppare presenza e coscienza.
Anche il modo di relazionarti cambia profondamente.
Non perdi più tempo a convincere chi non vuole comprendere.
Non senti il bisogno di discutere per avere ragione.
Non sprechi energie nel giustificarti continuamente.
Non chiedi scusa quando non hai realmente nulla di cui scusarti.
Comprendi che spiegare all’infinito la propria posizione raramente genera comprensione. Molto più spesso alimenta soltanto il conflitto.
Contemporaneamente si sviluppa un’altra qualità fondamentale: l’intelligenza intuitiva.
Non osservi più le persone e le situazioni da un solo punto di vista.
Cominci a cogliere le connessioni, le cause profonde, i processi invisibili. La realtà smette di apparire frammentata e inizia a mostrarsi come un insieme di fenomeni interdipendenti.
Non reagisci più soltanto a ciò che appare in superficie.
Vedi più in profondità.
E proprio per questo diventi più libero.
La crescita verticale non ti rende migliore degli altri.
Ti rende semplicemente meno dipendente da ciò che prima governava la tua vita.
Meno dipendente dall’approvazione.
Meno dipendente dall’immagine.
Meno dipendente dalle illusioni.
Più vicino a ciò che sei realmente.
Che vuol dire: meno sofferenza, meno attaccamenti, meno paure, meno ossessioni, meno reattivo, meno aggressivo.
Ed è forse questo il segno più evidente dell’evoluzione interiore: non hai più bisogno di sembrare qualcuno, perché stai finalmente imparando ad essere.
Come riconoscere quando non c’è una reale crescita verticale
Esiste un modo molto semplice per capire se una persona sta realmente crescendo lungo l’asse della coscienza oppure se sta semplicemente migliorando la propria capacità di adattarsi alla vita. Può aver fatto anni di psicoterapia, di crescita personale, di corsi, di tecniche o di pratiche. Tutto questo può essere estremamente utile, ma la domanda rimane una sola: è cambiato il suo livello di Essere oppure sono cambiati soltanto gli strumenti con cui gestisce la propria vita?
Il segnale più evidente è questo: rimane intatta la necessità di usare il mondo esterno per sentirsi qualcuno.
Continua il bisogno di ottenere attenzione, approvazione, riconoscimento, affetto, potere o importanza. Cambiano magari le strategie, diventano più raffinate, più sottili, perfino più “spirituali”, ma il meccanismo rimane identico.
La persona continua a manipolare persone e situazioni, non necessariamente con cattiveria, ma per riempire un vuoto interiore. Cerca conferme, pretende considerazione, desidera essere vista, apprezzata, indispensabile. Ha bisogno che gli altri le restituiscano continuamente il senso del proprio valore.
Questo rivela una cosa molto precisa: non possiede ancora se stessa.
Può possedere denaro, successo, conoscenze, relazioni o perfino esperienze spirituali, ma continua a non abitare pienamente il proprio Essere.
Ed è proprio questo vuoto che tenta continuamente di colmare attraverso ciò che proviene dall’esterno.
Finché questo bisogno rimane, non c’è stata una reale crescita verticale. Ci si è mossi soltanto lungo l’asse orizzontale, imparando magari a gestire meglio la propria sofferenza, senza però trascenderne la causa.
La crescita verticale funziona diversamente.
Ogni gradino della coscienza può essere raggiunto soltanto quando le parti di noi che appartengono al gradino precedente vengono comprese, assimilate e integrate.
Non si sale perché lo si desidera.
Non si sale perché lo si decide.
Si sale soltanto quando non si è più schiavi di ciò che prima ci governava.
Lo stesso principio vale anche per l’amore.
L’amore non è qualcosa che dovrebbe arrivare dagli altri per riempire una nostra mancanza. L’amore è prima di tutto uno stato di coscienza che va coltivato interiormente.
Noi siamo qui per condividere amore, non per pretenderlo.
Provate a osservare questo semplice paradosso.
Pretendete forse che qualcuno vi dia intelligenza?
Pretendete che gli altri vi regalino saggezza, discernimento o comprensione?
No.
Sapete che queste qualità devono essere sviluppate dentro di voi.
Perché allora pensiamo che l’amore faccia eccezione?
Perché pretendiamo che qualcuno ci dia ciò che, come ogni altra qualità dell’Essere, esiste già sotto forma di seme nel nostro mondo interiore?
Le persone possono certamente favorire, risvegliare o stimolare queste qualità, ma non possono crearle al posto nostro.
Quando questa comprensione diventa esperienza, avviene una vera inversione di prospettiva.
Si smette di chiedere continuamente alla vita di riempire i propri vuoti e si inizia finalmente a coltivare il proprio giardino interiore.
È allora che il lavoro su di sé diventa reale.
Non perché si è imparato a ottenere di più dal mondo, ma perché si è smesso di dipendere dal mondo per essere ciò che si è.
P.S. Fra un assassino e un essere interiormente risvegliato, libero e cosciente, vi sono sette gradi di coscienza possibili.
🔹 THE HU-MAN PROJECT è una Scuola avanzata di Evoluzione Interiore Spirituale nata sulla scia degli insegnamenti della Quarta Via di Gurdjieff e Ouspensky.
🔹 Per info generali e per candidarsi e partecipare alla selezione per entrare nel programma di studio e di lavoro pratico su se stessi scrivere a:
ROBERTO POTOCNIAK - ELEONORA BENZI

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Se continui a mentire a te stessa… sei destinata a perdere la tua voce spirituale.
Quella che vedi nell’immagine è una manovra di sblocco della Ferita della Menzogna.
Perché questa ferita si insinua nel segmento gola, cervicale, occipite e spalle superiori, bloccando quella che nel Metodo Psicopunti® chiamo la Parola Sacra.
- Non riesci più ad esprimere ciò che senti davvero.
- Dici ciò che gli altri vogliono sentirsi dire.
- Ingoi bocconi amari.
- Ti adatti.
- Accontenti tutti, tranne te stessa.
- La tiroide si ammala.
Poco alla volta diventi prigioniera del demone della menzogna, quella raccontata prima di tutto a te stessa.
Lo sternocleidomastoideo è in profondità la tiroide sono il ponte invisibile tra mente e cuore.
Ogni verità trattenuta aumenta la sua tensione.
Non a caso in questa zona scorrono meridiani che parlano di ciò che non riesci più ad elaborare, lasciare andare e distinguere.
❗ Un collo rigido può raccontare una verità soffocata.
❗ Una gola chiusa può custodire parole mai pronunciate.
❗ Spalle pesanti possono sostenere giudizi che non ti appartengono più.
La vera domanda è:
Se oggi fossi completamente libera… quale verità diresti finalmente a te stessa?
Dott. Luigi Barreca