Noi viviamo in un continuo processo di contatto e ritiro dal mondo.
Questo movimento è guidato dai nostri bisogni interni e dalle richieste dell'ambiente.
Per esempio, ho fame.
Entro in contatto con il cibo.
Poi mi ritiro nella digestione. Assimilo ciò che mi nutre ed espello ciò che non mi serve.
Questo processo avviene in ogni ambito della nostra vita: nelle relazioni affettive, nel lavoro, nelle amicizie, in ogni esperienza che facciamo.
La fase del ritiro è importante quanto quella del contatto.
È nel ritiro che diamo significato all'esperienza, assimiliamo ciò che ci nutre e lasciamo andare ciò che non appartiene più al nostro organismo.
Tra il ritiro e un nuovo contatto esiste però uno spazio fondamentale:
il vuoto, quello che in Gestalt viene chiamato anche punto zero.
È uno spazio di silenzio.
Un tempo sospeso in cui
il vecchio non c'è più e
il nuovo non è ancora.
È proprio lì che possiamo incontrare noi stessi, i nostri bisogni più profondi e la nostra volontà.
Per questo è importante imparare a sostare nel vuoto.
Attendere.
Ascoltare.
Lasciare che quel vuoto si trasformi, lentamente, da vuoto sterile a vuoto fertile.
Eppure la nostra cultura ci insegna il contrario.
Il vuoto viene vissuto come qualcosa di frustrante, da riempire il più in fretta possibile.
Così lo colmiamo di rumore, di obiettivi, di attività, di relazioni, di pseudo-bisogni che placano l'ansia ma non ci nutrono davvero.
Entriamo subito in contatto con qualcos'altro, senza darci il tempo di capire se è davvero ciò che vogliamo.
Penso a chi vive rincorrendo un obiettivo dopo l'altro senza concedersi mai il tempo di abitare quello appena raggiunto.
Oppure alle coppie che temono così tanto la distanza da vivere in una continua confluenza, perdendo progressivamente il contatto con i bisogni individuali in nome di un "noi" che finisce per diventare una dittatura.
Forse non abbiamo paura del vuoto.
Forse abbiamo paura di ciò che potrebbe emergere da quel silenzio.
Perché nel vuoto possono affiorare desideri che abbiamo sempre messo da parte,
scelte che rimandiamo da anni, direzioni che ci spaventano.
Allora continuiamo a creare rumore, perché il rumore copre quella voce.
Ma nel vuoto, prima o poi, rimani solo tu.
E, forse per la prima volta, puoi incontrare la tua essenza.
Fabrizio Quattropani













