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L’ho vista ma l’Odissea di Nolan ha ben poco a che fare con l’omonimo poema di Omero.
Come immaginavo, il regista propone una personalissima rilettura dell’opera, fatta di episodi omessi, altri reinventati e una profonda trasformazione dei personaggi. Il risultato è un film che si allontana dallo spirito dell’epica omerica.
L’Ulisse di Omero non è mai descritto in modo intimistico e tormentato. È il polýtropos, l’uomo dal multiforme ingegno, capace di adattarsi a ogni situazione grazie all’intelligenza, all’astuzia e alla parola. È proprio questa dimensione eroica e avventurosa che nel film finisce quasi per scomparire.
Manca, soprattutto, il mito. L’elemento simbolico che permea l’Odissea viene spesso sacrificato a favore di una lettura psicologica moderna che, a mio avviso, impoverisce il racconto. Anche gli effetti speciali, tanto celebrati, non mi hanno particolarmente colpita.
L’episodio di Polifemo è forse quello che più evidenzia questo limite. Scompare completamente lo stratagemma del nome “Nessuno”, uno dei momenti più alti dell’intelligenza di Ulisse, quello che consacra definitivamente la sua fama di eroe astuto e geniale. Viene meno anche il dialogo con il Ciclope, privando la scena della sua tensione drammatica e simbolica. Eppure Polifemo non è soltanto un mostro: nella tradizione mitologica i Ciclopi sono figure arcaiche, legate alle divinità ctonie, alla terra, agli abissi e alle forze primordiali del cosmo.
Nausicaa è completamente assente, cancellata senza apparente necessità narrativa. Anche Circe perde gran parte della sua ambiguità mitica: diventa una figura inquietante che impartisce lezioni morali ai compagni di Ulisse, rendendo la celebre trasformazione in porci quasi didascalica e decisamente meno efficace.
Ancora meno convincente è la rappresentazione della distruzione di Troia. Nolan mostra un Ulisse quasi pentito dell’inganno del cavallo e della devastazione che ne segue. È una scelta comprensibile se letta con la sensibilità contemporanea, ma profondamente estranea al mondo omerico. Sappiamo bene che la guerra è una tragedia e che oggi non possiamo che condannarne gli orrori; tuttavia la mitologia greca nasce in un contesto dominato dalla violenza e dalla guerra. Nell’Odissea non c’è spazio per il rimorso di Ulisse: il suo ingegno non è motivo di vergogna, bensì la sua più grande virtù.
Totalmente inventato è anche l’episodio dell’intervento di Ulisse nel tempio di Atena a Pilo per salvare Telemaco dalla congiura dei Proci. Allo stesso modo risultano inspiegabili alcune assenze fondamentali: nell’Ade scompaiono Achille e Anticlea, la madre di Ulisse. Eppure, nel poema, entrambi rappresentano vertici assoluti di intensità poetica ed emotiva. Una mancanza che considero davvero grave.
Vedere poi Agamennone con un aspetto che ricorda RoboCop mi è sembrato francamente eccessivo. In compenso ho trovato molto riuscita la nave di Ulisse: elegante, credibile e con quella vela rossa di grande impatto visivo.
Una scena, invece, mi ha profondamente colpita: quella di Scilla e Cariddi. È probabilmente il momento migliore del film, potente, spettacolare ed emotivamente coinvolgente.
Mi aspettavo molto di più. Ero convinta che questo film mi sarebbe piaciuto, ma sono uscita dalla sala con la sensazione di aver assistito a una rilettura che, pur ambiziosa, finisce per perdere il cuore dell’opera di Omero.
Per me resta insuperabile lo sceneggiato Odissea diretto da Franco Rossi e prodotto dalla RAI, con gli indimenticabili Irene Papas e Bekim Fehmiu: ancora oggi rappresenta uno dei migliori adattamenti mai realizzati.
Omero, però, non si racconta semplicemente riscrivendone la trama. Bisogna conoscerlo profondamente, studiarlo, frequentarne la lingua, comprenderne la cultura e il mondo. Solo così è possibile coglierne davvero il fascino e trasmetterlo.
Se Nolan avesse voluto modernizzare la figura di Ulisse senza tradirne l’essenza, avrebbe potuto guardare alla straordinaria interpretazione proposta da Adorno e Horkheimer nella Dialettica dell’Illuminismo. Per i due filosofi, Ulisse è il prototipo dell’uomo occidentale: colui che, attraverso la ragione, riesce a dominare la natura e sé stesso, ma proprio questa razionalità, ridotta a puro strumento di controllo, contiene già il germe delle future forme di dominio della modernità.
Quella sarebbe stata una rilettura autenticamente moderna e, al tempo stesso, profondamente fedele al mito. Non la trasformazione di Ulisse in un uomo fragile che rinnega il proprio ingegno e si pente di ciò che lo rende il più grande degli eroi omerici. Invece di spendere soldi per le cineprese IMax non adatte alla maggior parte dei cinema europei, avrebbe potuto almeno essere più fedele all’intima natura dell’epica greca. E soprattutto evitare di far dire a una sua attrice che Omero non da’ spazio alle donne quando le figure di Atena e Penelope sono potentissime. In più l’episodio delle sirene viene ridicolizzato a una seduta psicanalitica quando in realtà ha un significato profondissimo: Ulisse può concedersi l’esperienza del mito solo dominandola e privandola di ogni potere, mentre i suoi uomini, esclusi dall’esperienza, lavorano e obbediscono. È la metafora di una società in cui la ragione si afferma attraverso l’autodisciplina, il sacrificio e la separazione tra chi decide e chi esegue. Questa sarebbe stata una lettura moderna, consapevole e ANTI AMERICANA. Invece ha fatto un bel Blockbuster...se non fosse stato Nolan a girarlo probabilmente non avrebbe avuto tutto questo seguito. Una cosa vorrei però che fosse chiara: il film può piacere, ma non mettetevi in cattedra a sentenziare su scelte lontane da uno studio profondo dell’opera.
Odissea di Nolan: la grandezza visiva non basta a colmare il vuoto emotivo
Ci sono film che aspetti per mesi, quasi trattenendo il fiato, contando i giorni come se fossero gli anni del viaggio di Ulisse stesso. Odissea di Christopher Nolan è uno di questi, forse il caso più eclatante degli ultimi anni. Ne parlavamo da un anno intero, letteralmente: le prevendite per le proiezioni IMAX 70mm sono partite esattamente dodici mesi prima dell'uscita nelle sale, un lancio pubblicitario tanto imponente quanto la materia mitologica che il film promette di raccontare. Trailer trapelati online in modo non autorizzato, mesi di speculazioni, dibattiti infiniti nati solo da qualche fotogramma e da un cast che sembrava uscito da un sogno febbrile di un cinefilo. E ora che finalmente è nelle sale, mi chiedo se valesse davvero la pena di tutta quell'attesa, di tutta quella costruzione mediatica quasi ossessiva. La risposta, alla fine, è sì — ma con riserve che non posso fingere di non avere, e che voglio provare a spiegare con calma.
Partiamo dal cast, perché è lì che nascono i miei dubbi più forti. È un cast pieno di nomi altisonanti — Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Charlize Theron, e ancora Lupita Nyong'o, Jon Bernthal, Mia Goth — forse fin troppi per un'unica opera, per quanto ambiziosa. E si percepisce, eccome. Certi attori sembrano più preoccupati di "esserci", di occupare uno spazio nel grande affresco corale, che di scavare davvero nei propri personaggi. Matt Damon nei panni di Ulisse mi ha lasciata con un dubbio che non mi aspettavo di avere: sarà davvero l'interprete che questo eroe, il più complesso e stratificato della mitologia greca, meritava? Non ne sono del tutto convinta. C'è qualcosa di trattenuto nella sua performance, come se il peso del ruolo lo rendesse più cauto che audace, più attento a "portare a casa" la parte che a rischiare davvero. Accanto a lui, Anne Hathaway costruisce una Penelope che, secondo alcune letture della critica, porta con sé sfumature pacifiste e femministe — una scelta interpretativa interessante, anche se non sempre pienamente sviluppata nella sceneggiatura.
E poi c'è Nolan, sempre lui, fedele al proprio stile fino all'osso. Visivamente il film è imponente, quasi sfacciato nella sua ambizione tecnica: è il primo lungometraggio della storia del cinema girato interamente con telecamere IMAX, un'impresa mai tentata prima, che segna davvero una svolta nella produzione cinematografica contemporanea. La fotografia di Hoyte van Hoytema, storico collaboratore di Nolan, restituisce un Mediterraneo antico che toglie il fiato, tra mostri, isole sospese e mari che sembrano respirare. Le musiche di Ludwig Göransson accompagnano ogni scena con quella grandiosità epica che ormai è diventata la firma sonora dei film di Nolan. Eppure, sotto tutta questa magnificenza tecnica, resta un cuore emotivamente trattenuto, quasi timoroso di lasciarsi andare fino in fondo. È un difetto che conosco bene, avendolo già visto in altri suoi film, eppure ogni volta ci casco lo stesso, sperando che sia la volta buona, che stavolta il cuore batta forte quanto gli occhi vengono travolti dalla scala delle immagini.
Non è mancata nemmeno la polemica, va detto: settimane di discussioni attorno ad alcune scelte di casting e all'uso di un linguaggio moderno nei dialoghi, un dibattito acceso ancora prima che chiunque avesse visto un solo fotogramma del montato finale. Personalmente trovo che parte di queste polemiche fossero premature, nate più dalla fame di controversia che genera ogni operazione di questa portata, che da un giudizio reale sul film. Detto questo, capisco chi si aspettava un'aderenza più filologica al testo omerico e si è trovato davanti a qualcosa di più libero, più contemporaneo nelle intenzioni.
Nonostante tutti i miei dubbi, il pubblico ha risposto con un entusiasmo che ha sbaragliato ogni record precedente al botteghino, superando persino Oppenheimer, che pure sembrava un punto di riferimento insuperabile in termini di gradimento critico.
Anche la critica non è stata da meno: su Metacritic il film ha raggiunto un punteggio altissimo, e le prime proiezioni internazionali lasciano presagire un debutto da record anche oltreoceano. Numeri importanti, che raccontano una storia diversa dalla mia impressione personale, e che forse dimostrano quanto io sia, in fondo, una spettatrice esigente, forse fin troppo esigente per un'opera che comunque ha il coraggio di rischiare su una scala così ambiziosa.
Non è il capolavoro assoluto che tutti aspettavamo, quello che avrebbe dovuto ridefinire per sempre il genere epico al cinema, cancellando ogni tentativo precedente di portare Omero sullo schermo. Ma è cinema fatto con coraggio, con visione, con un'ambizione produttiva e artistica che raramente si vede oggi, in un'epoca dominata da sequel timidi e remake senz'anima. E questo, alla fine, conta più di quanto vorrei ammettere — anche quando esco dalla sala con qualche domanda ancora aperta, e con la sensazione che Ulisse, da qualche parte tra quelle onde digitali, meritasse ancora un po' più di anima.
Non c'è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il mio mare...
Buongiorno 😘
Oggi un paio di dementi, ignoranti, disinformati, conniventi o completamente devastati dall’ideologia woke sono tornati alla carica, sostenendo che occorre distinguere tra islam moderato e islam radicale.
Anche ammettendo che esista questa distinzione, io torno a ripeterlo chiaro e tondo: a me non fa paura l’islam integralista. A me fa paura l’islam moderato.
La probabilità di essere ucciso da un terrorista islamico è, per me, vicina allo zero. Praticamente zero.
La probabilità di perdere la libertà individuale, la democrazia, lo Stato laico, lo Stato di diritto, la parità di genere, i diritti dell’infanzia, quelli degli omosessuali e tutte le altre conquiste della civiltà occidentale a causa dell’islamizzazione della società – per via demografica e democratica – è invece altissima, praticamente inevitabile se non facciamo qualcosa subito. È solo questione di tempo.
E questa islamizzazione non sarà causata dai musulmani fondamentalisti con i fucili, ma da quelli “moderati” con la tessera elettorale.
MisterChiton
approvo con riserva d'inventario 📌

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Gustav Klimt___
Le menti mediocri
condannano abitualmente
tutto ciò che oltrepassa
la loro portata.
{ François de La Rochefoucauld }
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LOL
Sia lodato il venerdì e sempre sia lodato!

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«Nietzsche non è un filosofo che ha aggiunto un'altra dottrina a quelle esistenti. Egli è il punto di rottura in cui la storia dell'Occidente si ferma, si guarda allo specchio e vede il proprio nulla. La sua 'volontà di potenza' non è una volontà di dominio sugli altri, è la violenza con cui l'uomo deve finalmente distruggere le proprie catene per non sprofondare nell'insignificanza. O diventiamo ciò che siamo — dominatori del nostro stesso caos — o non siamo che macerie di una civiltà che ha dimenticato di essere viva.»
M. Heidegger
L'eloquenza degli oggetti: riscoprire la voce delle cose
Gli oggetti che ci circondano hanno qualcosa da dirci? Comprendere la lezione delle cose non richiede competenze esoteriche; richiede solo l’esercizio di uno sguardo attento, di un ascolto sensibile, di un contatto tattile.
Come suggeriva Edgar Morin, non esiste "cosa" – per quanto materiale o inerte possa apparire – che non comunichi, che non ci interroghi o non pretenda una nostra risposta.
Dobbiamo imparare a guardare di nuovo il mondo.. Per farlo, non dobbiamo dissolvere i contorni dei singoli oggetti, ma al contrario preservarne l’individualità, il posto specifico e il significato unico. Aveva ragione Baudelaire nel notare come dalle cose le parole emergano spontaneamente, pur intrecciandosi in quella complessa "foresta di simboli" che è il mondo. Oggi, forse più che mai, avvertiamo l’urgenza di un cambio di paradigma nel nostro rapporto con il mondo inanimato, naturale o artificiale che sia, parte integrante del nostro ecosistema esistenziale.
Quante cose popolano il nostro quotidiano? Dalle città alle campagne, dalle volte celesti agli angoli intimi delle nostre case, ogni oggetto che teniamo tra le mani possiede una sua voce e un senso insostituibile. Eppure, ci ostiniamo a considerarli "solo oggetti". Se è così, perché reagiamo con tanta sofferenza quando un monumento di pietra, un umile ciottolo raccolto sulla riva di un fiume o una vecchia sedia vengono danneggiati o perduti?
Forse perché, come intuiva Walter Benjamin, "alle cose che non ho più… appartiene a volte la beatitudine del non ancora vissuto, della ripetizione, del recupero". Spesso una cosa è, per ciascuno di noi, il vero complemento dell’esperienza vissuta.
Le cose non stanno "lì fuori" come materia muta e indistinta; esse "vengono a noi". Se le particelle e le molecole dell’alba dell’evoluzione sono riuscite, nel tempo, a trasformarsi in linguaggio, pensiero e coscienza, non è forse possibile – come argomenta N. Katherine Hayles – che una forma di logica pre-conscia, un "impensato" (unthought), risieda da sempre anche nella materia cosiddetta inanimata? È la nostra rigida tassonomia a separare artificiosamente la molteplicità del reale.
In realtà, se ci soffermiamo a guardare, le cose ci interpellano. Sembrano osservarci e chiederci: "Io sono qui, sono il radicalmente altro da te. Cosa vuoi farne di me? Vuoi solo usarmi o senti che la mia presenza ti ri-guarda?".
Anche il ruolo centrale degli oggetti nella fenomenologia del sacro – al di là delle distinzioni tra spiritualismo e feticismo – dovrebbe interrogarci. Da Kant e la sua "cosa in sé", passando per l'etimologia latina di *causa* e *res*, fino ad Aristotele e Hegel, emerge con chiarezza che le cose possiedono una forza propria, capace di orientare il nostro pensiero. Come sosteneva Remo Bodei, le cose diventano tali proprio perché stratificano significati che le trasmutano in altro.
Purtroppo, abbiamo ridotto il mondo a un insieme di entità predefinite, prive di legami con la nostra soggettività. Ma è davvero giusto? Forse aveva ragione Marcel Proust: ciò che rende mute e immobili le cose intorno a noi non è la loro natura, ma la pigrizia della nostra fantasia e l’immobilità del nostro pensiero.
Source: L'eloquenza degli oggetti: riscoprire la voce delle cose
La giunta comunale di Bologna ha approvato una misura che prevede abbonamenti gratuiti ai mezzi pubblici Tper per i migranti inseriti nel sistema di accoglienza. L’iniziativa rientra nelle politiche di inclusione sociale e ha l’obiettivo dichiarato di favorire gli spostamenti verso percorsi di integrazione, formazione e lavoro. La misura è finanziata nell’ambito delle agevolazioni al trasporto pubblico rivolte a categorie considerate fragili.
Rosetta 85 anni pensionata invece, pagherà. L’immigrazionismo è un germe.
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Elena di Troia nera non è arte, è propaganda, quindi la negazione della libertà artistica (che comunque deve avere dei limiti).

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Ogni vera passione è senza speranza.
|| Sándor Márai - Le braci
«Riprendere il controllo di sé stessi e della propria casa, questa è la speranza.»
— Dominique Venner