Odissea di Nolan: la grandezza visiva non basta a colmare il vuoto emotivo
Ci sono film che aspetti per mesi, quasi trattenendo il fiato, contando i giorni come se fossero gli anni del viaggio di Ulisse stesso. Odissea di Christopher Nolan è uno di questi, forse il caso più eclatante degli ultimi anni. Ne parlavamo da un anno intero, letteralmente: le prevendite per le proiezioni IMAX 70mm sono partite esattamente dodici mesi prima dell'uscita nelle sale, un lancio pubblicitario tanto imponente quanto la materia mitologica che il film promette di raccontare. Trailer trapelati online in modo non autorizzato, mesi di speculazioni, dibattiti infiniti nati solo da qualche fotogramma e da un cast che sembrava uscito da un sogno febbrile di un cinefilo. E ora che finalmente è nelle sale, mi chiedo se valesse davvero la pena di tutta quell'attesa, di tutta quella costruzione mediatica quasi ossessiva. La risposta, alla fine, è sì — ma con riserve che non posso fingere di non avere, e che voglio provare a spiegare con calma.
Partiamo dal cast, perché è lì che nascono i miei dubbi più forti. È un cast pieno di nomi altisonanti — Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Charlize Theron, e ancora Lupita Nyong'o, Jon Bernthal, Mia Goth — forse fin troppi per un'unica opera, per quanto ambiziosa. E si percepisce, eccome. Certi attori sembrano più preoccupati di "esserci", di occupare uno spazio nel grande affresco corale, che di scavare davvero nei propri personaggi. Matt Damon nei panni di Ulisse mi ha lasciata con un dubbio che non mi aspettavo di avere: sarà davvero l'interprete che questo eroe, il più complesso e stratificato della mitologia greca, meritava? Non ne sono del tutto convinta. C'è qualcosa di trattenuto nella sua performance, come se il peso del ruolo lo rendesse più cauto che audace, più attento a "portare a casa" la parte che a rischiare davvero. Accanto a lui, Anne Hathaway costruisce una Penelope che, secondo alcune letture della critica, porta con sé sfumature pacifiste e femministe — una scelta interpretativa interessante, anche se non sempre pienamente sviluppata nella sceneggiatura.
E poi c'è Nolan, sempre lui, fedele al proprio stile fino all'osso. Visivamente il film è imponente, quasi sfacciato nella sua ambizione tecnica: è il primo lungometraggio della storia del cinema girato interamente con telecamere IMAX, un'impresa mai tentata prima, che segna davvero una svolta nella produzione cinematografica contemporanea. La fotografia di Hoyte van Hoytema, storico collaboratore di Nolan, restituisce un Mediterraneo antico che toglie il fiato, tra mostri, isole sospese e mari che sembrano respirare. Le musiche di Ludwig Göransson accompagnano ogni scena con quella grandiosità epica che ormai è diventata la firma sonora dei film di Nolan. Eppure, sotto tutta questa magnificenza tecnica, resta un cuore emotivamente trattenuto, quasi timoroso di lasciarsi andare fino in fondo. È un difetto che conosco bene, avendolo già visto in altri suoi film, eppure ogni volta ci casco lo stesso, sperando che sia la volta buona, che stavolta il cuore batta forte quanto gli occhi vengono travolti dalla scala delle immagini.
Non è mancata nemmeno la polemica, va detto: settimane di discussioni attorno ad alcune scelte di casting e all'uso di un linguaggio moderno nei dialoghi, un dibattito acceso ancora prima che chiunque avesse visto un solo fotogramma del montato finale. Personalmente trovo che parte di queste polemiche fossero premature, nate più dalla fame di controversia che genera ogni operazione di questa portata, che da un giudizio reale sul film. Detto questo, capisco chi si aspettava un'aderenza più filologica al testo omerico e si è trovato davanti a qualcosa di più libero, più contemporaneo nelle intenzioni.
Nonostante tutti i miei dubbi, il pubblico ha risposto con un entusiasmo che ha sbaragliato ogni record precedente al botteghino, superando persino Oppenheimer, che pure sembrava un punto di riferimento insuperabile in termini di gradimento critico.
Anche la critica non è stata da meno: su Metacritic il film ha raggiunto un punteggio altissimo, e le prime proiezioni internazionali lasciano presagire un debutto da record anche oltreoceano. Numeri importanti, che raccontano una storia diversa dalla mia impressione personale, e che forse dimostrano quanto io sia, in fondo, una spettatrice esigente, forse fin troppo esigente per un'opera che comunque ha il coraggio di rischiare su una scala così ambiziosa.
Non è il capolavoro assoluto che tutti aspettavamo, quello che avrebbe dovuto ridefinire per sempre il genere epico al cinema, cancellando ogni tentativo precedente di portare Omero sullo schermo. Ma è cinema fatto con coraggio, con visione, con un'ambizione produttiva e artistica che raramente si vede oggi, in un'epoca dominata da sequel timidi e remake senz'anima. E questo, alla fine, conta più di quanto vorrei ammettere — anche quando esco dalla sala con qualche domanda ancora aperta, e con la sensazione che Ulisse, da qualche parte tra quelle onde digitali, meritasse ancora un po' più di anima.

















