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bocciata
Sogno spaventoso, stanotte. Tobia con i suoi 2 anni e 3 mesi sale da solo su un autobus e sparisce. CosĂŹ: puf. Io lo cerco dappertutto, chiamo la radio, la polizia, gli autisti di tutti gli autobus del mondo. E piango, piango, piango, a un certo punto non ho piĂš nemmeno la forza di piangere. Sono nei sotterranei della cittĂ , poi in una biblioteca, poi dentro una stazione della metropolitana, e lo cerco dappertutto, persino nei tombini. Ed è notte fonda, e sono da sola e penso al mio bambino che si è perso e chissĂ dovâè, e chissĂ che paura che ha, e magari lo sta dicendo a qualcuno: paura! con quella sua vocina come quando me lo dice al mattino mentre passiamo in una strada stretta e bassa tra due muri e io gli dico non avere paura, tesoro, câè la mamma e lui aggiunge e câè la Sally. E adesso a chi sta dicendo paura, e chi gli risponde non avere paura? Porca puttana vacca, non voglio pensarci.
Succede che dalla stanza accanto arriva un suono piccolo tipo Tobia che tossisce, e questo fa sĂŹ che io mi tranquillizzi e allora nel sogno qualcuno mi chiama lâabbiamo trovato, sta bene, non gli è successo niente e io me lo trovo subito tra le braccia e sta bene davvero, e profuma di Tobia ed è caldo e sereno e tutto va bene. Â
Ora che sono finalmente sveglia, penso che questo è IL brutto sogno delle mamme - lâho letto - è la paura ancestrale di perdere il proprio bambino e che prima o poi tocca farlo, âsto sogno, un poâ come le spose che il giorno prima del matrimonio sognano che il vestito si scioglie e sono nude davanti a tutti, altro passaggio tipico nellâinconscio femmineo. Allora visto che lo so, mi riaddormento pensando, dovevo farlo, sto sogno, e lâho fatto, un poâ come la vaccinazione.
Peccato che la seconda parte sia anche peggio. ho appena fatto un esame, e non ho il coraggio di andare a vedere il voto che mi hanno dato. tipo maturitĂ , laurea, licenza media, che ne so. qualcuno mi chiama al telefono, è davanti al tabellone, ha la voce un poâ tremante: mamma? dimmi, tesoro, come sono andata? Ecco, niente, sei stata bocciata, mamma.
ohmamma blog, marzo 2016
Questo è proprio un bel titolo
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la mamma
Un piccolo inno a tutte le mamme, quelle meravigliosamente imperfette come le nostre, come le vostre, come noi.
La mamma anche se non ha la moto e ha a malapena la patente della macchina, sa lei cose che hanno a che fare con la libertĂ piĂš di chiunque altro. La mamma sa quandâè il momento di legare le briglie e sa pure quandâè il momento giusto per aprire la porta e dire âvai, quella è la porta, esci a conoscere il mondo ma mettiti sempre la maglia della saluteâ. La mamma stira ascoltando la Bohème e pure la Turandot e non è perchĂŠ la sua vita è stata triste e squallida che piange qualche lacrima sulle magliette inamidate. La mamma ha una vita che non conosce nemmeno il papĂ e forse a malapena la conoscono le magliette inamidate e i gatti che sono passati sulle librerie mentre lei leggeva libri difficilissimi. La mamma è andata a migliaia di concerti rock, ha ascoltato milioni di tracce, ha inciso nel cuore cosĂŹ tanti solchi che forse nemmeno i suoi occhi che sorridono facendo le rughe possono raccontarli. La mamma ogni tanto pensa che dovrebbe comprarsi una crema per far andar via quelle rughe che le sono spuntate intorno agli occhi, ma poi vede che in libreria câè unâedizione speciale de âIl Piccolo Principeâ da regalare a uno dei suoi piccoli e allora addio crema, almeno per questo mese. La mamma ogni volta che passa davanti a un negozio di scarpe vede quel paio di meraviglie con il tacco alto cosĂŹ, ma poi pensa che se deve inseguire lâautobus o il cane oppure qualcuno di casa che si merita uno scapaccione, con cavolo che vanno bene i tacchi. La mamma si alza prima di tutti e va a dormire dopo di tutti e nel mezzo ha almeno sette o otto vite diverse come i gatti: la mamma, la donna che lavora, la sorella, la figlia, lâamica, la collega, la spesa, la posta, la bicicletta, il mal di pancia, il mal di piedi, cinque o sei caffè. La mamma conosce un sacco di altre mamme e spesso mentre ci parla spera di non essere come loro che si parla solo di figli, però quando le vien voglia di sfogarsi non sa bene come fare per non far la figura della mamma mammosa che parla solo di figli. La mamma è prima di tutto una donna, e guarda che nella vita non câè mica bisogno di diventare mamma per restare tutta la vita una donna meravigliosa, certo però che avvicinandoci alla festa della mamma lâargomento è necessariamente quello delle mamme. La mamma una volta ha detto: io se anche dovessi scappare con qualcuno lo farei con una moto piuttosto che con un uomo imbecilleâ, poi a un certo punto è successo che in famiglia una mattina sono scesi per la colazione e hanno trovato la tavola vuota e il cane affamato e sulla porta un piccolo biglietto di quelli che stanno attaccati da soli con sopra scritto âscusate ma è successoâ e il papà è quello che piĂš di tutti si è dato dellâimbecille perchĂŠ tutte le volte che lei gli ha detto âscappiamoâ lui le ha risposto ânon possoâ. La mamma è quella parte di noi che si sacrificherebbe per qualcuno o per qualcosa, che non câè bisogno di aver generato per conoscere il sacrificio. La mamma certe volte è unâidea, una luce, un pensiero e allora piĂš che mamma è madre, la madre di tutte le idee, le luci, i pensieri. La mamma insegna la vita e lâamore e abbracciarsi forte e anche sbagliare e rialzarsi e andare, certe volte persino ad odiare, e questo basta per sempre a vincere almeno un giorno sul calendario, anche se due sarebbero decisamente meglio.
in moto, maggio 2016

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Oh mio bambino, oggi c'ho il blues. Bambino mio amato, ci ho il baby blues.
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E Tobia nasce cosĂŹ. Meravigliosamente, improvvisamente, precipitevolissimevolmente.
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Eroe di tutti i giorni
(artist Jason Ratliff)
Ogni mattina lo sentiva prepararsi piano, senza fare rumore. Vedeva la sua ombra furtiva infilarsi nel bagno e uscirne poco dopo perfettamente vestito: tuta, stivali e via. La lama di luce che usciva dal bagno investiva il suo piccolo letto, i suoi pupazzi, il poster di Spiderman appiccicato con lo scotch sulla parete. Lo seguiva con gli occhi che sbucavano dalla coperta mentre entrava, usciva, scendeva le scale. Solo a quel punto Giacomo correva alla finestra per vederlo comparire di nuovo, questa volta in sella alla moto. Ogni mattina gli stessi gesti: spingeva la moto da spenta, si spostava poco lontano da casa, la accendeva, scompariva. Tutto intorno era cosĂŹ maledettamente buio, cosĂŹ maledettamente silenzioso. Erano le quattro in punto, del resto, e a quellâora della notte non importa che sia estate, primavera, autunno o inverno. Ă solo una tonalitĂ in piĂš o in meno di buio pesto. Il piccolo Giacomo adorava quel momento della notte, in cui gli unici svegli in tutto il mondo erano lui e il suo papĂ , che si alzava, si preparava e usciva per andare a lavorare in fabbrica mentre lui lo osservava, prima dal letto e poi dalla finestra, senza che lui lo sapesse. PerchĂŠ Giacomo era bravissimo, una specie di topolino. Respirava quel tanto che basta per non soffocare e non emetteva altro rumore oltre quello lĂŹ. Aveva affinato quella tecnica di invisibilitĂ con lo scopo di beccare Babbo Natale in uno dei suoi raid di consegna dei regali, e anche se con Babbo Natale non aveva mai funzionato, con il suo papĂ invece sĂŹ. Invisibile e silenzioso e con i sensi sempre allâerta, aveva fissato il suo orologio interno sulle tre e mezza di notte, esattamente come la sveglia del suo papĂ . Stava sveglio fino a quando papĂ era andato via, poi tornava a letto e dormiva beato fino alle sette, quando doveva alzarsi per andare a scuola. Amava quel segreto cosĂŹ segreto che non lo sapeva nemmeno Andrea, il suo compagno di banco. E non lo sapeva la mamma, non lo sapeva la sua sorellina Ada, non lo sapeva il nonno e nemmeno la nonna. Del resto certi segreti vanno tenuti segretissimi, anche a costo di perdere lâamicizia di Andrea. E il segreto era che il suo papĂ non era un papĂ come gli altri, ma un supereroe, era evidente. Altrimenti perchĂŠ svegliarsi di notte, mettersi una tuta, prendere una moto e sparire nel buio? Certo, non aveva il mantello. E forse non era nemmeno in grado di volare. Non aveva dei superpoteri, almeno in apparenza. Non si sapeva arrampicare sui grattacieli con una ragnatela come Spiderman, non aveva uno scudo volante come Capitan America, non diventava verde come Hulk, non aveva le orecchie a punta come Batman, non possedeva la forza degli elementi come Thor, non vedeva attraverso le cose come Superman e forse â ma solo forse â non era forte come Iron Man. Però ogni mattina si alzava prestissimo, si faceva la barba e usciva, senza mai saltare un giorno. Guidava una moto gigantesca che teneva pulitissima. Lavorava in una fabbrica dove si costruiscono enormi oggetti metallici che poi attraversano tutta lâItalia sui camion per andare a far funzionare i pozzi. Si faceva un mazzo con il martello come nemmeno Thor. Sudava, faticava, soffriva per far felici tutti, far star bene Giacomo e Ada e nonostante la fatica li abbracciava sempre quando tornava a casa e stava con loro a leggere una storia, anche se si addormentava prima di tutti, persino di Ada. âĂ cosĂŹ per forza: il mio papà è un super eroeâ, sospirò Giacomo quella notte dâinverno, vedendolo partire. Poi tornò a letto e cullò il suo segreto, fino alla mattina dopo.
in moto, novembre 2015Â