In qualsiasi relazione sentimentale, arriva un momento in cui sentiamo che l'altro non è così disponibile come prima, o come ci aspettavamo.
In quel momento facciamo esperienza della deprivazione, della mancanza d'amore, di riconoscimento, e di una profonda solitudine.
La nostra prima reazione è quella di cambiare l'altro.
Pensiamo che spingerlo a essere più presente, a darci più affetto, più amore, più parole di riconoscimento, di ammirazione, di rassicurazione e di sostegno, possa aiutarci a guarire il nostro malessere e a riportare armonia nella coppia.
In breve tempo, scopriamo che questo atteggiamento non funziona.
Anzi, pressato dalle nostre richieste, l'altro si ritira ancora di più al suo interno, trincerandosi dietro a una cortina di mutismo, di distanza impenetrabile e a volte di rabbia, generando le condizioni affinché si creino ulteriori conflitti.
Finché non comprendiamo che la nostra sensazione di mancanza origina da una nostra ferita infantile, dalla indisponibilità dei nostri genitori quando eravamo piccoli e dalla nostra incapacità di stare da soli e darci da soli il sostegno di cui necessitiamo, non possiamo guarire il dolore di questo coltello conficcato nella carne che si riattiva nel momento in cui l'altro non è come ci aspettiamo che sia.
La soluzione sta nella rafforzamento della nostra stabilità interiore quando subiamo gli attacchi delle nostre ombre da deprivazione.
Tale stabilità è raggiungibile attraversando pienamente quel dolore, apprendendo a contenerne la delusione e la frustrazione associate, e rimanendo in questo stato il più a lungo possibile.
Finché non svanisce e si dissolve.
Con il tempo scopriremo che la solitudine, la morte e il dolore, rappresentano delle sfide evolutive per evolvere spiritualmente e psicologicamente, e che possiamo e dobbiamo affrontare solo noi e nessun altro.
Omar Montecchiani
#quandolosentinelcorpodiventareale














