Questo resoconto rappresenta un utile strumento per visitare il Machu Picchu evitando le tariffe turistiche che partono da un minimo di 150$. Se non sei un deviato del trekking o il figlio di Paperon De’Paperoni, questo è il modo migliore.
Cusco. Ci svegliamo presto, alle undici per intenderci, e dopo un’abbondante colazione a spese dell’ostello, prepariamo la borsa per l’impresa. Solo il minimo indispensabile: una felpa, spazzolino&dentifricio, orsetti gommosi, una fionda, la foto di un alpaca e una macchina fotografica mezza scarica. Pronti.
Per 5 Soles (1Sol = 0.27€) ci facciamo portare da un taxi alla stazione del bus di Santiago. Non aspettatevi la Stazione Centrale di Milano, si tratta di uno spazio polveroso, con un paio di bus scassati e una dozzina di sciure che preparano picarones (frittelle dolci) e altre pietanze tradizionali. Il costo del biglietto è di 10 Soles e la durata del viaggio si aggira intorno alle sei ore. Destinazione Santa Maria.
Nel bus apprezziamo la prima peculiarità andina: insospettabili fermate a sorpresa nelle quali salgono vagonate di venditori di qualsiasi cosa. Gelatine, pollo fritto, frutta, fazzoletti e anche elettrodomestici usati. Se per caso vi foste dimenticati il tostapane a casa, potete sempre rimediare sul bus.
Dopo un viaggio bello pesante, sia per i continui momenti promozionali, sia per la strada tutta curve a strapiombo sulla cordigliera, arriviamo nella minimalissima Santa Maria. Quattro bar, un ostello e un crocifisso pacchianissimo tenuto insieme da corde colorate.
Ora lo scopo è raggiungere Santa Teresa, ultimo avamposto locale prima della super-turistica (e super costosa) Agua Caliente e del sito archeologico di Machu Picchu. È qui che arriva la seconda peculiarità andina: macchina = lavoro. Nella desolata Santa Maria, tra cani e bambini randagi, incontriamo infatti dei giovani baldanzosi che per un pugno di Soles sono disposti a portarci a Santa Teresa. Lo so, chiunque abbia letto una Lonely Planet sul Sud America in questo momento sta scuotendo la testa, ma qui funziona così: tu gringo con dinero, noi peruanos con carro. Domanda e offerta, alla faccia della Lonely Planet e di chi ci vuole male. Saliamo e in meno di un’ora siamo a Santa Teresa. Non si tratta di una località amena, ma poco importa. Mangiamo, dormiamo (stanza doppia a 20 Soles) e la mattina alle sei siamo pronti per conquistare ‘sto benedetto Machu Picchu. Ma tra il Machu e il Picchu c’è un piccolo sbattimento da fare, perché se fosse comodo non sarebbe così economico, e così da Santa Teresa ci facciamo portare da un Collettivo (minivan che vende passaggi a 5 Soles) fino alla Centrale Idroelettrica, luogo di lavoro per centinaia di peruviani e inizio della rete ferroviaria. Camminiamo per due ore, seguendo i binari del treno da una parte e il fiume Urabamba dall’altra. Nonostante sia io che Dave potremmo concorrere per il Nobel alla pigrizia, la camminata si rivela magnifica, tra montagne verdeggianti e panorami mozzafiato che fanno passare di mente ogni sbattimento.
Alle nove siamo nella famigerata Agua Caliente, giusto in tempo per vedere la prima orda di turisti scendere dal treno partito da Cusco qualche ora prima. Loro sono freschi e riposati, noi tonici e incarogniti. Col cazzo che li paghiamo 150$ di treno.
Da Agua Caliente al Machu Picchu c’è un efficientissimo servizio di navette che ti porta in cima alla montagna in soli venti minuti e per un costo di 15$. Come vediamo il simbolo del dollaro annusiamo la truffa turistica, schifiamo la navetta e andiamo alla conquista della montagna con la sola forza delle gambe. Stoici e invasati, in perfetto stile Inca.
In un’ora siamo finalmente alle porte del sito archeologico, paghiamo il biglietto (130 Soles) e ci godiamo quattro ore in quella che è a buona ragione una delle sette meraviglie del mondo. L’emozione è forte e le parole non renderebbero giustizia nel descrivere cosa si prova a camminare in una cittadina costruita più di seicento anni fa in uno dei luoghi più remoti della terra. Vale ogni sforzo fatto per raggiungerla.
Ma questa è un’odissea e come tutte le imprese epiche che si rispettino riserva il meglio per il viaggio di ritorno.
Ridiscendiamo la montagna pieni d’entusiasmo, parlando di architettura e influenze aliene, e per l’ora di pranzo siamo di ritorno ad Agua Caliente.
Qui si verifica la terza peculiarità andina. Forse sbaglio a generalizzare, ma la ristorazione non è proprio il settore in cui i peruviani danno il loro meglio, Dave ed io finiamo infatti nel Peggiore Ristorante del Mondo. E non lo dico per il petto di pollo, così triste che un cane vedendomi mangiarlo si è messo il muso tra le zampe; o per gli spaghetti alla Bolognese, prova sufficiente per chiudere ogni rapporto diplomatico tra Italia e Perù; lo dico per l’acqua: un trauma dal quale non mi riprenderò mai più. Assetato e provato da ore di cammino, apro questa bottiglia da due litri e mezzo. L’etichetta e il colore sono ok e così mi ci attacco come un beduino ad una fonte in mezzo al deserto. Pochi secondi e si consuma il dramma: non era acqua, ma alcool puro, quello che la nonna usa per fare la grappa per intenderci. Quasi muoro. Provo a sputare, ma è troppo tardi. La mia faccia è quella di un bambino che, travolto dalle onde, ha bevuto l’acqua del mare per la prima volta e senza alcun preavviso. Dave ride fino alle lacrime, il cameriere senza fare una piega annusa la bottiglia e fa spallucce: “Disculpe hombre”. Io lo guardo e prometto a me stesso di sacrificarlo senza pietà: “Non pasa nada, està bien”.
Dall’infausta Agua Caliente, terra di avvelenatori e gran ladrones, torniamo camminando verso la Centrale Idroelettrica. Per le sei siamo lì.
Saliamo sull’ennesima macchina scassata che per 10 Soles promette di portarci direttamente a Santa Maria. Frei, l’autista, ci racconta la storia della sua vita e di come per i conduttori dei vari Collettivi stia diventando difficile competere con le agenzie di trasporto ufficiale, spesso straniere e decisamente troppo care. Grazie Lonely Planet.
Santa Maria è esattamente come l’avevamo lasciata: triste e desolata. Scopriamo che non ci sono bus per Cusco e che l’unica soluzione è scroccare un passaggio. Scrutiamo le facce in cerca di un hombre rassicurante. Va bene fidarsi, ma siamo sempre due gringo in un paese del secondo mondo, non vogliamo mica finire sul telegiornale. Ismael è il nostro uomo, la sua Toyota in quattro ore ci porterà a destinazione, così ci assicura lui. Il costo è sempre contenuto: 25 Soles (il prezzo di un Big Mac in Italia). Il viaggio si trasforma ben presto nella quarta anomalia andina.
Per rimanere sveglio e vigile, Ismael decide di abbassare i finestrini davanti, trasformando la sua Toyota in un freezer a quattro ruote. Avevamo così freddo che dormire sarebbe stato potenzialmente letale. Per riscaldarci io e David siamo arrivati addirittura a prenderci a schiaffi di proposito, metodo russo secondo lui. Il viaggio tuttavia regala momenti di rara emozione, come quando in mezzo alla strada si palesa una gigantesca civetta bianca, che guardando fisso la macchina sembra volerci dire: “cosa ci fate in casa mia?”. L’avvistamento di un lupo completa il momento Wwf e ci riporta al fottuto freddo di quel viaggio infinito.
All’una siamo di ritorno all’ostello, trentasei ore dopo e con una storia da raccontare.
Non ho mai dormito così bene.