Betania /III
Mancavano pochi giorni alla Pasqua. Sei. Serviva una sosta prima di riprendere il viaggio, l’ultimo. Serviva lo slancio per compiere il passo definitivo, l’ultima spinta di un travaglio per manifestare il volto al mondo.
Gesù tornò a solcare strade note, a tracciare orme sulle strade polverose di Betania. Il villaggio lo accolse ancora una volta con le case ormai amiche e custodì il suo riposo con la pace della sera. Si diede una cena in suo onore, di nuovo, tra quelle mura così familiari. Si respirava sempre una gioia frizzante, eppure quella sera un latente senso di precarietà velava il cuore dei suoi ospiti, ma ciascuno si taceva quell’angoscia nella contentezza di averLo lì di nuovo.
Lazzaro viveva sospeso nel miracolo da giorni: lottava di continuo per cancellare i segni della morte da ciò che lo circondava, immensamente grato per la vita restituita, certo dell’amore dell’Amico, dal quale - era sicuro - sarebbero venute grandi cose. Tuttavia, a tratti lo spaventava la gratuità di ciò che aveva ricevuto; sentiva di essere indegno di un dono così grande, avvertiva la responsabilità di non sprecare nemmeno un istante di quella vita nuova. Sentiva di essere quasi atterrito da un Amore talmente grande da essere difficilmente pensabile da mente umana. Quella sera, alla mensa, occupava lo stesso posto di mesi prima, eppure, anche a guardarlo, non si sarebbe detto la stessa persona: il suo volto pendeva letteralmente dalle labbra di Gesù, si cibava più di ogni Sua parola che del pane sulla tavola.
Marta aveva scoperto il piacere dolce di lasciarsi andare, fermare le mani e alzare lo sguardo. Si era lentamente abbandonata, lasciandosi cullare dalla grazia che le fioriva attorno. E aveva scoperto che quanto meno si curava che qualcosa riuscisse alla perfezione, tanto più le veniva donato. Sembrava talmente straordinario da farle venire da ridere all’improvviso. Rideva, rideva, in una primavera infinita. "Sei più bella, quando sorridi". Ma quella sera non c’era solo la necessità di servire l’Ospite al meglio ad annebbiarle il sorriso; si sentiva come se gli stesse servendo il suo cibo per l’ultima volta. Temeva che da un momento all’altro Lui si alzasse, salutasse e se ne andasse per sempre, portando con sé la Luce che da mesi abitava quella casa e lei. Era un pensiero che faceva troppo male, e lo soffocava curandosi della mensa quasi con la stessa acribia di una volta.
Maria sedeva piccola piccola ai piedi di Gesù. Gli si era fatta ancora più vicina; le sue ginocchia toccavano i talloni polverosi di Lui. Aveva ormai annullato ogni distanza: raccoglieva ogni sua parola con gli occhi, le orecchie e la bocca, quasi fossero le cose che Lui andava dicendo l’unico nutrimento di cui aveva bisogno; non si curò affatto della cena. Il cuore di lei batteva all’unisono con quello di Gesù, ne percepiva la fatica del viaggio, la serenità di essere giunto in un luogo amico, il conforto della mensa al quale piano piano si abbandonava, il fervore nel poter condividere con i commensali il suo discorso. Fu forse per questo che solo Maria seppe interpretare il sentimento che pian piano la invadeva; anch’ella avvertiva, come i fratelli, una strana precarietà, la sensazione che quella vicinanza, quel colloquio intimo di anime fosse un dono concesso ancora per poco. Non se lo spiegava, inizialmente, aveva timore, ma poi, in un attimo in cui Lui fece silenzio, alzò lo sguardo sulla tavola: Lazzaro e gli altri ridevano, anche sua sorella Marta aveva allentato momentaneamente il ritmo, eppure Gesù taceva al suo posto; improvvisamente le parve molto solo. In quel frangente colse nel suo sguardo l’angoscia.
Maria sospese quel momento, lo prolungò fino a renderlo eterno, dilatò il suo respiro fino ad uno spazio senza tempo, un attimo senza fine in uno spazio perpetuo. Non poteva credere a ciò che leggeva negli occhi di Lui: una muta richiesta di aiuto, un silenzioso addio alle pareti di quella casa così familiare, tanta paura. Questo la sconvolse più di tutto: anche Lui aveva paura, e ciò che temeva era morire.
Ma come?! Lui, Lui che qualche settimana prima aveva dimostrato loro proprio l’opposto, che la morte si vince, e la prova vivente stava con lei tutti i giorni, in quel fratello perduto e poi ritrovato proprio quando il puzzo di cadavere già le invadeva le narici. Dio solo sapeva ciò che aveva provato nel momento in cui l’aveva visto uscire dal sepolcro… Dio lo sapeva, e anche Gesù, ne era certa. Guardando Lui, ascoltandolo, lasciandosi guidare dai suoi insegnamenti si era convinta che agli uomini fosse concesso un di più di vita che non trovava altro modo di definire se non ritenendolo divino. E ora nei suoi occhi trovava riflessi i suoi stessi timori di un tempo, ed ebbe la certezza che la paura della morte segnava un evento imminente, quasi una certezza inevitabile, alla quale Lui non voleva sottrarsi. Le mancò la terra sotto i piedi.
Tutto questo accadde in un istante; poi Gesù tornò a rivolgersi alla tavola, unendosi ai sorrisi dell’ospite e dei compagni. Ma per Maria fu impossibile lasciare che tutto tornasse come prima. Quell’Uomo le aveva dato troppa vita perché lei lo abbandonasse in quell’angoscia e non provasse anche solo a restituire una millesima parte dell’amore con cui la aveva avvolta. Seppe, nella precisa consapevolezza di un baleno, cosa doveva fare.
S’alzò, nell’impeto rovesciò una coppa colma di vino sulla tovaglia di lino bianco; la macchia si allargava rossa sulla stoffa, ma lei non se ne curò. Corse nella stanza accanto, il cuore che batteva forte come quello di chi sta per recuperare un tesoro. Lo trovò il suo tesoro: una libbra d’olio di puro nardo, procurato nei giorni della morte di Lazzaro, con l’intenzione di onorarne la sepoltura, ma poi mai impiegato perché non ce ne era stato il tempo. Sentì chiaramente che quell’olio non era destinato ad altri che a Lui, a Gesù.
Tornò nella stanza dove si cenava, gli occhi di tutti fissi su di lei, nessuno in grado di spiegarsi cosa le fosse preso, quale fosse il motivo di quella grande incomprensibile agitazione. Ma Maria non aveva attenzioni per nessuno, il suo sguardo era fermo su quei piedi che avevano catturato l’attenzione di sua sorella Marta per prima. Piedi sporchi di terra, segnati dai graffi delle pietre, consumati dalle miglia percorse. Piedi di viaggiatore.
Di nuovo, vi si inginocchiò davanti. Sentì alle spalle il peso di una curiosità crescente, quasi ostile, una sopportazione quasi al limite per il suo comportamento strano. Sguardi pesanti, tutti eccetto uno, colmo di una tenerezza smisurata, già consapevole di ciò che stava per fare, grato. Le donò il coraggio che mancava.
Versò l’olio su quei piedi stanchi, l’olio scendeva e si mischiava alle lacrime che non era stata capace di contenere, sopraffatta dalla grande emozione. L’olio scorreva già in abbondanza, ma lei seguitava a versare; versava e versava, senza misura.
Un rivolo toccò terra passando dai talloni, un altro percorrendo le fessure tra le dita. L’olio cadeva una goccia dopo l’altra, tintinnando sul pavimento duro, Maria non si fermò di fronte ai piedi del tutto ricoperti, ma continuò a versare fino a quando fu tutto consumato. Nella casa si sparse un profumo fortissimo, penetrante, che impregnò tutti e ogni cosa.
A quel punto Maria si chinò ancora di più sui piedi unti e con dedizione assoluta li asciugò con i suoi capelli, fino a che anche l’ultima goccia non fosse assorbita. Non era un rito di sepoltura, era un atto intriso di amore, un gesto di addio compiuto con la più grande tenerezza.
Maria aveva il volto rigato dalle lacrime, ma sorrideva. Lazzaro le guardava le mani e ne avvertiva le carezze che avevano provato a lenire anche la sua, di morte. Marta fissava la sorella, così piccola eppure in quel momento così grande, che con assoluta semplicità le spiegava ciò che in mesi non era stata in grado di comprendere. Gesù solo comprendeva del tutto ciò che era avvenuto.
Vi fu chi gridò allo scandalo, chi si indignò per lo spreco, chi protestò per il denaro sperperato. Ma neanche una goccia dell’olio versato andò perduta. Assurdo paradosso dell’Amore: abbondante fin quasi allo spreco, eppure mai sufficiente. L’amore non quantifica né il troppo né il troppo poco, l’amore punta all’esagerazione.
Maria raccolse i suoi capelli e si trasse in un angolo; nessuno si curava più di lei, ma il profumo le stava forte tutto intorno. Profumo forte, eppure inutile; olio prezioso, eppure, secondo i più, sprecato. Tremava, come quando si prova il brivido dell’andare oltre.
L’oltre è un ex-cesso, uno squilibrio dall’umano al divino, un dare a perdere. Amore gratuito, molto amore. Magis.
Da: "Betania"









