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Viareggio Calabria
Città nota per il carnevale più piccante del Mediterraneo.
Xu Bing è una delle mie più recenti ossessioni.
È il Luigi Serafini cinese. Il suo Book from the Sky (1987-1991) è una collezione sterminata di rotoli e libri scritti con una densissima serie di simboli che somigliano al cinese. Sono simboli che non hanno alcun significato.
Ho una cartella, sul mio pc, piena di artiste e artisti che hanno lavorato sulla scrittura, e lui è uno dei più interessanti.
E il sabato vola.
Punti.
La situazione è questa.
Da circa un anno sto riuscendo a dimagrire regolarmente, percorso che si concluderà verosimilmente nel 2027, ma che nel frattempo è una delle poche cose che stanno funzionando in modo liscio nella mia vita.
Sto scrivendo qui perché mi sembra uno dei pochi posti in cui posso scrivere e basta, non pensare, non performare, non immaginare implicitamente una persona specifica che mi legga. Forse ho bisogno solo di questo, e di chiudere tutto il resto.
Oggi un mio collega ha ricevuto la mail di una studentessa che si lamentava della difficoltà del mio corso. Questa cosa mi ha mortificato oltre i limiti del comprensibile.
Nel frattempo, la segretaria della didattica della mia università mi ha scritto per dirmi che ho dato un'informazione sbagliata su un insegnamento. Questo nonostante io le avessi scritto cinque giorni fa, senza risposta, per chiederle le informazioni da dare. Questo, oltretutto, nonostante le informazioni sull'insegnamento siano sbagliate sulla pagina del corso (che non ho scritto io). Sono passate due ore, e sto ancora tremando dalla rabbia.
Ho capito che questi sono solo segnali del fatto che sta per arrivare l'ennesimo burnout.
Il problema è che io il burnout lo reggo molto bene, a quanto pare.
Forse dovrei solo esplodere, deflagrare, bruciare e poi spegnermi. Almeno per un po'.
Vai a vedere che è questo il dramma, che sono ignifugo.

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«Be'» disse Nina con una voce lontana, distaccata, riportata alla realtà da una fantastica volontà di concentrazione. «Sembra così maledettamente inutile. Tutto... come dice Max. Non rimane niente. Viviamo nella morte»
Phil K. Dick, E Jones creò il mondo
Fatcalling
Sono all'aeroporto di Catania, che ha uno dei loghi più belli che abbia mai visto. Immaginate la mappa della Sicilia: da Catania partono delle linee bianche che attraversano la regione, simboleggiando il potere connettivo dell'aeroporto. Osservando meglio, però, si nota che queste linee trasformano la regione in un aeroplanino di carta. È una cosa spettacolare, design puro.
Sono in anticipo di due ore. Sono sudato, sporco, esausto. Ho appena terminato il quarto convegno in dieci giorni, e sto per tornare in Germania dopo aver attraversato altre tre nazioni con la stessa borsa, la stessa valigia zeppa di libri che sono riuscito a leggere solo a metà. Ho al polso un bracciale preso a Hong Kong, con un drago dai denti appuntiti: mi ha sfregiato il braccio senza che me ne accorgessi.
La zona dei gate dell'aeroporto di Catania è splendida, non troppo grande e luminosissima. Pasticcerie ottime, ma soprattutto tavole calde con ottimi pezzi di rosticceria. Mi affaccio a un bar, chiedo un caffè e una bottiglia d'acqua. Il barista, un signore stereotipicamente siciliano e allegramente baffuto, mi parla con cordialità: «Lo sa chi mi ricorda? Pavarotti!».
Me lo dice con entusiasmo, con il piacere infantile di chi ha trovato una nuova analogia nel caos dell'universo. Devo dire che non mi era mai successo: mi hanno paragonato a pressoché tutti i personaggi famosi grassi, ma Pavarotti mai. Sarà che sono alto due metri, sarà che sono muscoloso e più chiaro, ma non mi era mai capitato di identificarmi con lui. Ricordo un suo video delizioso, in cui conversa con il pubblico statunitense e scherza sulle sue dimensioni. Una donna, dal pubblico, lo rassicura dicendo che «ladies love large men». Il suo sorriso è una spremuta di Emilia Romagna.
Mi piace pensare che il signor barista avesse in mente quel sorriso mentre mi parlava. Ovviamente non poteva sapere che negli ultimi sei mesi ho perso quasi quindici chili. Non poteva sapere che ricevo commenti sul mio peso più o meno ogni giorno, in un modo o nell'altro. Non poteva sapere, il signor barista, che da mesi vado ogni giorno in palestra, sudo e digiuno, con l'unico obiettivo di tornare ad avere una forma riconoscibile, di liberarmi di questo corpo ingovernabile.
Nel video in cui conversa con il pubblico, Pavarotti risponde alla signora dicendo che è uno dei più bei complimenti che abbia mai ricevuto. Aggiunge che un altro complimento glielo ha fatto un signore per strada, urtandolo e dicendogli «mi scusi, non l'avevo vista». La contraddizione tra i due complimenti esprime una contraddizione tipica della grassezza: essere mastodontici e invisibili, rimanere sospesi tra il desiderio di essere visti e il desiderio di sparire.
Da una decina d'anni circola nel mondo della ricerca un'espressione, Fatcalling. Ricalca il Catcalling, e fa riferimento all'estremo agio con cui le persone fanno commenti sul peso delle persone negli spazi pubblici e nelle conversazioni private. Mi sembra che quest'espressioni mostri una strana analogia tra la condizione della persona grassa e la condizione delle donne: si tratta del cortocircuito tra esposizione e invisibilità che si manifesta nella battuta di Pavarotti. Lo si potrebbe esprimere così: è la strana sensazione di essere guardati senza essere visti.
L'analogia tra Catcalling e Fatcalling arriva fino a un certo punto, poi si trasforma in un contrasto. L'esposizione della donna è quasi sempre sessualizzata. L'esposizione della persona grassa, invece, va nella direzione opposta: il grasso deforma il corpo, sfuma i confini tra i sessi e tra i generi. Il Fatcalling non è violento perché sessualizzante, ma perché desessualizza la persona grassa, la espone come un attore poco credibile nel gioco della seduzione.
Osservo il sorriso baffuto del barista, prendo il mio caffè e gli sorrido a mia volta con una battuta di circostanza. Prendo questo scambio come la prova che il grasso non è solo materia, è un'entità metafisica, un fantasma che ti si aggrappa addosso e che non ci vuole niente a evocare. Il dimagrimento è un esorcismo.
Album della settimana
Tutti fenomeni
Privilegio raro
42 records, 2022
Ho corso tutta l’Europa senza vederla: io non so più fermarmi e guardare, so solo indovinare, io non so più pensare ma capire, capire i matti disegni, i pegni proibiti, i sogni impossibili. Questo. E il mare. Giorgio Cesarano, Capire

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Torno sulla mia isola, entro nella mia libreria preferita e come al solito spendo una parte della tredicesima in libri. Cinquecento euro di volumi, li poggio sul banco senza pensarci due volte, fedele all'idea che ci sono libri che vanno presi:
Perché devono essere presi e basta, come la nuova traduzione Einaudi de I Demòni di Dostoevskij, con quell'accento a togliere il dubbio una volta per tutte.
Perché non sai se ne vale la pena, ma sai che solo ora ti sta balenando l'idea che possa valerne la pena, potresti non vedere quel libro mai più e perdere per sempre l'occasione di un incontro.
Perché hai un progetto, l'idea per un progetto, il sogno di un'idea per un progetto, il desiderio di sognare l'idea per un progetto. E quel libro irradia promesse, lo sfogli e vibra di virtualità.
Perché calcoli irragionevolmente sulla base delle pagine quotidiane che vorresti leggere, e non di quelle che riesci a leggere una volta superati i cenoni, le passeggiate, le risposte alle mail, le valutazioni dei saggi di fine corso, i film deludenti, i film non deludenti, gli attimi lunghissimi di stupore semi-alcolico. E quindi hai paura di finire a corto prima del ritorno a casa.
Esco dalla libreria, e per la prima volta sento la busta come un peso, non come un cofanetto di potenzialità ancora inesplorate. Torno a casa, entro nella mia camera-biblioteca sventrata dai lavori, in cui il terremoto ha scombussolato tutto e nella quale passo troppo poco tempo per fare un serio lavoro di archiviazione. Osservo le pareti ricolme di testi troppo diversi tra loro, alcuni letti, altri - troppi - nemmeno sfogliati. Vago tra gli scaffali non più familiari e mi sento oppresso, osservo le file di titoli come se mi indirizzassero una muta minaccia: quand'è che la mia libreria ha smesso di essere un'estensione di me stesso, e ha cominciato a divenire un ostacolo? Cosa l'ha trasformata in questo guscio secco e polveroso, la cui densità avverbiale è slittata dal prossimamente al difficilmente, dal forse al purtroppo?
Sono un fermo sostenitore dell'idea che i libri vanno letti, ma anche e soprattutto acquistati: anche quando non si può leggerli, anche quando si sa che non li si leggerà mai. I libri più belli sono quelli che ti sorprendono, che compri pensando che non avrai tempo nemmeno di sfogliarli, e poi magari diventano il centro di un'esperienza. Comprare libri è un'operazione cognitiva in quanto tale, non abbisogna di complementi. Eppure mi sto prendendo poca cura dei miei acquisti. Il punto non è leggere di più, ma comprare meglio: godermi il momento dell'acquisto, incontrare i libri che entrano nella mia libreria. Lasciarli essere per un momento, invece di tenerli sospesi nell'attesa di un incontro futuro.
Ieri finalmente l'ho percepito. Ha digrignato i denti dietro la superficie degli ultimi giorni, l'ho sentito grattare contro gli angoli delle pareti. E poi eccolo, il privatissimo sentimento di terrore che divampa appena succede ciò che diciamo costantemente di sperare: l'horror vacui che si apre davanti alla possibilità di scrivere, di dedicarsi ai propri progetti.
Niente più scuse. Tendiamo a dimenticare quanto comfort si nasconde dietro lo stress di una vita frenetica. Quanto è consolante l'artificiosa complessità dei tempi composti e dei modi obliqui: gli avrei potuto, i se solo non fosse stato. E poi l'indicativo ti colpisce con uno schiocco furibondo, frana su di te dal condizionale: potresti, puoi. Ecco lo spazio, ecco il tempo. Questa possibilità non può più esserti tolta: avrai potuto. Per sempre.
Ora lo vedo, il tepore degli impegni costanti, la rassicurazione malcelata dietro le cosiddette scocciature. Lo vedo perché lo stress sta lentamente scomparendo, tutto ciò che rimane è lo spazio per fare ciò che dico di voler fare, per essere ciò che dico di voler essere.
Fermati, respira, osservati con un briciolo di amorevolezza: non si è mai ciò che si è. Concediti questa vertigine, impara piano piano ad abitare questo spazio. È come imparare di nuovo a camminare, ora che non c'è il contrappeso del mondo a sorreggerti. E poi inizia.
Il tuo vecchio post su Jordan Peterson mi ha fatto molto ridere perché dimostra la disonestà intellettuale delle persone come te, costrette ad attaccare sul personale in mancanza di valide argomentazioni. Puoi essere d'accordo o meno con quello che dice Peterson, Walsh, ecc. (tra l'altro persone con opinioni molto diverse tra loro) ma nel momento in cui l'unica cosa che sai fare è attaccare il suo presunto ‘stile’ passi automaticamente dalla parte del torto. Mi sembra quasi di leggere gli atti dei processi alle streghe in cui si cercavano determinati comportamenti per dimostrare la presuntamalvagità delle stesse. Questo tuo rantolo pseudointellettuale dimostra anche un'altra cosa: che le persone come te, che sento il bisogno di ricorrere a questi mezzucci, sono spaventate a morte. Spaventate non dalla violenza (tutto si può dire su Peterson tranne che sia una persona violenta, intollerante ed ostile al dibattito) ma da un nemico molto più insidioso: il dubbio. Il dubbio che, tra le sue parole (e tra quelle di molti altri che difficilmente si possono definire 'neoconservatori’), ci possa essere un briciolo di verità; che forse il relativismo assoluto del post-modernismo (del “io sono quello che penso di essere e nessuno mi può contestare”) sia solo una cagata pazzesca. E dopo averlo letto vado a farmi un bagno nel Lago Duria
Mi arriva questa submission un po' sconclusionata, in cui si prende per un attacco un post che era tutto il contrario. Io non dico molto, ma almeno saper leggere. Boh.
La conferma definitiva che siamo condannati, come specie e come individui, è la nostra capacità di invidiare chi sta peggio di noi.
Quella volta che ho avuto un breakdown al concerto di Max Pezzali
Arrivi, e capisci immediatamente che hai sottovalutato in modo drammatico la notorietà di Max Pezzali. Il Pala Alpitour è tutto un formicolare di mammiferi bipedi dalle fattezze variegate, di tutte le età ma con un netto picco nella demografica 30-40. Si aggirano in branchi con sulla fronte bandane giallonere, “MAX” a caratteri cubitali mentre sorseggiano da beveroni di birra calda. Intorno è una paninoteca a perdita d’occhio, chioschi innumerevoli che grigliano salsicce, piastrano panini, distribuiscono con generosità bottiglie di vetro vietate. Contemplo la scena e mi sento un etnografo in una cultura sconosciuta, misuro il mio desiderio di osservazione partecipante.
Sono qui con uno dei miei migliori amici, una di quelle amicizie che sono diventate natura, hanno qualcosa di arboreo e sottocutaneo. Entriamo nel palasport e lui è deluso, sembra ci sia poca gente ma manca un’ora. Dieci minuti prima dell’inizio la sala è gremita, quindicimila persone tutte lì a gridare il nome di Max. Il concerto comincia ed è fantastico, le visuals rimandano - come i testi delle canzoni - alla nostalgia della provincia, scandiscono un’epica semplice fatta di divinità minori, donne irraggiungibili, fallimenti mai definitivi, successi inattesi dei senza successo. È uno dei concerti più wholesome a cui abbia mai partecipato, Max Pezzali è gentile e rilassato, la folla è indelirio, il mio amico non è in sé e si gode la serata cantando a squarciagola.
Io intanto penso. Ho sempre considerato il mio amico come una sorta di mia versione alternativa, noi due rappresentiamo le due opzioni fondamentali della vita: lui è rimasto, io sono partito. Lo guardo così puramente felice, una goccia in questo mare di folla in cui tutti cantano, tutti sembrano conoscersi. È un bel momento, indubbiamente, mentre io non riesco a smettere di pensare al lavoro, all’ennesima sciocchezza che dovrò scrivere o inviare. Mi si schianta in testa l’idea che forse ho sbagliato, che forse tornare non è abbastanza, e che avrei fatto meglio a restare dov’ero, a scegliere una vita facile e linerare, fatta di affetti duraturi, di giornate lunghe e vuote. Invece, come Gandalf, ho scelto la via del dolore.
Piango a dirotto mentre Max Pezzali canta Sei un mito. Il mio amico è lontano, tutti sono lontani. Vivo la mia catarsi privata ascoltando un pezzo degli 883 e penso ai ritorni.

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La solitudine è quasi sempre un effetto dell’aver affidato il nostro bisogno di cura alle persone sbagliate.
Refusing to back down, Dr Jordan B Peterson calls out the “woke moralists” as he deconstructs the tweet that put him in the censors' crosshairs.Twitter censo...
Questo video di Jordan Peterson è prodotto da DailyWire, la piattaforma conservatrice fondata da Ben Shapiro e attualmente esplosa grazie a un documentario di Matt Walsh intitolato “What is a woman?”. Da tempo Peterson è stato ufficialmente irregimentato tra le file dei neoconservatori americani, una banda di polemisti sotto steroidi che hanno trascorso la loro adolescenza tra catechismi e gare di dibattito.
Rispetto a essi, tuttavia, Peterson ha qualcosa di diverso, qualcosa di più: il background da uomo sofferente, la postura impeccabile ma espressiva, la capacità di trasformare ogni discorso in uno sguardo sulla condizione umana. Si può odiare Peterson, ma non si può non ammettere la sua capacità di trasformare ogni sua apparizione in un film fantasy: egli è senza dubbio il polemista più epico del XXI Secolo, colui che meglio di tutti ha saputo padroneggiare l’espressività dell’eroe tragico.
Ventiquattro ore, più di un milione di visualizzazioni. Questo video, che commenta il recente ban di Twitter nei suoi confronti, ha tutto il sapore di un contrattacco. Chissà se questo contrattacco verrà ricordato come un episodio in una gustosa guerra di comunicazione tra le piattaforme liberal americane e la “maggioranza silenziosa” dei redneck, o se non passerà più tristemente alla storia come una delle avvisaglie di una guerra civile di là da venire.