ANASTASIA (1997)

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@ilbarsullamontagna
ANASTASIA (1997)

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
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Cosplay loading…
If I could hitch a ride on a time machine
I would bring you right back here to me
And I wouldn’t have to watch you disappear
Even though I said all the things that mattered most
While I held on tight to the end of the rope
I could keep you close, but I couldn’t keep you here
A lot can happen in a year
Aldebaran Star
In nostalgia, there is no difference between a day, a year, a decade, or a lifetime, because the amount of longing is beyond the idea of time.
- Khalil Gibran

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Ci aspettiamo che le cose possano rompersi, per cui ci attrezziamo per aggiustarle. Ma solo quando si tratta di cose, non di persone.
In questi giorni mi sono arrivate due notizie indesiderate.
La prima riguardava la casa dove vive mia madre — di mia proprietà — dove si è rotto il tubo che porta l'acqua dal contatore alla casa. Da rifare completamente.
La seconda riguardava la casa dove vivo io — costruita appena dieci anni fa. Il tetto perde. I condomini sono giustamente arrabbiati: da una casa vecchia ci si aspetta che qualcosa ceda. Da una costruita dieci anni fa, no. E in più, con le infiltrazioni, il problema potrebbe non risolversi mai del tutto — si interviene, si monitora, si convive con una certa dose di incertezza residua.
Eppure, in entrambi i casi, ci siamo seduti, abbiamo parlato, abbiamo trovato un modo per procedere insieme. Nessuno ha abbandonato il tavolo. Nessuno ha detto: siccome ti sei rotto, non ti voglio più.
Ho pensato: perché con le persone non funziona così?
Con le cose diamo per scontato che si rompano, anche quelle nuove, anche quelle che non dovrebbero. Compriamo assicurazioni, facciamo manutenzione, accettiamo che certi danni lascino traccia.
Sappiamo che niente dura senza cura, senza intervento, a volte senza la disponibilità a convivere con qualcosa che non tornerà mai esattamente come prima.
Con le persone invece — con le relazioni — ogni rottura sembra una sorpresa. Una colpa. Un fallimento.
Come se ci aspettassimo che l'amore, l'amicizia, il legame professionale dovessero reggersi da soli, impermeabili, per sempre.
La rottura delle acque precede ogni nascita.
Non è un guasto, quello che accade nelle relazioni, è il segnale che qualcosa di nuovo sta per venire.
Ma richiede che qualcosa si rompa.
Che il contenitore che ha protetto ceda il posto a ciò che ha contenuto.
Forse le relazioni funzionano così. Forse ogni rottura autentica, se accolta invece di negata o punita, è l'inizio di qualcosa che non sarebbe potuto nascere altrimenti.
La domanda che mi porto è questa: cosa cambierebbe se portassimo nelle relazioni la stessa normalità collaborativa che portiamo al condominio?
Se dicessimo, semplicemente: le cose si rompono. Anche tra noi. Anche quando sono nuove. Anche quando non dovrebbero.
E questo non significa che siamo sbagliati: significa che siamo vivi.
E che forse, come con certe infiltrazioni, il lavoro non è eliminare il problema una volta per tutte. È imparare a monitorare, intervenire, restare al tavolo.
P.S. So che il condominio è spesso teatro di liti feroci: pare sia tra le prime categorie di cause civili in Italia.
Non voglio idealizzare: anche lì le relazioni si rompono, e non sempre si ripara insieme.
Quello che ho vissuto io in questi giorni è stato diverso e proprio per questo mi ha colpito. L'ho usato come punto di partenza biografico, non come modello universale.
Il pensiero che mi interessa è altrove: nella nostra difficoltà strutturale ad accettare che le relazioni umane, come i tetti e i tubi, abbiano bisogno di manutenzione e che rompersi non significhi finire.
Mi auguro, con tutto il cuore, che anche la mia storia condominiale continui a fare eccezione ovviamente.
Gloria Volpato
Milo Manara, El Gaucho
Time
L’ultimo anno
Siedo sul solito divano sfondato. È quel periodo dell’anno in cui, la sera, l’interno è un caldo soffocante e fuori si respira.
Respirare, poi… parola grossa, visto che ogni cinque boccate di ossigeno ce n’è una di sigaro.
Quando riuscirò a smettere di intossicarmi, forse sarà il momento in cui avrò trovato un equilibrio.
Perché gli ultimi anni sono stati strani, e a un certo punto si presentavano davanti due strade: l’autodistruzione o il risveglio.
Ho scelto la seconda, anche se la prima era molto più grande e invitante. C’era di tutto: la sindrome del martire, quella dell’incompreso, quella dell’impostore. C’erano una serie infinita di maschere da poter indossare a piacimento, tutte che si alimentavano una con l’altra, come quando dicono che lo zucchero è una droga e più ne mangi più ne mangeresti.
Ma come l’eccesso di zucchero può portare il diabete, troppe maschere portano a non avere più le idee chiare su chi si è veramente.
Non sono mai stato un fenomeno in nulla, ma ho sempre tirato avanti con la serenità mentale data dal fatto di saper fare delle scelte. Giuste o sbagliate lo ha decretato poi il tempo.
Ritrovarmi improvvisamente a dubitare di tutto è stato devastante. Perché non è vero che non scegliere è anch’essa una scelta. Non scegliere è un cazzo di limbo, dove da qualsiasi parte ti giri ti viene solo da piangere.
E così mi sono trovato davanti all’unica decisione, che poteva portare a scomparire del tutto o a riprendere in mano la situazione.
Se razionalmente oggi la scelta sembra facile, non lo è mai stata. La strada larga ha una buona pendenza e tende a tirarti a sé anche dopo che hai imboccato l’altra via.
Perché devo stare qui a guardare gli errori che ho fatto? Perché devo piangere pensando a chi ho ferito? Perché devo provare questo peso di non riconoscermi?
Ho provato la psicoterapia. Mi ha aiutato a capire le origini dei miei atteggiamenti, ma non è riuscita a farmi uscire dal loop. Sapevo perché facevo una cosa, ma non sapevo come evitare di farla.
Alla fine ho optato per ciò che so fare meglio: mi sono isolato e guardato dentro da solo. Quando ero bambino, mia madre mi abbracciava tantissimo quando facevo le cose per lei. Il mio modo di relazionarmi appreso è sempre stato quello: non essere, ma fare per essere amato; non dire chiaramente cosa vuoi se non è ciò che vuole anche l’altro. Non porre limiti, non dire mai di no. Rosicare dentro, non manifestare, non dire, non mostrare ciò che sei e ciò che vuoi, diventare acqua.
Un soffio d’aria fresca mi accarezza un braccio. Alzo gli occhi al cielo e guardo le stelle. Cerco sempre la più luminosa.
È stato un anno di lavoro in silenzio, sai stellina? Non per diventare la versione migliore di me, ma quella più vera.
Capire cosa conta davvero, cosa voglio nella mia vita e cosa no.
Non ho finito e probabilmente mai finirò, farò nuovamente errori e cadrò malamente ma lo farò con onestà e sapendo che spesso, le ferite bisogna curarsele da soli.
Ma finalmente è tutto più chiaro e ora riesco di nuovo ad alzare gli occhi al cielo per ammirare lo splendore senza sentir risuonare nelle orecchie quella canzone: do you wanna see the stars before they fall?

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L'OSPEDALE DELLE LAGNE (trigger warning: fragile ego)
Questo post avrà due sezioni... la prima di tenore generico con un intento neutro riflessivo, la seconda, invece, per alcuni di voi potrebbe essere più antipatica ma considerate che non sto scrivendo ad personam ma faccio un ragionamento generico.
Il titolo si riferisce a una situazione che viene a crearsi nell'ottava puntata della terza stagione di Spongebob, dove quest'ultimo alla fine di una farsa in cui cercava di dimostrare di essere un vero duro e smentire l'accusa di lagnosità, sviene picchiando la testa dopo essere scivolato su un cubetto di ghiaccio e viene ricoverato proprio all'ospedale delle lagne, dove appunto vanno i lagnosi.
Naturalmente da quel momento in poi, nella nostra famiglia, a ogni segno di lieve malessere o timore ipocondriaco scattava la citazione ('Vuoi che ti prenotiamo una visita all'ospedale delle Lagne?') con la variante aggiunta 'Vuoi che ti portiamo al Pianto Soccorso dell'ospedale delle Lagne?'.
Ho scoperto relativamente da poco che quell'odiosa domanda che gira in rete da un po' e che io vedevo usata come frase motivazionale stile managerial-statunitense cioè 'Do you want sympathy or solutions?' (Vuoi comprensione oppure soluzioni?) in realtà sembra essere una domanda che viene suggerito di porre alla persona vicina quando si lamenta, per capire se davvero vuole aiuto oppure semplicemente sfogarsi.
Io detesto le persone che non si pongono questa domanda o che proprio non capiscono la differenza ma che si devono lussare la glottide per dirti il più velocemente possibile dove stai sbagliando e loro cosa farebbero.
Io non voglio sincerità o schiettezza... voglio supporto e profondità.
So perfettamente dove sto sbagliando, quali sono i miei punti deboli e quelli di forza.
Non mi lamento quasi mai e quando mi lamento lo faccio in modo incidentale e quasi indistinguibile dal solito, a paragone del drama circus che taluni imbastiscono.
Se voglio aiuto, lo chiedo.
Ecco, non ho bisogno di aiuto, non mi sto lamentando e tutto sommato le cose vanno bene... non ho nemmeno ricevuto consigli non richiesti ma ho parlato di questo perché mi rendo conto che tra molti individui il dono di ascoltare sta diventato sempre più raro.
Le persone hanno bisogno spasmodico di essere ascoltate, perché se vedono davanti a loro una persona attenta a ciò che dicono si sentono validate, si sentono di essere, di esistere.
Se dite che stanno sbagliando, si sentono sbagliate.
Se dite cosa fareste al loro posto, si sentono sostituite.
Ascoltatele, per cortesia, e quando avranno finito di parlare molte di loro avranno la soluzione.
DETTO QUESTO
(seconda sezione)
C'è chi della lamentela ha fatto la sua professione o meglio... il suo modo di apparire (e molte volte di essere).
Quando le persone non vengono ascoltate (o non si sentono ascoltate) allora anelano a essere rappresentate e cosa c'è di meglio che mettere il like a una persona che dà voce alla tua frustrazione prendendosela in modo monotematico con una certa categoria?
Durante il covid ho sempre cercato di scrivere evitando la polarizzazione e le crociate contro i novax perché a fronte di una fortissima tentazione di perculare una categoria composta al 99% di cerebrospaesati e far esplodere così la claque di big like, alla fine ce la si sarebbe cantata e ballata in modo infantile tra noi quattro stronzi senza essere d'aiuto ad alcunchí.
Oggi noto un accanimento particolare verso le giovani generazioni, ovviamente direttamente proporzionale nella veemenza all'avvicinarsi a quell'età anagrafica precisa che lascerò ignota ma che segna la metamorfosi da adulto e Vecchiə di Merda.
Non so come mettervela giù in modo delicato e/o diplomatico ma avete rotto il cazzo.
Voi e i vostri tempi.
Voi e i vostri docenti/parenti/capi stronzi che però vi hanno fatto diventare dei superuomini con la sindrome di stoccolma e il culo dolente.
Dai, rispiegatemi come voi le cose le facevate perfette perché eravate stati forgiati nell'umiliazione del sudore sanguinolento e invece i giovani d'oggi sono tutti piagnistei e scorciatoie.
Avete rotto il cazzo. Il cazzo è rotto.
Anche perché se vogliamo parlare di piagnistei e scorciatoie, forse bisognerebbe riflettere questi 'giovani moderni' di cosa si lamentano e cosa vorrebbero evitare.
Magari quello che tu, vecchiə di merda, hai subìto da altrə vecchiə di merda quando eri giovane e nessuno ti ha capito o ti ha aiutato, quello che ora ti ha reso un'adultə PIENO DI PROBLEMATICHE PSICOLOGICHE AI LIMITI DELLO PSICHIATRICO: fragilità narcisistica, attaccamenti patologici, coping disfunzionali, sentimento di inferiorità, vittimismo cronico, ansia del rifiuto fino ad arrivare a paradossi relazionali da disturbo narcisistico covert o dipendente di personalità.
MA QUANTI CAZZO DI 'ADULTI' DEL GENERE CONOSCO?
Sono ovunque, pure qua, a ricordarci quanto un tempo le cose fossero migliori (se lo raccontano perché le hanno dovute subire loro) e come invece adesso i capistazione sono giovani depressi e lagnosi che fanno arrivare i treni in ritardo.
Fatemi questo favore: smettete di guardarvi allo specchio come esseri meritevoli di qualcosa di speciale, chiudete gli occhi e concentratevi sulla ragione di quelle emorroidi dolenti laggiù in basso che cercate di nascondere a tutti.
No, non è genetica o alimentazione.
È stato qualcuno che vi ha inculato via due cose: la gioia di vivere e il ricordo dell'inculata.
Ora riaprite gli occhi e ditemi se quellə vecchiə di merda che vedete riflessə può finalmente lasciare ricomparire il bambino di un tempo e farlo parlare a quei giovani che certo non si meritano di essere trattati allo stesso modo.
Grazie.
Firmato: Un vecchio che cerca di togliersi via la merda di dosso.
William Hawkins (1895-1990)
American Artist
Ma il bar sulla montagna esiste davvero?
Da qualche parte nel tempo e nello spazio esiste sempre un bar sulla montagna
Non è propriamente un video da social ma più un flusso di coscienza, con errori e difetti e con la faccia di chi esce da due giorni di febbre.
I still have to deliver that water

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Hey young blood
Doesn’t it feels
Like our time is running out?
I’m gonna change you
Like a remix
Then I’ll raise you
Like a phoenix
Wearing our vintage misery
No, I think it looked a little better on me
I’m gonna change you
Like a remix
Then I’ll raise you
Like a phoenix