Il caldo asfissiante non risparmia nemmeno la montagna. Le foglie fissano il cielo con flaccida resistenza.
Mi è venuta voglia di un tamarindo, anche se non ricordo nemmeno più che gusto ha il tamarindo.
La strada è deserta. Pure i camminatori solitari si sono arresi e hanno preferito chiudersi in qualche luogo in cui l’aria condizionata vince contro il mondo.
Da principio è un’ombra, una di quelle immagini che somigliano a visioni, distorte dal calore che sale lungo la strada asfaltata poi, man mano che avanza, inizia a prendere forma.
È un ragazzo. Avrà si e no sedici, diciassette anni. “Magro come un chiodo”, come diceva mia nonna. Cammina dinoccolato, la schiena curva sotto uno zaino più grande di lui ma che sembra vuoto, da come gli ricade sul culo.
Anche la maglietta sembra vuota, più larga di almeno due taglie.
Si avvicina, si ferma. Osserva, si asciuga il sudore dalla fronte sollevando un lembo della maglia e per un istante mostra parte del petto scheletrico.
“È aperto?” Chiede poi. Ha la voce gracchiante, mi ricorda Paolino Paperino.
“Prego.” Gli indico l’ingresso con la mano. Lui arranca sui tre gradini, passa di fianco al divano ed entra.
Le finestre sono tutte aperte ma non circola aria. Ho messo un ventilatore in un angolo, potrebbe sedersi al tavolo più vicino, invece ne sceglie uno diverso. Spalle al muro, come se dovesse controllare di non essere aggredito.
Rientro, vado a staccare il ventilatore dalla presa e lo sposto più vicino a lui. Lo ricollego.
“Da fastidio?” Gli chiedo.
“No, ma non vorrei poi che servisse per altri clienti.”
Giro la testa, mi guardo intorno perplesso. Non vedo nessuno da giorni. “Credo il problema non si presenterà.” Dico. Lui annuisce, non convinto. Percepisco che se dovesse entrare un’anima, probabilmente si sposterebbe per lasciargli lo spazio. Non capisco se è gentilezza o non sentirsi meritevole.
“Posso portarti qualcosa?” Chiedo.
“Un ghiacciolo alla menta e dopo un caffè.”
Eseguo e va di culo. Il caffè non manca mai, ma il freezer dei gelati non lo ricarico da mesi. Tra i tre residuati bellici, c’è un ghiacciolo alla menta. Il succo si è depositato quasi tutto sul fondo, conferendogli una sfumatura quasi perfetta dal salvia al verde foresta.
Lui lo prende e ringrazia. Io preparo i caffè. Mentre che lo faccio per lui, perché non dovrei prenderlo anche io?
Glielo metto sul tavolo mentre io torno all’ingresso. Forse si sta alzando un vento leggero. Sale, non scende e questo è buono: rinfrescherà.
Appoggiato allo stipite, lo osservo. Mi sembra di conoscerlo da sempre: è ottimista, ma non si aspetta niente; è rispettoso, forse troppo.
“Cosa ci fai da queste parti?” Gli domando.
“Passeggiavo. Per pensare.”
Annuisco, come se avessi capito. Lui intanto finisce il suo ghiacciolo e passa al caffè. Vorrei avvisarlo, ma non faccio in tempo. E poi è giusto che uno ci sbatta il naso per imparare le cose.
Vedo dalla smorfia che il caffè bollente sui denti ghiacciati ha fatto esattamente ciò che doveva fare: male.
“Mamma non ti ha detto che freddo e caldo uno dietro l’altro non vanno benissimo?”
Fa un sorriso timido. No, sua madre non glielo ha detto.
“Qui affittate delle stanze?”
“Sì, sopra ce ne sono un paio. Se vuoi te ne preparo una.”
Annuisce, mentre finisce di sorseggiare il suo caffè. Poi si alza, si appoggia all’altro stipite della porta e si accende una Chesterfield. Cerco di sentirne il profumo. Quante ne ho fumate, di quelle.
“I tuoi sanno che sei qui?”
“Sono autonomo, tranquillo.” Mi risponde. “Non si preoccupano.”
“Va bene, dammi solo il nome da segnare sul registro, per la stanza.”
“E sia. Resta un po’ qua, giovane Fabio.”