Sto preparando le valigie/ la casa per le prossime due settimane, ebbene sì parto per la Sardegna. Primi biglietti fatti dopo la riapertura dei confini, i primi sospiri di sollievo dopo l’oppressione del lockdown durato mesi.
La Sardegna per me è sempre stata sinonimo di estate, di libertà, di cicale che cantano la sera, mentre finalmente si alza un lieve adito di vento dopo una giornata afosa (“ecco il Maestrale”, la frase preferita di mamma). Ho scritto “sempre”, ma intendo da quando ho superato l’angst adolescenziale in cui sentivo tutto ma volevo cancellare ogni cosa che mi circondasse.
Le sensazioni di cui sopra sono sempre state quelle più forti, ma in sottofondo c’è sempre stato un malessere nascosto, silenzioso che però era come un fastidio costante ed invisibile tra le volute del mio cervello. Estate significava andare al mare, e andare al mare significava costumi, pelle, ciccia e deformità in vista. Perché’ per me quello ero, deforme. Troppo seno, troppe cosce, sedere troppo piatto. Unisci questo al fatto che i costumi non stavano mai bene (ci sarebbe così tanto da scrivere sulla moda italiana, il sistema di taglie, la mancanza di scelte e la sensazione di essere sempre sbagliate dato il range di abbigliamento che va dal mignon al mignon più grande – e il conseguente riflesso di questo sistema nella mentalità delle persone) e il malessere cresceva a dismisura prima della partenza.
Più di una volta sono arrivata agli estremi di voler cancellare le mie vacanze estive, solo per l’ansia del giudizio delle persone che avrei incontrato. Non so quale stupida serie americana mi abbia marchiato a fuoco l’idea romantica del brutto anatroccolo che dopo un periodo in cui sparisce dalla circolazione torna splendido e super attraente, facendo sparire ogni difetto che aveva (primo fra tutti: il grasso). La mia mente continuava a passare immagini di me che incontravo amici, parenti, conoscenti, gente in generale, e i loro pensieri erano vividi, presenti. Sempre la mia mente riproponeva costantemente le voci di queste persone che commentavano quanto fosse “cambiata” in un anno, quanto fossi ingrassata, invecchiata, mi fossi imbruttita. E sia chiaro: non so se queste persone abbiano mai fatto questi pensieri, ma nella mia mente tutto questo è molto più che reale. È un peso enorme che continua a schiacciarmi, ogni anno più pensante.
Quest’anno, più che l’anno scorso, sono aumentata molto di peso. Parlando chiaramente, quest’anno ho raggiunto il peso maggiore che io abbia mai avuto, la taglia più grande e il fatto che abbia 35 anni non aiuta per quanto riguarda la tonicità di tutto questo ben di Dio, ergo: Jabba the Hut scansete. Potrei parlare delle battaglie psicologiche che sto affrontando con me stessa dal 2014, potrei parlare di scompensi biologici e PCOS che comportano questi cambiamenti. O potrei semplicemente dire: durante questi anni mi sono sentita sola, sola come non mai e con un buco interiore che non faceva altro che crescere. Questo vuoto che allo stesso tempo scavava e opprimeva il mio Io, veniva costantemente bombardato da cibo, arma che ho adottato per cercare di elemosinare dei secondi di felicità (è scientificamente provato che il mangiare rilasci endorfine). Non sono qui per parlare di BED (Binge Eating Disorder) né per parlare dei miei disordini alimentari. Forse sto solo scrivendo queste cose per esorcizzare questo mostro che quest’anno sta tornando estremamente più potente e mi sta letteralmente togliendo il sonno.
Mentre io lotto con queste mie battaglie interiori, la mia razionalità torna all’Austria e alla normalizzazione della diversità dei corpi nudi (a Vienna per la prima volta ho trovato vestiti che mi stavano senza dover scegliere tra modelli decisamente troppo da persone anziane o taglie troppo piccole – e non parlo di numeri; a Innsbruck ho imparato a lottare contro l’imbarazzo delle saune in cui si entra senza nulla addosso e ho apprezzato la diversità del corpo umano, la meraviglia di altre forme e di come queste cambiano con l’età – il terrore dell’età che avanza è un altro terribile aspetto della nostra società, ma non sono qui per parlarne ora, torniamo alla nostra cara grassofobia). Ripenso a quanto abbia ripreso il controllo del mio corpo - correzione: dei vestiti che coprono il mio corpo qui nel Regno Unito – se non lo avete vissuto sulla vostra pelle, non potete capire il sollievo psicologico nel poter andare a fare compere cercando quello che veramente vorreste indossare e non accettando la prima cosa che “sta”, bene o no, non importa. Andare per negozi da piccola era sempre un trauma per me, e non dimenticherò mai quanto orribile mi sentissi per la mia cresima, solo perché’ io e mia mamma non siamo state in grado di trovare niente che mi stesse bene. Il mio cervello poi mi rimanda a influencer moderne e al movimento di bellezza reale che si sta evolvendo in quest’ultimo periodo, dove donne reali mostrano corpi reali, rotolini, seno morbido e tutto quello che comporta avere un corpo normale, in vista.
La mia razionalità c’è, come si dice, è sul pezzo. È il mio subconscio che ancora è ancorato al valore che do a me stessa in base al numero sulla bilancia o sui miei vestiti. Nessuno mi amerà mai perché’ sono grassa e chi vuole una persona accanto che non è al massimo della bellezza. I miei parenti non mi vedranno mai come una persona di valore perché sono grassa. Mia nonna penserà sempre prima a quanto io sia larga piuttosto che a quanto io sia avanzata nella mia carriera. Ogni volta che andrò dal medico tutti i miei problemi passeranno in secondo piano perché’ SEMPRE la prima frase che sentirò dirmi sarà: la prima cosa da fare è PENSARE a perdere peso. Mentre quando ero piccola abbassavo lo sguardo con vergogna a questa frase (ho iniziato ad andare dal dietologo a 10 anni e non ho praticamente mai smesso), adesso mi riempio di rabbia mista a dolore. Come se non stessi lottando con il mio corpo e con me stessa da sempre. Come se non avessi mai provato a fare nulla. Come se tutto questo fosse solo il risultato della mia pigrizia. La frustrazione di dover ripetere la stessa storia a tutti i medici con i quali vengo in contatto, e il loro sguardo di pietà è sempre un coltello che affonda nella mia schiena e che va a unirsi a tutti gli altri ormai quasi arrugginiti.
Sto tergiversando, probabilmente.
L’idea che le persone che non vedo da un anno mi vedano in queste condizioni mi terrorizza. La sensazione è quella di due mani stringano il cuore e tengano i miei polmoni schiacciati, tutta l’aria è stata espirata e boccheggio per un altro respiro che non arriva. L’idea dei loro sguardi, del loro squadrarmi dall’alto in basso, del loro giudizio (“vedi quest’anno ho vinto ancora io, non mi sono lasciata andare come lei!”), dei loro pensieri mi paralizza. Ho sempre avuto la fantasia da piccola che tutti avremmo dovuto essere tutti uguali, piccoli robot o parallelepipedi con le stesse caratteristiche, cosicché il pericolo di venire giudicati fosse ridotto ai minimi termini. Niente sensazioni, sentimenti o frivolezze. Numeri. Forse per questo mi ero appassionata così tanto a Orwell o Huxley verso i 18 – 19 anni.
Perché’ però il mio (sub)conscio deve collegare il mio valore al mio peso? Se una persona amica mi parlasse così, sarei la prima a prenderla per le spalle e a scuoterla, facendole vedere che il valore di una persona non ha niente a che vedere con l’aspetto fisico. La mia domanda però è: perché io ho connesso la fisicità, la bellezza, molecole di grasso o muscoli alla persona, alle idee, al valore che ognuno porta? Cos’è stato e cos’è tutt’ora che mi guida e mi spinge a rifiutare ogni altro modo di pensare? Le immagini che appaiono dietro agli occhi sono immediate, inconsce appunto, vengono dal passato più lontano – eppure mia mamma mi ha sempre educato al rispetto per le persone intese in senso più ampio; eppure sono sempre andata a catechismo e sono stata educata secondo i valori cristiani dell’“ama il tuo prossimo come te stesso”. Ora però mi chiedo: quando questo valore è cambiato in “Ama il tuo prossimo PIU’ di te stesso”?
Ma il quesito finale è – o deve essere: come faccio a sovvertire questo modus di pensiero, questo valore intrinseco che io do alla mia esteriorità prima che alla mia interiorità?