Marjane Satrapi, Persepolis
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Napoli, Porto, il fondaco Calderari a rua Catalana, circa 1885, dall’album D’Amato - SNSP, Napoli.
Immagine restaurata e colorizzata fedelmente, originale in commento.
Il fascino di questa vecchia fotografia è dato anche dalla sua qualità di testimonianza storica di un ambiente urbano scomparso con il “Risanamento” fineottocentesco, come pure dal suo stato di conservazione non perfetto, vago e per questo ancor più affascinante. Del vecchio fondaco rimangono solo gli edifici qui visibili a destra, trasformati e ora in via G.B.Basile: quelli a sinistra e in fondo sono stati rasi al suolo nel nuovo tracciato urbano.
NUN E' ARTA LEGGIA 'O MBRELLARE
Oggi, quando l'ombrello si rompe, non si perde tempo, si butta via e se ne compra uno nuovo, questa è l'era consumistica. Chi era «l'acconciambrielle ?» Era un uomo - (una volta alle donne erano riservati pochi lavori, più spesso domestici) lavoratore ambulante girava per vicoli e strade della città, non certamente in quelli chic, perchè in questi non avrebbe fatto affari. Portava con se un cesto col manico che portava infilato in un braccio e che conteneva i ferri del mestiere, stecche di ricambio, qualche manico d'ombrello, ago e filo per cucire la stoffa. A tracolla, legati ad una corda, portava anche quattro cinque ombrelli nuovi, di poco costo, che cercava di vendere ai casi disperati, quando proprio, il vecchio ombrello non si poteva più aggiustare. Si fermava e discretamente attendeva che qualcuno dalle finestre lo chiamasse. Vita nomade e di sacrifici come per tanti altri antichi mestieri. La bellezza e l’umanità di questi artigiani era magnifica; umili persone che si accontentavano di poco e trasmettevano un fascino di umanità, tenerezza e tanto calore umano. Era un legame magnifico che si stabiliva tra “‘o mbrellare” e le persone. Era un dialogo di arte e bellezza umana. Erano storie di uomini e di famiglie e la loro esperienza trasmetteva rispetto e ammirazione. Questa figura era un pezzo di civiltà della nostra storia e delle nostre tradizioni.
- conciambrielle s.vo m.le = ombrellaio, riparatore di parasole e parapioggia; artiere girovago che armato di pochi ferri del mestiere, qualche pezzo di ricambio (stecche d’acciaio brunito, fusti e manici, fil di ferro) e tanta pazienza riparava ombrelli illico et immediate, seduto sul marciapiedi all’imboccatura di bassi e palazzi. Rammento en passant che fino a tutto il 1950 il possesso di un ombrello elegante e funzionante forniva ai giovanotti l'occasione per contattare ragazze, offrendo loro adeguato riparo in caso di pioggia. Questo artiere girovago di cui dico svolgeva spesso anche il mestiere di conciatiane s.vo m.le = era colui che riparava stoviglie rotte di terracotta o ceramica. Il suo lavoro di riparatore era un lavoro di pazienza e precisione consistendo nel recuperare dapprima tutti i pezzi d’ una stoviglia rotta, spalmarne i lembi con del mastice adesivo di propria segreta produzione, far combaciare con precisione i pezzi e ricucirli , dopo avervi fatto (con un rabberciato artigianale trapano a mano provvisto di punta sottile) dei minuscoli fori entro cui infilare un fil di ferro dolce da fermare per torsione; il lavoro veniva completato spalmando ad abundantiam con mastice le connessure.
La voce conciambrielle s.vo m.le è etimologicamente il risultato dell’agglutinazione della voce verbale acconcia→(ac)concia (3ª pers. sg. ind. pres. dell’infinito accuncià = aggiustare, riparare (dal lat. *ad-comptiare, derivato di *comptium=preparazione per ornare; normale il passaggio della o atona ad u ) con il s.vo m.le pl. ‘mbrielle pl. metafonetico del sg. ‘mbrello ( adattamento al m.le del lat. tardo umbrella(m)→’mbrellu(m)→’mbrello, rifacimento, secondo umbra ‘ombra’, del lat. class. umbella 'parasole’).
L'ombrello ha ispirato al grande Di Giacomo una gustosa e nota poesia, che è anche una piccola satira dell'epoca, con una poesia dedicata a Gilardino, era un noto negoziante di ombrelli napoletano:
Gilardino è troppo amaro, venne mbrelle a Il’uso ingrese e nu mbrello costa caro quanno ’o iate accatta Uà.
Me’, accattateve nu mbrello ’e siconda o terza mano; è Iiggiero, è maniariello, ve nfunnite, ma che fa >
Si no, sentite la gente attuorno ? Nun ’o tenite nu poco ’e scuorno ? “ Quant’è caro, quant’è bello ! ’O vi* lloco, nun porta ’o mbrello l1 Quanta vote sott o mbrello cumbinato aggio quaccosa ! V’ ’o dich’io, ca e Maria Rosa nnammurato ancora so. Sott’ o vraccio m* ’a mettette na matina ’into febbraro, e… da tanno lu mbrellaro stonco sempe a benedì…
Il rumore, la folla, le instancabili grida e le folcloriche incitazioni: i Mercati e i Mestieri napoletani si sono sempre distinti per tutto questo, essi sono sempre stati, e lo sono ancora, tra i luoghi, le professioni più colorite e affascinanti di tutta Napoli. Giovan Battista Del Tufo così narrava …
Ivi, ad ognor del dì: «Vetri e pìatte!», e inanzi giorno:«Latte, latte e natte!». Di più, certi, gridando come a grilli: «Chi vò vroccole ianche e minotilli?». Ed altri pur, come cornacchie o ciàvole, dall’alba al mezzogiorno:«Fràole, fràole!». E, d’ognimonte e colle: «Cicoree, vorracce e foglie molle!». Come anco, altri figliuoli: «Fenucchi salvaggiuoli!». Così: «Cìceri, favi, agli e cepolle!». Poi, certi ancor che il suo mangiar non spiace: «Pastinache e spinace!». Come, cert’altre:«Chi accatta ceuzolle e celsi bianchi e rossi più che in chiesa non son tabuti e fossi?».
- Nel 1884 questa l’esperienza napoletana di Victor Hehn.
Non che nell’antichità le cose andassero diversamente, Orazio lo sapeva bene: ai margini della «otiosa» Neapolis prosperavano architetti, marmisti, fabbri, tessili, profumieri, orefici. Una bella e tumultuosa città, che intorno al suo Foro (nei pressi dell’attuale chiesa di S. Lorenzo) vedeva gremita una moltitudine di persone, commercianti, acquirenti, usurai fare spese e affari nelle più raffinate, eleganti e fornite botteghe partenopee: venditori di carni cotte, fruttivendoli, fiorai, mercanti di stoffe, ambulanti di ogni sorta.
Allora quali le professioni esercitate dai veri partenopei? In cosa si dilettavano e si dilettano maggiormente? Ecco perchè è nata questa rubrica, una ricognizione sugli antichi, ma spesso immortali, mestieri napoletani, i quali hanno reso Napoli, e la rendono tutt’oggi, tra le città più caotiche e più vive al mondo. Ma lasciatemi concludere ancora una volta con Del Tufo, perché ridere non fa mai male, soprattutto dei propri difetti, e a Napoli anche quelli sono inimitabili! Eccolo il mestiere per eccellenza, l’arte furbesca a Napoli non ha rivali:
[…] starme attenti a sentire quel che vi voglio dire de l’arte de’ ladron, detta furbesca, che qui pure, a Milano, esercitan con l’una e l’altra mano. Quei ladri, furbi o mariol chiamati, da voi barri appellati, son così destri e rari che tra gli altri ladron non trovan pari. —————————————— F O N T I - A. Ghirelli, Storia di Napoli, Torino, Einaudi, 1992. - C. Caravaglios, Voci e gridi dei venditori Napoletani, Catania, Libreria Tirelli 1931. - G.B. Del Tufo, Ritratto o modello delle grandezze, delizie e meraviglie della nobilissima città di Napoli, a cura di O. S. Casale, - - - M. T. Colotti, Salerno Editrice Roma, 2007 - P. Gargano, I Mestieri di Napoli, Roma, Newton Compton Editori, 1995.
Title: Excavations at Pompeii Artist: Édouard Sain (French, 1830-1910) Date: 1865 Genre: genre art Medium: oil on canvas Dimensions: 119.5 cm (47 in) high x 172 cm (67.7 in) wide Location: Musée d'Orsay, Paris, France

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“Nella vita a volte è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza.”
— Sandro Pertini
LA MADRE DEL PARTIGIANO
Gianni Rodari
Sulla neve bianca bianca
c’è una macchia color
vermiglio:
è il sangue, il sangue di
mio figlio,
morto per la libertà.
Quando il sole la neve
scioglie
un fiore rosso vedi
spuntare:
o tu che passi, non lo
strappare,
è il fiore della libertà.
Quando scesero
i partigiani
a liberare le nostre case,
sui monti azzurri mio figlio
rimase
a far la guardia alla libertà.
Eve Expelled from Paradise (c.1640) - Leonhard Kern
"Ci sono persone che ti dimenticano con la stessa facilità con cui dimentichi un ombrello, e ti ricordano solo quando piove".
Frida Kahlo
E un giorno ti accorgerai che non esiste più quel trambusto infantile che logora tanto; e quel caos armonico è silenzio rumoroso perché le foglie del calendario non perdonano.
Ed è all'improvviso... all'improvviso ti nel conto che la vasca non è più un baule pieno di giocattoli, e che non ti hanno lasciato nel lavandino quella palla di gommapiuma, non ci sono bambole sul divano,né playmobils sparsi per casa...
E un giorno ti accorgerai che non ci sono corse interminabili per i corridoi,niente risate a frullate nel letto per sfidare il sonno; niente racconti a chi leggere, niente lenzuola da coprire a mezzanotte, niente anime respirando sogni...
E un giorno capirai che la dispensa è piena di ricordi e che avanzano piatti a tavola; e che tutto è in ordine... senza zaini sul pavimento dell'ingresso, senza matite disordinate.Neanche quei vestiti che non entrano nel cesto e che i letti non si disfano...
E un giorno... sarai orfano dei tuoi figli cresciuti con il permesso della vita. E ti siederai sulla poltrona,saggia del libro che sente la mancanza di una voce innocente che lo interrompe. E ogni pagina che passi, leggila con attenzione perché quella... non torna più. È la vita.
(Emilio Leiva)

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La morte è una terra incognita, un deserto che abbiamo bisogno di popolare, tra realtà e fantasia
Tommaso Giartosio, Autobiogrammatica
Gates of Hell (c.1703–08) - Giacomo Del Po (1654–1726) (Giacomo del Pò, also spelled del Po, was an Italian painter of the Baroque.)
Signori benpensanti
Spero non vi dispiaccia
Se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
Soffocherà il singhiozzo
Di quelle labbra smorte
Che all'odio e all'ignoranza
Preferirono la morte
Dio di misericordia
Il tuo bel Paradiso
L'hai fatto soprattutto
Per chi non ha sorriso
Per quelli che han vissuto
Con la coscienza pura
L'inferno esiste solo
Per chi ne ha paura.
Canzone di Gennaio
Giorgio Vasari , metà del 1500).' Ex refettorio dei Monaci Olivetani, poi diventato Sagrestia a S. Anna dei Lombardi, nel centro storico di Napoli.
Dancer at Zigman Hall in New York. 1920.

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"You are not a capitalist, you are an exploited worker with Stockholm Syndrome"
Poster seen in Melbourne
La felicità non è esuberante nè chiassosa come il piacere o l’allegria.
È silenziosa, tranquilla, dolce,
è uno stato intimo di soddisfazione che inizia dal voler bene a se stessi.
Isabel Allende