Se avesse dovuto spiegare perché, avrebbe detto che la sua relazione con Togliatti era una cosa che era lì, chiusa, da qualche parte, nella sua pancia. Poi si sarebbe corretto, e avrebbe detto che non era una cosa, era un insieme di cose, un odore, un sapore, un sentimento, un’aria, nel senso di una qualità di ossigeno particolare, una luce, uno spazio, uno slargo, una discesa, quando, il mattino presto vai in bicicletta giù per una discesa e senti in faccia il mondo, ecco, un mondo, Togliatti era un mondo, con tutto, con i prati, e la rugiada, e le cantine, e gli scarafaggi, e gli androni dei palazzi, e le scale da fare a piedi, e le vicine che lasciavano la spazzatura sui pianerottoli, e i bar dei supermercati, e la noia, e il mare, e la Romagna, e l’Emilia, e la Toscana, e la Russia e tutto questo era lì, nella sua pancia, nella sua testa, nelle sue braccia, nei suoi piedi, nelle sue spalle, nella sua stanchezza, nella sua voglia di alzarsi al mattino; lui con Togliatti aveva imparato a camminare, a parlare, a ascoltare, a dire «Sei insopportabile» come se fosse un complimento e a sentirsi dire «Sei insopportabile» e a prenderlo come un complimento.