Diverse decine di migliaia di uomini giacevano morti in diverse posizioni e uniformi nei campi e nei prati appartenenti ai signori Davydov e ai contadini demaniali, in quei campi e prati dove per centinaia di anni avevano mietuto il grano e insieme pascolato il bestiame i contadini dei villaggi di Borodino, Gorki, Ševardino e Šemënovskoe. Nei punti di medicazione, su una superficie di una desjatina, l'erba e la terra erano intrise di sangue. Folle di feriti e non feriti di varie unità , con le facce spaventate, si trascinavano indietro da un lato verso Možajsk, dall'altro verso Valuevo. Altre folle, esauste e affamate, andavano avanti guidate dai loro comandanti. Altre ancora stavano ai loro posti e continuavano a sparare. Sopra tutto il campo, prima cosà festosamente bello, con i suoi barbagli di baionette e i suoi pennacchi di fumo nel sole del mattino, gravava adesso una foschia di umidità e fumo, e uno strano odore acido di salnitro e di sangue. Si radunarono delle piccole nubi, e una pioggerella cominciò a gocciolare sui morti, sui feriti, sugli spaventati, sugli stremati e sui dubbiosi. Come se dicesse: «Basta, basta, uomini. Smettetela... Tornate in voi. Che state facendo?»
Gli uomini esausti, senza cibo e senza riposo, tanto dell'una quanto dell'altra parte, cominciavano ugualmente a chiedersi se dovessero ancora sterminarsi a vicenda, e su tutti i volti si notava un'esitazione, e in ogni anima si levava ugualmente la domanda: «Perché, per chi dovrei ammazzare ed essere ammazzato? Ammazzate chi volete, fate quel che volete, ma io non ci sto piú!» Questo pensiero verso sera era ugualmente maturato nell'animo di ciascuno. Da un momento all'altro tutti quegli uomini potevano inorridire di quel che stavano facendo, piantar là tutto e fuggire dove capitava.
(Guerra e pace, Lev Tolstoj)









