Dalla mia camera sentivo le forbici schioccare a ritmo lungo il corridoio. Apri e chiudi, apri e chiudi. Mia madre faceva sempre così: se ne aveva bisogno, le prendeva dal cassetto e fendeva l’aria che divideva la cucina dalle altre stanze come fosse un velo, allegramente. Me ne sono ricordato ieri, giocando con le forbici sul tavolo di un’amica e ascoltando il suono che facevano. Se sono affilate, il rumore che fanno ha un senso compiuto: inizia e finisce, preciso, vibrante, soddisfacente.
Oggi, invece, cercando un cerotto mi sono reso conto di aver unito il contenuto di varie confezioni comprate in momenti diversi dentro la più grande. “Cerotti vari formati”, ci ho scritto sopra. Deve essermi sembrato un gesto mio, quando l’ho fatto, ma non lo è: è tutto suo, e sua è la calligrafia con cui ho inciso la frase sul cartone. La casa era in effetti piena di roba scritta con le parole di mia madre, come a comporre un vademecum domestico diffuso, una carezza continua.
Le persone non sono mai assenti davvero, sono dentro e fuori di noi. Sono nel suono ritmato delle forbici, nell’inchiostro di una Bic. E quanto fa bene saperlo.
[Forbici e cerotto non hanno alcun collegamento causa-effetto]