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Volare contemplando tutto ciò che sta sotto, con l’appassionata distanza della luna leopardiana, mai paga di riandare I sempiterni calli.
Quante volte abbiamo parlato del mistero della migrazione! Ti avevo raccontato delle rondini che da vent’anni nidificano a casa mia, del loro ripetuto viaggio dal Mali all’Umbria, e dall’Umbria al Mali. Ascoltandomi, avevi condiviso lo stupore per la felicità di questo inspiegabile ritorno.
Un nido da cui partire.
Un nido a cui tornare.
Il corpo di una rondine non è altro che pochi grammi di ossa cave e penne. Eppure in quei minuscoli esseri è racchiusa una volontà titanica, capace di far loro superare dune e onde, coste e monti e valli, sfuggire alle reti dei cacciatori e ai loro spari, agli artigli e ai becchi dei predatori. Tutto questo soltanto per tornare al nido in cui un giorno sono venute al mondo.
Quanto conta questo nelle nostre vite?
tratto da “Il tuo sguardo illumina il mondo” di Susanna Tamaro
Volare contemplando tutto ciò che sta sotto, con l’appassionata distanza della luna leopardiana, mai paga di riandare I sempiterni calli.
Quante volte abbiamo parlato del mistero della migrazione! Ti avevo raccontato delle rondini che da vent’anni nidificano a casa mia, del loro ripetuto viaggio dal Mali all’Umbria, e dall’Umbria al Mali. Ascoltandomi, avevi condiviso lo stupore per la felicità di questo inspiegabile ritorno.
Un nido da cui partire.
Un nido a cui tornare.
Il corpo di una rondine non è altro che pochi grammi di ossa cave e penne. Eppure in quei minuscoli esseri è racchiusa una volontà titanica, capace di far loro superare dune e onde, coste e monti e valli, sfuggire alle reti dei cacciatori e ai loro spari, agli artigli e ai becchi dei predatori. Tutto questo soltanto per tornare al nido in cui un giorno sono venute al mondo.
Quanto conta questo nelle nostre vite?
tratto da “Il tuo sguardo illumina il mondo” di Susanna Tamaro
UEHARA Konen(上原古年 Japanese, 1878-1940)
Waves 波濤図 1900-1920 woodcut print via
Harry Callahan (October 22, 1912 – March 15, 1999), Weed against Sky, Detroit, 1948.

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Venise, 1959 - Willy Ronis.
Frida Kahlo’s hands and “Bonito” the parrot 1951
Photograph by Gisele Freund
The morning song. 1883. Book cover, detail. (from nemfrog, gif by the-eternal-moonshine)
Travel times from Venice in the 16th century.
I love a sunburnt country,
A land of sweeping plains,
Of ragged mountain ranges,
Of droughts and flooding rains.
I love her far horizons,
I love her jewel-sea,
Her beauty and her terror –
The wide brown land for me!
Dorothea Mackellar, The Poems of Dorothea Mackellar

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Alice a 27 anni decide di prendere in mano la propria vita e compra un biglietto di sola andata per l'Australia che poi la porterà in Nuova Zelanda e Asia.
respect the dreaming // white australia has a black history
“You don’t want to hear the story of my life, and anyway I don’t want to tell it, I want to listen to the enormous waterfalls of the sun. And anyway it’s the same old story— a few people just trying, one way or another, to survive. Mostly, I want to be kind.”
— Mary Oliver, from New and Selected Poems
14 Gennaio 2013
Facebook mi ricorda che sei anni fa partivo per Bruxelles. Le mie migliori amiche ad accompagnarmi in aeroporto. L’aereo quasi perso per un pelo, poi la capitale europea ad accogliermi nella neve, nell’inverno più freddo di sempre. Io che trascino due valigie enormi tra i marciapiedi ghiacciati. Apro la porta della mia nuova casa con le vesciche alle mani.
Sono tornata cambiata per sempre, eppure ci ho messo quasi sei anni per ripartire. Sei anni in cui me le sono raccontata tutte, pur di piantare radici. Dovevo laurearmi, e ci sta. Poi buttarmi sul lavoro, da copione. Poi mi sono innamorata (non da copione). Poi mi sono adagiata.
Tutto passava. La voglia di vedermi vestita di un qualche ruolo importante. La voglia di costruire qualcosa insieme a qualcuno. Era troppo presto, e tutto passava. Con il tempo ho capito che non era tempo. No, non era tempo, non mi interessava davvero.
Ho analizzato la parola «ambizione». Ho sempre creduto di essere una persona ambiziosa. Ho sempre lavorato come un mulo. Volevo l’indipendenza, il benessere ed essere «qualcuno» magari riassunto in un paio di parole, in un qualche ruolo, sulla firma di una mail. Era la mia massima ambizione, effettivamente. Avere quelle due paroline magiche con cui presentarmi in ogni occasione: «Io sono, io faccio - tu chi sei? Cosa fai?». Qualcosa attorno cui far ruotare il mio mondo.
C’è voluto tempo per realizzare che l’unica ambizione a cui dovevo aspirare era essere padrona dei miei desideri e delle mie azioni. Slegata da qualunque cosa. Perché dopo gli uomini, ci saranno altri uomini. Dopo i ruoli e le cariche, ci saranno solo altri ruoli e altre cariche. Dopo il denaro c'è ancora denaro. Ma dopo il tempo speso, non rimane che guardarsi indietro e farsi delle grosse domande (sempre se si ha mai avuto il coraggio di farsele davvero, quelle giuste).
Non significa che non metto impegno nelle cose che faccio, non significa che mi accontento. Significa che sono mossa da quello che voglio IO dal mio tempo, consapevole che il bisogno di dover dimostrare qualcosa a qualcuno è solo una gabbia. Realizzando, che tutto quello che posso essere e diventare, è lí fuori. Non certo in due misere parole.
La voglia di partire non è mai passata, fluttuava nei pensieri ogni giorno. A volte era pura sofferenza, ma mi sono tenuta a bada. Ho firmato contratti, tenuto strette le mie chiavi e mi sono presa impegni più o meno grandi. Ho fatto la persona adulta, mi sono auto-sabotata. D’altronde, se tutti agivano da copione, doveva andare bene per forza. Non mi sarei fatta un graffio. Sarei stata bene, felicitá prèt-à-porter.
Eppure dopo 4 anni la mia stanza ancora non sapeva di me, era un luogo di passaggio. I nostri spazi raccontano chi siamo ed io ero incapace di costruirmi un habitat permanente. Dove mi mettevo, mi adattavo, ma non stavo. Quindi mi sono tenuta buona ancora, portandomi da lato all’altro dell’Europa, convincendomi che andava bene così. Che avrei comunque avuto il tempo di viaggiare tra weekend lunghi, ferie ad agosto e vacanze di Natale. Come fanno tutti. E se va bene a tutti, perché non deve andare bene a me? Ringrazia e porta a casa, Alice. Magna e tasi.
Mi sono tenuta costantemente impegnata incastrando la mia vita in un Tetris d’impegni e raccontandomi le solite stronzate: non partire, dai. Ma cosa vai a fare? E tutto quello che hai costruito sino ad ora? Dai che è solo un altro dei tuoi colpi di matto. Tra due mesi ti stanchi e torni a casa con la coda tra le gambe. Le tue solite figure di merda. Come farà la tua famiglia senza di te? Tanto comunque non vuoi vivere distante da casa, perché fai tutto questo casino? Forse dovresti comprarti una macchina nuova e startene buona.
C’è una canzone di Niccolò Fabi che fa: «Io sto bene quando sono lontano da me, dove nessuno sa chi sono e dove niente mi riguarda. Dove l’ignoto ha il suo profumo, io vado incontro al mio destino, seduto accanto a un finestrino. Con in tasca un passaporto e all’orizzonte un nuovo viaggio. Con quella libertà speciale che ha solo l’uomo di passaggio.»
Ecco, io mi sento ambiziosa e invincibile, quando mi sento cosí. Sento di dare il mio meglio. Sono felice. Non è semplice realizzarlo e accettarlo. Qualcuno che (ancora) non ha di meglio da fare si diverte a ricordarmi che mi sto avvicinando ai 30 e che «le mie priorità dovrebbero essere altre». Ecco, intanto io me ne sento 20 freschi freschi, e lo so quali sono le mie priorità. Me le sono scelte. E se proprio dobbiamo dirla tutta sono gli stessi che alla semplicissima domanda: «Come stai?» rispondono: «Se tira vanti...». Insoddisfatti cronici. Non capiscono dove sta l’ingranaggio che non funziona, ma alzano le spalle e tirano avanti. Passerá. Perché l’edonismo di un’immagine svia, addormenta l’impegno. Lo capisco, ma io due domandine in più me le farei. In pausa pranzo magari.
Ogni cosa ha il suo tempo. Dovevo fare quello che ho fatto. Oggi c’è la maturità e la consapevolezza per affrontare questo viaggio. Il rimpianto di non essere partita prima si è dissolto. Impensabile vivere questa consapevolezza se me ne fossi andata a 20 anni. Non so se ce l’avrei fatta.
L’Alice «ambiziosa» di sei anni fa, non si sarebbe mai voluta immaginare, un giorno, in una farm australiana. Mai avrebbe creduto di portare a casa tanti insegnamenti quanti lividi. Ho condiviso casa, lavoro e tempo libero con chi all’inizio era un perfetto sconosciuto e ora si avvicina più ad un libro aperto. Loro, a distanza di quasi quattro mesi, mi conoscono meglio di tante altre persone che mi hanno vista crescere. Esperienza davvero strana, non minimamente paragonabile alla convivenza con dei coinquilini. Quando condividi un tetto, ognuno ha la sua stanza e la sua routine, ci si becca ogni tanto. Vivere e condividere stanza-cucina-bagno-auto-lavoro-noia-sbornie e ormoni 24/7 tira fuori il peggio e il meglio di ognuno di noi. Non c’è nessun posto dove nascondersi. Ti fai guardare dentro e fuori, anche se non lo vuoi.
I miei amici sono molto diversi da me, nessuno mi somiglia. Però ho imparato proprio qui, che amare, voler bene a una persona, significa saperlo fare soprattutto quando questa è diversa. Per arricchirsi. Accettare la parte vulnerabile è tesoro prezioso, non per gli occhi di tutti. L’amore è un verbo, non un sostantivo. Noi italiani lo mettiamo su tutto, come il sale. Lo si vede quando iniziamo a cucinare per noi ma poi prepariamo per tutti. Ho conosciuto tante belle persone, e dietro ogni bella persona c'è sempre l'amore.
14 Gennaio 2019
Lascio Batlow, dopo 102 giorni di farm. Due pezzi di cuore mi accompagnano alla fermata del bus: Heta e Steve. Lei, entrata in casa durante la cena del mio compleanno. Un bellissimo regalo, un’amica da cui non voglio separarmi più. Ci si aspetterebbe il gelo della Scandinavia e invece è un universo fragile e vulnerabile, che vive in un equilibrio tutto suo. Lui, invece, è l’uomo più gentile che io abbia mai conosciuto. Un’inspirazione, indimenticabile. Una grande lezione di vita: le donne e gli uomini indimenticabili mettono sempre i bisogni degli altri al di sopra dei propri e danno più di quanto ricevono. Non per ottenere l’approvazione di nessuno, ma una dimostrazione concreta del desiderio di rendere il mondo un posto migliore.
Ci si stringe come in una morsa, asciugo le lacrime di lei e me le bacio tutte. Io ancora non ho imparato a piangere. Ma sto solo aspettando il mio turno, non vedo l’ora di vederle scendere. È il mio primo arrivederci, ma siamo tutti in viaggio. Diventerá la norma. Allontanarsi è conoscersi.
Mi avete regalato quattro collane e due paia di orecchini. Mi avete guardata, spoglia. E avete scelto l’argento per me. Grazie, siete ricchezza. Ricchezza che è di gran lunga maggiore nella volontà che nelle tasche. Ricchezza che voglio sia l’unica ambizione.
We are all visitors to this time, this place. We are just passing through. Our purpose here is to observe, to learn, to grow, to love… and then we return home.
Australian Aboriginal Proverb

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Tre mesi sono volati.
Pomi a raccogliere pomi in un paese famoso per i pomi dove “Pommy” significa “inglese, persona proveniente dall’Inghilterra“, “Pommy land” è, appunto, l’Inghilterra e POME ("Prisoner of Mother England") è esattamente dove mi trovo. Ma chi ha scritto questa sceneggiatura?
Ad ogni modo. Sì, sono passati tre mesi e qualche giorno. (Quelle che qualcuno ha definito) le mie mani da pianista, si sono riempite di bolle. Graffiate, tagliate. La pelle (quella rimasta) ha fatto la scorza dura. Scorza che pensavo di avere già, ma invece no. Anche le mie gambe sono ben coperte di lividi. Niente in confronto ai calli sulle mani e sui piedi di chi sta qui. Mani grandi, forti, ruvide, scure. Forti come tenaglie, gentili come poche. Di quel colore scuro opaco, del sole che qui succhia ogni colore. Pelle coperta di macchie e tumori benigni, a volte maligni. Piedi duri che camminano scalzi ovunque, anche con le jumping ants che attaccano e mordono. Mi hanno mangiato un piede, quelle maledette. Quando mordono fanno più male di una puntura d’ape e non riesci a muoverti per qualche minuto. E loro scalzi. Col cuore grande dalla scorza dura, quello dei cacciatori e delle persone semplici.
Quando lavori sui meli ti aspettano scale alte. Bollenti. Temperature sopra i 30 gradi e pressione sotto i piedi. Si inizia alle sei del mattino, si finisce quando si finisce. No day off. A volte mi sento cadere come un sacco di patate. Ma non si demorde, non sono mai caduta. Ma l’ho pensato ogni giorno: “Adesso mi spacco una gamba. Finisce qui. Sai che figura di merda?”. E invece no, la scorza si fa sempre più dura. Si diventa come i gum tree. Gli alberi australiani perdono la corteccia piuttosto che le foglie. I loro fiori non profumano e appassiscono velocemente.
Sono lontana dalla città e da tutte le sue dinamiche. Vivo in una delle dimensioni a misura d’uomo che mi piacciono. Dove la comunità esiste davvero, è unita. Le persone per strada si guardano negli occhi e si salutano. “Gday Mate, how you going?”. Si fidano del vicino di casa, non chiudono la porta a chiave. Non ci sono i ritmi di chi vuole salvare il mondo. Nessuno vuole salvare il mondo. Nessuno si sogna minimamente di farlo, credo. Sono davvero interessati a sapere cos’hai mangiato e come lo hai fatto. Perchè sei italiano, ovviamente. Chissà cosa pensi di una fetta di pane con Vegemite e burro o una pizza ananas e pancetta. Penso che qualsiasi cosa è buonissima se coperta di Avo, ecco cosa penso. Il mio capo continua a regalarmi la carne di cervo che caccia, l’unica che mangio al momento. Mai assaggiato nulla di più buono. Io continuo a canticchiare:
“I said, "do you speak-a my language?"
He just smiled and gave me a vegemite sandwich
And he said
I come from a land down under
Where beer does flow and men chunder”
Ogni anno in Australia scompaiono quasi 40.000 persone. Sembra una follia, sì. Finché non mettete piede in questa terra non potete comprendere quant’é immensa. Il posto perfetto per far scomparire chiunque. Strade infinite, case isolate, gente matta. Australia, o come dicevo prima Pome ("Prisoner of Mother England") perchè inizialmente utilizzata come colonia penale inglese. Un paio di secoli fa ci hanno portato qui i detenuti e li hanno messi a cuocere sotto il buco dell’ozono. È evidente che più di qualcuno si è cotto il cervello con questo sole. Qui a Batlow c’è un Caravan Park infestato e la storia di una backpackers scomparsa nel nulla, tanti anni fa. Faceva l’autostop ed è sparita. Non la prima e nemmeno l’ultima, ma non hanno mai trovato il corpo. Lavorava per l’azienda per cui lavoro anch’io, dormiva dove dormono i miei amici. Goosebumps ogni volta che ne parliamo. Ad un paio di persone che ho conosciuto è bastato trascorrere una notte in uno dei caravan e si sono risvegliati tra incubi e visioni. Si dice anche che la signora del second hand shop in città sia una strega. 72 anni, ne dimostra 50. Quando mi ha vista la prima volta, mi fissata dritta negli occhi (azzurri, grandi, infiniti) e mi ha detto: “Tua madre non è felice di saperti qui”. Beh, sono a sedicimila kilometri di distanza. Direi facilmente deducibile. Peccato che poi al mio amico abbia detto delle cose vere e inspiegabili. Unica reazione possibile: pelle d’oca, goosebumps. Ancora. Big question marks.
Ma alle domande più semplici gli australiani rispondono: «should be ok». Si tengono nel limbo tra il sì e il no, come se nell’aria qualcosa potesse cambiare. Si concedono il lusso del limbo, sempre.
Anch’io. Quello che sto facendo mi viene talmente naturale che non è nulla di speciale. Mi sto semplicemente ascoltando. Sto bene qui, mi godo il sole. Il mio capo dice che l’unica cosa gratis in Australia è la luce. Quindi godiamocela. Tra una settimana me ne vado ed è tutto un grande question mark. Direzione Adelaide.
Non ho granchè voglia di tornare in città. Penso che mi godrò l’estate e i grandi punti di domanda.
In campagna tutto bene. Ho visto i miei primi canguri. Camminavo in collina, al tramonto. Erano cinque. E si, saltavano. Hanno uno sguardo perennemente rincoglionito, si buttano addosso alle macchine. Tutto molto romantico ma credo si estingueranno presto anche loro. Di notte le stelle sono tante, tante, tantissime. Sembrano così vicine che le puoi toccare. Quando c’è un temporale a due ore di distanza, in cielo si fa luce a giorno, senza nessun rumore. L’apocalisse sopra di te, nel silenzio piú totale. Un’altro spettacolo della natura. Anche gli australiani sono uno spettacolo. Il mio capo mi porta in gita nei paesini il weekend. Si fa tranquilli 5 ore di strada per dare un’occhiata a un’evento e tornarsene a casa. Normalitá. Distanze very easy per loro. Amo follemente gli australiani perché sono gentili. Sono anche ignari. Anche ignoranti. Anche inconsapevoli. Non hanno la più pallida idea di cosa sia lo stile. Si vestono in maniera imbarazzante. Però li amo. Li amo perché sono anche delle creature semplici. Dai loro dai una sedia pieghevole e un frigo-bar pieno di birre, si metteranno sotto un albero (probabilmente a guardare il nulla) e saranno felicissimi di farlo. Anche io sto diventando una donna del Bush. Mi avevano avvisato di prepararmi alle ruote bucate da cambiare. Mi è già successo due volte. Non so cucinare ma so sostituire una gomma bucata. Che vita into the wild ragazzi. Continuo a fare la spugna. Il mio inglese non sta migliorando granché. Questa farm è una grandissima colonia italiana. Per quanto non aiuti con la lingua, ci si sente sempre a casa. In realtà mi sento più a Napoli che a casa, ma vabbè. Chissenefott! Non è così male essere circondati da chiassosi connazionali che si fanno riconoscere ovunque. L’altro giorno in piscina era scritto a caratteri cubitali: «Prohibited Diving» ed ecco che uno dopo l’altro tutti dentro la piscina, a momenti la svuotavano. A momenti ci cacciavano, alla fine pare che il bagnino ci abbia invitato tutti a casa sua. Com’è successo non lo so. Pare che chi sa cucinare e regalare gratuitamente ammmore sia irresistibile. C’è poco da fare. Alle feste serviamo lasagne, parmigiana, space cake e altri meravigliosi rimedi contro la noia. Strappo le foglie di eucalipto, le strofino e le annuso. Presto libri e mangio i libri degli altri. Scopro il significato di «I’m Keen» : «If you have a keen interest in something, you are really, really into it. Keen is an adjective that describes something that is intense, sharp, or focused. The adjective keen comes from the Old English word cene that translates to "bold and brave" and while the spelling is now really different, the sounds are similar.» Penso sia tutto meraviglioso. Dietro la meraviglia però ci sono anche le persone difficili. La settimana scorsa, per la prima volta in vita mia, mi è uscito un herpes sulle labbra. Gigante, tanto che l’ho ribattezzato “IL MOSTRO”. Il mostro è la somatizzazione di un qualcosa che ho covato per troppo. Che si tratti di negatività, crudeltà, vittimismo o semplice follia, le persone difficili attirano tutto quello che è sano e normale dentro le loro strutture deliranti, per imprigionarvelo. Non sono abituata ad avere a che fare con le persone cattive, o meglio con le pazze. Quando parlo di pazzi intendo quelli veramente pazzi, non per scherzare. Da brava empatica do sempre una chance o due a chiunque, ma non riesco a condividere la mia quotidianità con chi è tossico ed emana energia negativa. Non sono abituata ad abbracciare questo schifo nella vita, lo allontano. Ma quando il pezzo di terra da condividere è piccolo, non scappi. Chi sta male ti inghiotte nel suo delirio e rende nera qualsiasi cosa tocchi. Chi disprezza odia negli altri ció che non accetta e che giudica negativamente in sè. Comportamenti che non si concede e che irrita vedere in qualcun altro che è più permissivo con se stesso. Chi ha sempre una parola cattiva per tutti è il frutto di una base di amore incattivito (inacidito dalla mancata espressione) e non dalla sua assenza. Prigionieri frustrati di se stessi. Allo stesso modo, io, che mi lascio trascinare per un pezzo di strada dall’odio, glielo lascio fare perché tocca uno tasto fragile che mi fa scattare. Questa persona rispecchia esattamente ciò che mi fa più paura al mondo: è quello che non vorrei mai essere nè diventare nella vita. Delirio e frustrazione che cercano di attirare l’attenzione su di sè nell'unico modo in cui sono capaci: distruggendo e nutrendosi del nervosismo che creano. Sto lavorando molto su me stessa. Tanto egoisticamente che la cosa che mi preme di più è solo ed esclusivamente di diventare una persona migliore ai miei stessi occhi. Ecco perchè sono tanto sensibile a cotanto schifo. Ecco perché non lo devo permettere. Quant’è vero: se non ami te stesso non potrai mai amare nessun altro. Ciò che sei con te stesso, sei anche con gli altri. Quanta sofferenza bisogna sentire per avere il desiderio di infliggerla anche agli altri? L’herpes è passato. Spero non torni mai piú nel mio giardinetto zen. L’odio toglie energia, inaridisce. Ma io sono una ragazza di campagna, sono bene che dal letame nascono i fior. 🌸