[Riflessioni di inizio anno]
Praticamente nessuna situazione è “senza via di uscita”. Tecnicamente le vie di uscita ci sono quasi sempre, ma tendiamo a non vederle o ad escluderle a priori, quindi stiamo lì a marcire guardandoci attorno e dicendoci “non posso uscirne, ci sono muri ovunque” e sopra di noi c’è il cielo aperto, per esserne fuori basta recuperare una scala (che quasi sempre è una donna-traghetto o un uomo-traghetto che ci tende una mano e ci dà le motivazioni per uscire da lì, e subito dopo perde tre quarti dei suo fascino o ci infila in un’altra prigione).
Oppure le vie d’uscita le vediamo, ma ci sembra che costino un prezzo troppo elevato, tanto alto che non vale la pena pagare: un costo che sembra enorme perché è lì, enorme, in blocco, e ce l’abbiamo davanti agli occhi. E come se non bastasse c’è sì laggiù un futuro senza muri, ma tanto ormai quei muri li abbiamo ricoperti di carta da parati, ne conosciamo spifferi e spigoli e son diventati familiari tanto che quasi non fanno più male. Quasi: troppo facilmente ci si dimentica di quanto costi per accumulazione - oggi, domani, per sempre - restare dove si è se non si è felici. Quanto costi, per chi condivide quello spazio con noi, vivere accanto a qualcuno che non è felice, che non ama più, che finge.
Di contro, c'è chi va incontro alle vie di uscita alla cazzodecane, senza un minimo di riflessione e poi si trova emotivamente in braghe di tela e torna indietro a mendicare di farsi riprendere. Perché non è che andarsene sia la soluzione a tutto: se te ne vai senza aver capito cosa non funziona e senza aver provato a cambiare (te stesso, il tuo modo di vivere quello che provi) probabilmente replicherai la stessa identica dinamica in qualsiasi luogo tu vada.
Poi ci sono quelli che restano dove stanno e ti dicono beato te che te ne sei andato e non lo sanno, il cazzo di fatica che fai, a ricordarti quanto stavi male e non solo le cose belle (perché le cose belle tornano a farti visita come fantasmi che non terrorizzano ma anzi illudono, tentano e seducono e tu devi ricordarti di quanto rare fossero, quanto lontane nel tempo, affogate poi sotto anni di frustrazione e inadeguatezza).
Questo è il difficile: valutare con buonsenso e onestà dove sei, dove vorresti andare, quanto ti costerebbe andarci, se hai davvero bisogno di quello o se ti sei così tanto stordito per non sentire e non pensare da non riuscire più nemmeno a percepire i tuoi bisogni più veri. E valutare la portata dei danni: per gli altri, per te stesso. Del restare, dell’andarsene.
E se sono anni che ci pensi e ti arrovelli e sei sempre lì che non lo sai, che hai paura, che smetti di dormire di notte perché c’è sempre qualcosa che non funziona, che non torna, qualcosa che ti sembra di esserti dimenticato, ci sono tutte quelle palle da far volteggiare con destrezza perché nulla cada, per essere quelli bravi, quelli che non cedono, quelli che non falliscono, quelli che non buttano nel cesso tanti anni e si dicono ce la farò, non mollerò, ci sono delle priorità, ci sono degli impegni, ci sono le cose che si devono fare e da domani sarò più bravo, sarò più brava, metterò la testa a posto, ecco. Se sono anni che va avanti così e il rebus non si risolve, è perché non lo puoi risolvere da te. Per il semplice motivo che quello che provi non è un rebus e l’infelicità non è una domanda. L’infelicità non ha risposte. Non ha parole. L’infelicità è fatta di emozioni e di azioni e se ci rifiutiamo di fare le azioni che sentiamo di dover fare, ne faremo altre che vogliamo fare, e poi altre che non vorremmo fare, e sarà peggio. Molto peggio.
Se sono anni che ci pensi e non cavi un ragno dal buco, prova (non è detto che funzioni, ma tanto stai già male come un cane, tanto vale provare) a parlarne con esperto - uno psicologo - che ti aiuti a guardare ciò che ti riguarda da un punto di vista diverso. Potresti scoprire che dove vedevi un buco c’era solo una macchia sul muro, o magari il muro non c’è nemmeno, o magari il ragno non è poi così importante perché sopra di te c’è un bellissimo cielo azzurro.