Fu un mercoledì di luglio quando mi ritrovai a scambiare quattro chiacchiere con Benny.
Il sole era terribilmente caldo e la mia voglia di prendere un po’ di brezza era troppo grande.
“ Al diavolo le pecore” borbottai fra me e me . Tempo per un caffè c'era , il capo sarebbe arrivato solo alle 17 ed erano ancora le 16.25.
Mi avviai verso Billy e chiesi un caffè in tazza grande e un sigaro cubano che aveva scroccato all’ amante di sua moglie.
Mi apppoggiai a bere il mio caffè sulla veranda , con lo sguardo immerso nell’ orizzonte , da lì potevo vedere la monument e si sa che lo spettacolo che ti riserva la stagione estiva bé è impagabile. Il paesaggio resta avvolto in un leggero tremolio che rende ogni cosa più sfocata, la nitidezza è impossibile da raggiungere e i giochi di colore della terra che si uniscono con quelli del cielo fanno sognare i più irrealizzabili desideri.
Non me ne accorsi neanche del vecchio Benny seduto sul marciapiede accanto a me.
Benny era il poeta del paese o meglio lo strano del posto, il poeta maledetto che tutti conoscono ma con cui nessuno ha mai instaurato seriamente una conversazione. A 25 anni aveva rivelato al padre la volontà di divenire scrittore, di mangiare con le parole , di convivere con lo stropiccio della carta. Il padre non la prese bene.
Lui era un pazzo poiché in un paese come il mio un desiderio tale andava celato , sepolto dagli occhi curiosi della comunità . Ma lui no, decise di essere ció per cui era nato, di deliziare se stesso con le sue poesie , di scrivere della magia della natura e della crudeltà degli uomini. Così finí solo, a vivere con il suo taccuino e con la sua penna . A vivere solo con le sue parole , con le sue poesie e le sue idee geniali . A pensarci bene conviveva con una solitudine del tutto vivace .
Mi avvicinai a lui tenendo il sigaro nella mano destra e sorseggiando il mio caffè bollente a piccoli sorsi. Avevo voglia di scoprire il suo mondo, un mondo non così tanto distante dal mio, io peró, a differenza di Benny avevo sempre negato; Negavo di leggere libri, negavo di scrivere poesie , negavo di stare ad osservare il cielo e di fischiare mentre lo facevo. Io fingevo , semplicemente fingevo di essere un buzzurro ragazzo del sud con i soliti grattacapi per la testa e una vita sommariamente tranquilla. Ma in me di tranquillo non c’ era proprio nulla, neppure il mio nome era un nome adeguato alla normalità borghese dell’ epoca. Il mio spirito gemeva perché io lo rinchiudevo in fasulli lavori tecnici, concreti , manuali, perché lo incastonavo in stupidi discorsi da bar, perchè lo costringevo a parlare di bestiame , della vita in città , di quanto fosse aumentato il prezzo del caffè ad Est .
Io no , non ero veramente ció e fu per questo motivo , per l ’ arsura provata e per una strana curiosità che decisi di avvicinarmi a Benny.
Nessuno poteva vedermi , tutti erano al lavoro e i ragazzini con quel caldo erano quasi tutti giù al fiume.
Mi appropinquai a lui con passo felpato, con lo stesso passo che si tiene entrando in un museo , un passo delicato un passo gentile , un passo pauroso di disturbare le creazioni geniali che si hanno sotto gli occhi.
Benny non appena si accorse della mia presenza si voltó e mi scrutò da capo a piedi . Mi invitó a sedermi vicino a lui e vedendo che il mio sigaro ormai era finito mi porse una sigaretta , la accettai e poi inizió a parlare .
“ Tu devi essere il giovane me di qualche ventina di anni fa” borbottó.
Stetti immobile come pietrificato .
“ So che tu non mi conosci ma io si, ti conosco e so che tu non sei un semplice allevatore di bestiame qualunque”. A quelle parole non seppi ribattere nulla . Come diamine faceva a sapere chi ero? La saliva iniziava a scarseggiare .
Che pomeriggio che fu quello! Uno di quei pomeriggi veramente strani , pieno di dubbi e di risposte . Ricordo ancora oggi ogni singola battuta di quella conversazione, ogni singola sfumatura di ogni piccola emozione.
Benny mi capì dal primo istante , dal primo istante che la mia ombra gli apparse davanti. Comprese subito la mia insicurezza, i miei dubbi , il mio desiderio di ambizione e la mia voglia di essere diverso. Ad un certo punto gli chiesi cosa lo spingesse a scrivere , cosa cercasse nelle parole . La sua risposta fu illuminante:
“ Io non cerco proprio un fico secco nelle parole , io scrivo come respiro, come mangio , come cago, io scrivo per me stesso e non per scovare notorietà , la notorietà uccide la vena artistica ”.
Fu da allora che capii : stavo cercando semplicemente in me un talento, quel qualcosa che mi distinguesse dal vecchio droghiere giù in città o da Sally, il mio capo. Lo stavo cercando non per me ma al fine di confrontarmi con gli altri, ma così facendo mi sarei reso un manipolatore della mia stessa vita , un cercatore di fama . Oh diamine chi non ama la fama ? Chi non ama sentirsi dire “ quanto sei bravo ” oppure “ tu si che sfonderai” .
Io stavo attraversando la mia vita lateralmente, ero come seduto su una stupida panchina aspettando qualcuno , qualcosa che mi venisse a prendere , che mi rendesse il protagonista della mia stessa vita. Quanto avrei dovuto aspettare lì seduto? Io non ero nè carne nè pesce , non ero intraprendente o talentoso come Benny , il mio talento era soffocato dalla mia stupida voglia di apparire , non ero nemmeno un superficialotto qualsiasi . Io ero quello che ero , quello che non avrei voluto essere , quello che non sapeva di essere quello, appartenevo ad una categoria troppo generica per essere individualizzata . Chi volevo ingannare? Io non ero nessuno alla fine , anche se nessuno ero io.