Quando Artaud, in Le théâtre et la peste, ricorda il decreto di Scipione Nasica, il pontefice massimo che fece radere al suolo i teatri romani, e la furia con cui S. Agostino si scaglia contro i giochi scenici, responsabili della morte dell’anima, vi è, nelle sue parole, tutta la nostalgia che un animo come il suo, che pensava che il teatro valesse soltanto “par une liaison magique, atroce, avec la réalité et le danger” (attraverso un legame magico, atroce, con la realtà e il pericolo), doveva provare per un’epoca che aveva un’idea così concreta e interessata del teatro da giudicare necessaria - per la salute dell’anima e della città - la sua distruzione. Che oggi simili idee sarebbe inutile cercare perfino tra i censori, è superfluo ricordare; ma non sarà forse inopportuno far notare che la prima volta che qualcosa di simile a una considerazione autonoma del fenomeno estetico fa la sua apparizione nella società europea medioevale, è in forma di avversione e ripugnanza verso l’arte, nelle istruzioni di quei vescovi che, di fronte alle innovazioni musicali dell’ars nova, vietavano la modulazione del canto e la fractio vocis durante gli uffici religiosi, perché, col loro fascino, distraevano i fedeli.