E #buongiorno (presso I Mian) https://www.instagram.com/p/B8dU_ngqg5M/?igshid=td2cndtuf9yy
Alisa U Zemlji Chuda
Acquired Stardust

JBB: An Artblog!

shark vs the universe
h
Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ
tumblr dot com

#extradirty
2025 on Tumblr: Trends That Defined the Year

pixel skylines
will byers stan first human second
PUT YOUR BEARD IN MY MOUTH
Keni
art blog(derogatory)

Product Placement
KIROKAZE
DEAR READER
seen from United States
seen from Romania

seen from United States

seen from United States

seen from United States
seen from Malaysia

seen from United States

seen from United States

seen from Denmark
seen from Belarus
seen from Germany

seen from Türkiye

seen from Germany

seen from United Kingdom
seen from Poland

seen from Malaysia

seen from Poland

seen from United States
seen from South Korea
seen from United States
@betulla
E #buongiorno (presso I Mian) https://www.instagram.com/p/B8dU_ngqg5M/?igshid=td2cndtuf9yy

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
Tara Jane Art on Instagram
Follow So Super Awesome on Instagram
Photo listed in Nature at Italy, Italy. Shot taken with Canon EOS 700D
IMG_3417#2 Tramite Flickr: youtu.be/JaB1wdm9pTo
Hai mai conosciuto un mostro ? No. Non parlo del branco. Dei violentatori. Delle bestie. Parlo di lei. La vittima. Mostro? Sì. Proprio così. L’hai mai conosciuta una Mostro? …

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
on ice da Antonella Tramite Flickr:
Vou voltar Haja o que houver, eu vou voltar Já te deixei jurando nunca mais olhar para trás Palavra de mulher, eu vou voltar Posso até Sair de bar em bar, falar besteira E me enganar Com qualquer um deitar A noite inteira Eu vou te amar
Vou chegar A qualquer hora ao meu lugar E se uma outra pretendia um dia te roubar Dispensa essa vadia Eu vou voltar Vou subir A nossa escada, a escada, a escada, a escada Meu amor eu, vou partir De novo e sempre, feito viciada Eu vou voltar
Pode ser Que a nossa história Seja mais uma quimera E pode o nosso teto, a Lapa, o Rio desabar Pode ser Que passe o nosso tempo Como qualquer primavera Espera Me espera Eu vou voltar
Ho perso Federico che aveva 18 anni la notte del 25 settembre di dieci anni fa per l’azione scellerata di quattro poliziotti che vestivano una divisa dello stato, e forti di quella divisa hanno infierito su mio figlio fino a farlo morire. Non avrebbero mai più dovuto indossarla. I giudici hanno riconosciuto l’estrema violenza, l’assurda esigenza di “vincere” Federico, e una mancanza di valutazione – da parte di quei quattro agenti – al di fuori da ogni criterio di senso comune, logico, giuridico e umanitario. Non dovevano più indossare quella divisa: nessuno può indossare una divisa dello stato se pensa che sia giusto o lecito uccidere. O se pensa che magari non si dovrebbe, ma ogni tanto può succedere, e allora fa lo stesso, il tutto verrà ben coperto. Con la speranza che il sospetto di una morte insensata, inutile e violenta scivoli via fra la rassicurante verità di carte col timbro dello Stato, di fronte alle quali tutti si dovrebbero rassegnare. E poi con quella stessa divisa si continuerà a chiedere il rispetto di quello stesso Stato: che però sarà inevitabilmente più debole e colpevole. Come un padre ubriaco che ha picchiato e ucciso i suoi figli. Il delitto è stato accertato, le sentenze per omicidio emesse. Invece le divise restano sulle spalle dei condannati fino alla pensione. Fine del discorso. L’orrore e gli errori, con la morte e dopo la morte di Federico. La mancanza di provvedimenti non guarda al futuro, non protegge i diritti e la vita: non tutela nemmeno l’onestà delle forze dell’ordine. Alla fine del percorso giudiziario che ha condannato gli agenti tutto ciò ora mi è ben chiaro: ed è il messaggio che voglio continuare a consegnare alla politica e all’amministrazione del mio Paese. Dopo la morte di Federico, abbiamo dovuto difendere la sua vita vissuta e la sua dignità assurdamente minacciate. Era pazzesco, sembrava il processo contro Federico. Ho chiesto risposte alla giustizia e la giustizia ha riconosciuto che Federico non doveva morire così. Il processo è stato per me, mio marito Lino e mio figlio Stefano una fatica atroce, ma era necessario prendervi parte e lottare ad ogni udienza: ci ha sostenuti l’amore per Federico. Su quel processo e da quel processo in tanti hanno espresso un’opinione. E’ stato un modo per crescere. Alcuni hanno colto l’occasione per offendere me, Federico e la nostra famiglia. Qualcuno l’ha fatto per quella che ritengo gratuita sciatteria e volgarità, altri per disegni politici volti a negare o a sminuire la responsabilità per la morte di Federico. Avevo chiesto alla giustizia di tutelarci ancora. In quel momento era l’unica strada, e non me ne pento. Sono passati due anni dai fatti per cui ho sporto querela. Ci sono state le reazioni pubbliche e anche quelle politiche. Però poi non è cambiato niente. Ho riflettuto a lungo e ho maturato la decisione di dismettere questa richiesta alle Procure e ai Tribunali: non perché non mi ritenga offesa da chi ha stoltamente proclamato la falsità delle foto di mio figlio sul lettino di obitorio, di chi ha definito mio figlio un “cucciolo di maiale”, o da chi mi ha insultata, diffamata e definita faccia da culo falsa e avvoltoio. Non dimenticherò mai le offese che mi ha rivolto Paolo Forlani dopo la sentenza della Cassazione: è stato lui, sconosciuto e violento, ad appropriarsi degli ultimi istanti di vita di mio figlio. Le sue offese pubbliche, arroganti e spavalde le ho vissute come lo sputo sprezzante sul corpo di mio figlio. E lo stesso sapore ha ogni applauso dedicato a quei quattro poliziotti. Applausi compiaciuti, applausi alla morte, applausi di morte. Per me non sono nulla di diverso. Rappresentano un modo di pensare molto diverso dal mio. Non sarà una sentenza di condanna per diffamazione a fare la differenza nel loro atteggiamento. Rifiuto di mantenere questo livello basato su bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro – credo di capire – è un mestiere. Forlani e i suoi colleghi li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso. Un onore che avrebbero minimamente potuto rivendicare se da uomini, cittadini, pubblici ufficiali e servitori dello Stato, coloro che hanno ucciso mio figlio e coloro che li hanno sostenuti avessero raccontato la verità su cosa era successo quella notte, e non invece le menzogne accertate dietro alle quali si sono nascosti prima, durante e dopo il processo, cercando di negare anche l’esistenza di quella mezzora in cui erano stati a contatto con Federico prima dei suoi ultimi respiri. Da Forlani e dai suoi colleghi avrei voluto in quest’ultimo processo solo la semplice verità, tutta. Chi ha ucciso Federico sa perfettamente quale strazio sta dando ad una madre, un padre e un fratello privandoli della piena verità dopo avergli strappato il loro figlio e fratello. Nessun onore di indossare la divisa dello stato, nessun onore. E nessun onore neanche a chi da dieci anni cerca nella morte di mio figlio l’occasione per dire che in fondo andava bene così: i poliziotti non possono aver sbagliato, in fondo deve essere stata colpa di Federico se è morto in quel modo a 18 anni. Costruite pure su questo le vostre carriere e la vostra visibilità. Dite pure, da oggi in poi, che il mio silenzio è la vostra vittoria. Muscoli, volantini, telecamere, libri, convegni e applausi. Per dire che non c’è stato nessun problema il 25 settembre 2005. E per convincere voi stessi e il vostro pubblico che il problema l’hanno creato solo Federico Aldrovandi e sua madre Patrizia Moretti. Vi esorto soltanto, da bravi cattolici quali vi dichiarate, a ricordare il quinto comandamento: non uccidere. Non spenderò più minuti della mia vita per queste persone e per i loro pensieri. Mi voglio sottrarre a questo stillicidio: una fatica soltanto mia che nulla aggiungerebbe utilmente e concretamente a nessuno se non alla loro ansia di visibilità. Trovo stancante anche pronunciare i loro nomi. Inutile commentare le loro dichiarazioni pubbliche. A dieci anni dalla morte di Federico per il mio ruolo di madre, ma anche per le mie aspirazioni e per la mia attuale visione del mondo, penso che il dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un’imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere né ascoltare o parlare di loro. Perciò ritirerò le querele ancora in corso. Non lo faccio perché mi è venuta meno la fiducia nella giustizia, ma dieci anni sono troppi, ed è il momento di dire basta. Non è il perdono, d’altra parte nessuno mi ha mai chiesto scusa, ma prendere atto che per me andare avanti nelle azioni giudiziarie rappresenta soltanto un doloroso e inutile accanimento. Ritiro le querele perché sono convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che – da quanto capisco – costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore. Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo, perciò addio. Questo non significa che verrà meno il mio impegno di cittadina per contribuire a rendere questo paese un po’ più civile, e questo impegno mi vedrà come sempre a fianco dell’associazione degli amici di Federico per l’introduzione del reato di tortura e ogni altra forma di trasparenza e giustizia. C’è molta strada da fare: confronti, discussioni, leggi giuste. Bisogna affrontare il problema degli abusi in divisa in modo costruttivo. Le parole e le espressioni contro Federico, contro me e la nostra famiglia le lascio alla valutazione in coscienza di chi ha avuto il coraggio di dirle. E soprattutto alla valutazione di chi se le ricorda. Io ne conservo solo il disprezzo. Per me l’onore è un’altra cosa. L’onore appartiene a chi ha cercato di capire, a chi ha ascoltato la coscienza e a chi ha fatto professionalmente il proprio dovere, a chi ha messo il cuore e l’arte oltre quel muro di gomma costruito attorno all’omicidio di Federico, a tutti coloro che gli dedicano un pensiero, un rimpianto, gli mandano un bacio. Sono queste le persone che ringrazierò sempre, è grazie a loro che Federico è stato restituito al suo onore di figlio, fratello, amico, ragazzo che voleva vivere, e tornare a casa
Patrizia Moretti
Libero, Belpietro titola: “La Sicilia è la nostra Grecia”. E tua madre la nostra Ilio.

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
Lettera aperta all'autrice di un post anti-immigrati diventato virale su Facebook. Che ha scritto di sé «sì, sono razzista. Me ne fotto».
Sentenzi «me ne fotto», tu, ma bisognerebbe ricordarti che da «me ne frego» e succedanei in questo paese non è mai venuto fuori nulla di particolarmente buono. Sei esasperata e parli di una «guerra» di cui dovremmo accorgerci, ma non ti rendi conto tu stessa di esserti resa il megafono di auspicati pogrom che servono da trampolino di lancio per carriere di politicanti spregiudicati. In un altro post recente citi la frase di un romanzo che hai letto: «I libri la proteggono dalla stupidità». E viene da sé, a questo punto, esortarti a proteggere te stessa: puoi cominciare da Primo Levi sul Corriere nel maggio del ’74: «Ogni tempo ha il suo fascismo […] A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione […] e diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine».
(costruire un clima, fomentarlo, usarlo a fini politici). La «tendopoli» della stazione Tiburtina (Roma, 4 milioni di abitanti) è più nica di un qualunque campeggio abusivo estivo. Numero migranti: manco 200. I migranti alla stazione di Milano (due milioni di abitanti) sono 2-3 mila. Appena qualche anno fa, a Lampedusa (5mila abitanti) ci furono 7mila migranti. C'era la scabbia pure allora. E una prova di solidarietà silenziosa ed efficace, c'erano esseri umani straziati che avevano bisogno d'aiuto, tutto qui. Quindi: ma di che minchia stiamo parlando?
Davide Enia, su un socialcoso. (via thelastdomino)
“Di qualsiasi negro ubriacone della palude e della banchina del porto lei già fu l’amante il suo corpo è dei vagabondi dei cechi, degli sbandati è di chi non ha più niente
Si concede così fin da bambina nel garage, nella cantina dietro al lavatoio, tra la sterpaglia è la regina dei carcerati delle pazze, dei rognosi degli scugnizzi internati
Va anche molto spesso con i vecchi malandati e le vedove senza futuro lei è un pozzo di bontà ed è per questo che la città vive sempre ripetendo
Tira sassi alla Geni! Tira sassi alla Geni! Lei è fatta per menarla! Lei va bene per sputarci! Lei la dà a chiunque! Maledetta Geni!
Un giorno è apparso, brillante tra le nuvole, fluttuando un enorme zeppelin volteggiò sugli edifici apri duemila orifici con duemila cannoni grandi così
La città terrorizzata si arrestò paralizzata pronta a diventare marmellata ma dallo zeppelin gigante scese il suo comandante dicendo: “Ho cambiato idea!”
Quando ho visto in questa città tanto orrore e iniquità decisi di far esplodere tutto ma posso evitare il dramma se quella attraente dama questa notte mi servirà
Quella dama era Geni! Ma non è possibile che sia Geni! Lei è fatta per menarla lei va bene per sputarci lei la dà a chiunque maledetta Geni!
Ma in effetti, proprio lei tanto misera e tanto ingenua affascinò il forestiero il guerriero così appariscente così temuto e potente di lei era prigioniero
Ora accade che la donzella (e questo era segreto d’ella) aveva pure lei i suoi capricci e al giacere con un uomo tanto nobile profumando tanto di splendore e denaro preferiva amare i derelitti
All’udire tale eresia la città in processione fu a baciare la sua mano il sindaco in ginocchio il vescovo con gli occhi rossi e il banchiere con un milione
Vai con lui, vai, Geni! Vai con lui, vai, Geni! Tu ci puoi salvare tu ci puoi redimere tu la dai a tutti benedetta Geni!
Furono tante le suppliche così sincere, così ardenti che lei dominò il suo ribrezzo in quella notte lancinante si consegnò a quell’amante come chi si consegna al boia
Egli fece tanto sudiciume sbavò la notte intera fino a sentirsi sazio e prima ancora che albeggiasse partì in una nuvola fredda con il suo zeppelin argentato
In un sospiro di sollievo lei si girò di lato e tentò anche di sorridere ma presto si fece giorno e la città in coro non la lasciò dormire
Tira sassi alla Geni! Tira merda alla Geni! Lei è fatta per menarla! Lei va bene per sputarci! Lei la dà a chiunque! Maledetta Geni!
Tira sassi alla Geni! Tira merda alla Geni! Lei è fatta per menarla! Lei va bene per sputarci! Lei la dà a chiunque! Maledetta Geni!”.
(Traduzione a cura di Giuliano Lotti)

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
Cara amica, se ti capiterà di essere stuprata e vorrai rendere noto l'accaduto, dovrai ricordare alcune essenziali cose. [...] Se lo stupro avverrà per mano di un familiare, e se quel familiare non è uno straniero, uno di religione musulmana, quello di cui si dice che è sempre molto cattivo con le donne che vogliono occidentalizzarsi, allora sappi che per lo più non ti crederà nessuno. Non solo. Il più delle volte ti ritroverai tutta la famiglia contro. Se lo stupro avverrà fuori casa, e ne sarà responsabile un italiano, impara che ti diranno sempre che è colpa tua. Te la sei voluta. Sicuramente ci stavi, l’hai provocato, menti spudoratamente e – secondo l’omertosa e sessista famiglia dell’accusato – sei tu la sgualdrina e vuoi rovinare la vita del tuo stupratore.
Ya pueden reforzar el número de agentes. Ya pueden duplicar los mecanismos de vigilancia, poner cuchillas y alambres espinosos; ya pueden hundirse embarcaciones enteras, que las personas continuarán intentando llegar a Europa y muchos de ellos morirán en el intento. Mientras el primer mundo no redistribuya la riqueza y continúe ahogando, sometiendo y haciendo lo posible para que los países más pobres no avancen, ya sea saqueando o directamente dando apoyo a dictadores y sistemas corruptos hasta la médula que les aseguren materia prima barata, estos repartirán su pobreza en forma de emigrantes. Para que nos entendamos:
–No hay que darles el pescado. Hay que enseñarles a pescar… –Pues suelta el río, cabrón.