PAOLO ROSA legge ANGELO RIGHETTI
  Paolo Rosa è membro e fondatore dal 1982 di Studio Azzurro, con cui ha sviluppato unâattivitĂ di ricerca particolarmente indirizzata nel settore delle videoambientazioni e attraverso la realizzazione di 'ambienti sensibili'. Si interessa alle attuali problematiche dellâinterattivitĂ e del multimediale, ha realizzato numerosi programmi video e televisivi, è intervenuto con scritti e riflessioni teoriche, ha svolto attivitĂ in campo formativo e didattico con workshop e seminari.  Attualmente è docente allâAccademia di Belle Arti di Brera.
Mauro Folci, Paolo Rosa (a cura di), E Manu Capere. Sedici lezioni strane a Brera. Scalpendi Editore / Accademia di Belle Arti di Brera, 2012.
"Nel mondo greco-romano câera un modo per liberare gli schiavi. Si andava davanti a un pretore, il padrone imponeva la sua mano sulla testa dello schiavo e lo faceva girare su se stesso. Questo gesto compiuto davanti al pretore significava che lo schiavo era liberato. Come ricorda Foucault Seneca ed Epitteto citano questo rito che era a loro contemporaneo, come una metafora del potere della filosofia, perchĂŠ la filosofia ha la capacitĂ di liberare lâuomo, di affrancarlo, di farlo diventare libero. Se vognliamo contribuire alla costruzione di un movimento che modifichi lo stato delle cose presente, che provi a fermare o quanto meno a dominare troppo tracotantemente sulle nostre vite, abbiamo davvero bisogno di fare un giro su noi stessi, cioè abbiamo bisogno di strumenti, come quelli che possimo trovare in Foucault e in tanti altri. Però lasciate che ve lo dica, non abbiamo bisogno di nessuno che ci tenga la mano sulla testa." Antonio Caronia, dalla quarta di copertina del libro
 Estratto: Angelo Righetti, "Racconto sull'identità tra etica ed estetica"
[Angelo Righetti è medico specializzato in psichiatria, neurologia, epidemiologia e farmacologia. Attualmente riveste la carica di Responsabile di salute mentale della Conferenza Permanente Partenariato Euromediterraneo ed esperto del Organizzazione Mondiale della SanitĂ e dellâONU.Â
Eâ stato fra i principali collaboratori di Franco Basaglia nella preparazione delle linee direttrici della famosa legge che ha portato alla chiusura dei manicomi.Â
Eâ fondatore e critico di diverse riviste di scienze umane e di salute mentale, oltre che coordinatore di diverse commissioni nazionali. Come âimprenditore socialeâ ha fondato diverse cooperative solidaristiche di produzione e lavoro operanti in campo nazionale e internazionale.]
Sono uno psichiatra, ho lavorato negli anni 70 con Basaglia per lâeliminazione dei manicomi. Sono diventato un esperto di questa storia; esperto di distruzione e al contempo, necessariamente, abbastanza esperto anche di costruzioni alternative a ciò che si distruggeva.
Venivo come tutti da una cultura che riguardava il corpo, in particolare il cervello e i prodotti del cervello; venivamo dalle scienze mediche e dalle scienze umane e ciò che avevamo imparato era che il cervello è un organo immutabile. La dotazione delle cellule cerebrali, circa alcuni miliardi presenti nella teca cranica, non si sviluppa ulteriormente e le cellule sono esattamente le stesse che abbiamo ricevuto nellâembriogenesi. Mentre tutte le cellule degli altri organi si riproducono, cosĂŹ ci insegnavano, quelle del cervello rimangono immutabili, il patrimonio quantitativo delle cellule cerebrali rimane immutabile.
In questa visione, tutto ciò che si presupponeva colpisse il cervello, manifestando sintomi che si potevano vedere e sentire, erano lesioni irreversibili; erano quindi lesioni che il cervello non poteva riparare perchÊ non si riproducevano le cellule. Questa era la concezione da cui venivamo e, su questa idea, sono state costruite tutte le malattie psichiatriche che oggi conosciamo.
La malattia mentale è nata dalla convinzione che fosse il segno di una lesione cerebrale dâorgano e non di un episodico comportamento non adattivo, che fosse dunque il segno di lesioni legate a ciò che non si riusciva a vedere dal punto di vista anatomo-patologico perchĂŠ non si riusciva ad andare nellâinfinitamente piccolo. Era dunque molto difficile immaginare che poteva esistere unâarea di curabilitĂ di una cosa che, di per sĂŠ, veniva considerata inguaribile. Era molto difficile immaginare una strada alternativa, fu per questo e sulla base di alcune osservazioni contraddittorie che prese avvio quella straordinaria avventura.
Le osservazioni che vi riporto, capaci di contraddire questa concezione del cervello e degli stati di coscienza umani, erano sostanzialmente tre e ben consistenti.
In primo luogo, ci fu lâosservazione di John Conolly, uno psichiatra inglese nominato nel 1839 direttore dellâospedale di Hanwell, uno dei vecchi alienisti insomma, secondo cui liberare le persone allâinterno dellâospedale e dare loro una funzione di responsabilitĂ faceva in modo che queste migliorassero anzichĂŠ peggiorare. Fu unâesperienza descritta come qualcosa che non ci stava tanto con lâirreversibilitĂ , la pericolositĂ e lâinguaribilitĂ , i tre connotati della malattia mentale che ci insegnavano essere i corrispettivi delle lesioni cerebrali, queste ultime invisibili perchĂŠ infinitamente piccole. Se questo era il presupposto, le contraddizioni erano però evidenti, soprattutto quando si assisteva ad un drastico miglioramento sulla base delle relazioni umane che si stabilivano tra le persone.
Unâaltra contraddizione straordinaria fu quella messa in luce da un pastore alsaziano che nella comunitĂ di Geel in Alsazia mise in atto un progetto di affido condiviso.
Le persone che manifestavano disturbi psichiatrici, anzichĂŠ esser curate dai medici e dagli alienisti dellâepoca, venivano inserite in una comunitĂ abbastanza vasta da lui creata; questo valeva soprattutto per i bambini, o comunque persone giovani, i quali venivano introdotti in famiglie diverse dalla loro. PoichĂŠ quasi tutti gli abitanti di questa comunitĂ si erano resi disponibili a fare questo tourbillon, succedeva che chi aveva in casa un ragazzino che stava male faceva uno scambio con un altro ragazzino di unâaltra famiglia, per cui cambiavano le relazioni umane di queste persone.
Anche in questo caso ci furono dei risultati piuttosto consistenti, anzi molto consistenti, e il pastore alsaziano si rese conto perfettamente dellâimportanza del suo esperimento che andò avanti per circa 70 anni. Il progetto, che prese il nome di Codice di Geel, venne organizzato con grande precisione e con un resoconto esauriente della modifica dei comportamenti e della crescita dei ragazzi che erano stati designati come malati di mente o schizofrenici o affetti da demenza precoce.
Tali miglioramenti venivano messi in relazione a due cose molto interessanti: al tasso affettivo della famiglia, cioè a quanto allegra, vivace e spensierata fosse la famiglia che prendeva in carico il ragazzo, e a quanta cura si riponeva negli oggetti, quindi alla bellezza dellâarredamento e alla pulizia degli ambienti. Naturalmente non ci fu nessuna dimostrazione di questo esperimento, semplicemente la registrazione dei risultati ottenuti.
La terza formidabile contraddizione allâinterno di questa visione della neurologia e della psichiatria del tutto particolare, che poi è ancora quella che la vostra generazione ha culturalmente assimilato, fu evidenziata dal dottor H. Simon nel 1820.
Egli si mise ad organizzare i numerosi pazienti del suo manicomio sulla base dellâaddestramento lavorativo, facendoli lavorare in campagna e in una falegnameria che aveva eretto egli stesso. Anche in questo caso furono registrati miglioramenti molto consistenti, soprattutto laddove ci si occupava di oggetti artigianali, come ad esempio strumenti musicali, oppure di oggetti dâarredo.
Simon assegnò a tutti i pazienti di questo enorme manicomio vicino a Berlino unâattivitĂ lavorativa; non solo, gli applicati, che erano gli infermieri dellâepoca, facevano gli istruttori in base alle loro proprie abilitĂ , per cui un infermiere che sapeva fare lâimbianchino diventava uno psico-imbianchino e curava i pazienti insegnando loro a fare gli imbianchini.
A questa pratica terapeutica Simon diede il nome di terapia vocazionale, vocational therapy, ovverosia uno fa per terapia ciò che gli piace fare e che sa fare con abilità , in modo tale che abbia la motivazione a fare qualche cosa semplicemente perchÊ è bravo e la fa anche bene.
Le osservazioni anche qui furono sorprendenti: persone totalmente passivizzate divennero capaci di produrre e lâesperienza diede un risultato talmente consistente che la si trasformò in una tecnica, la cosiddetta ergo terapia, terapia del lavoro, ma questo fu un grave errore.
Allâinterno della sua osservazione ci sono comunque alcuni fattori particolarmente interessanti. Se a una persona viene valorizzata la sua abilitĂ , qualsiasi essa sia, che sappia fischiare al cielo, costruire uno strumento o coltivare fagiolini, si produce un effetto alone, cosĂŹ lo chiamava Simon, per cui questa persona diventa brava anche nel resto e acquista piĂš stima di sĂŠ.
Lâultima, fatale contraddizione fu quella di Russel Burton, uno psichiatra gay degli anni â60 â uso la parola gay poichĂŠ in questo caso ha un significato particolare â il quale scrisse un libro molto interessante intitolato âInstitutional Neurosisâ, da me tradotto.
Burton in questo studio dimostra con precisione, come sanno fare in modo pragmatico gli inglesi, i danni che una persona riceve quando viene messa in una situazione di passivitĂ e di gerarchia. Dai comportamenti e dalla valutazione di tutte le funzioni neuro cognitive, si osserva che una persona che entra in contatto con unâistituzione, quale è lâospedale, ha un depauperamento grave dei propri livelli di funzionamento cognitivo e affettivo.
Questo oggi è cosa nota, allora si chiamava sindrome da istituzionalizzazione; Burton, però, la descrisse come una vera e propria malattia che definÏ nevrosi istituzionale.
Lâassenza di libertĂ , lo squallore degli oggetti e dellâarredamento, un ambiente non personalizzato, non innervato allâinterno della privata proprietĂ , comporta un annullamento degli attributi cognitivi di una persona; di conseguenza, diminuisce la sua propria capacitĂ di comprensione del mondo fino al punto di diventare non piĂš autonoma e non piĂš autosufficiente, quindi anche con funzioni fisiologiche non in grado di essere auto soccorse.
Ad ogni modo, lâosservazione a mio avviso piĂš interessante di Russel Burton è la constatazione che anche gli infermieri, i medici e tutto il personale ospedaliero che lavora allâintero di questo ambiente, hanno un impoverimento cognitivo relazionale della stessa misura dei pazienti.
Questa considerazione si applica soprattutto nel caso di pratiche repressive quali la contenzione e lâelettroshock, che vengono ancora oggi usate anche a Milano; se queste causano un impoverimento neuro cognitivo a chi le subisce, come è ampiamente dimostrato, causano altresĂŹ un impoverimento neuro cognitivo anche a coloro che le somministrano, in quanto provocano un danno alle persone.
Vivendo allâinterno di un ambiente passivizzato, con oggetti non posseduti e non personalizzati e senza nessuna caratteristica estetica, le persone acquisiscono sĂŹ un adattamento ma un adattamento al ribasso, diventano dunque delle persone totalmente istituzionalizzate, passivizzate; cosĂŹ come i loro carcerieri, non immuni da instituzional neurosis, dalla nevrosi istituzionale.
Come vedete questa è unâaltra scoperta interessante che non ci sta tanto con la concezione della malattia mentale come lesione cerebrale irreversibile, poichĂŠ le cellule cerebrali non si riproducono.
Essa però, tra le contraddizioni che vi ho raccontato, è la piÚ importante perchÊ spiega un altro fattore essenziale.
Conolly, dopo il suo grande sforzo di liberare le persone dalle catene e dai legacci dando loro una responsabilitĂ gestionale nellâospedale psichiatrico, osservò che per i primi due anni si ottenevano dei miglioramenti consistenti mentre a lungo andare si aveva la ricaduta passivizzata delle persone.
Altrettanto osservò Simon secondo cui, successivamente a una grande quantità di miglioramenti ottenuti, in un lasso di tempo abbastanza lungo le persone tendevano di nuovo a regredire.
Gli unici che si sono salvati da questa regressione sono stati i pazienti della comunitĂ di Geel, i quali furono tolti dallâospedale, lo stesso ospedale dove fu scritto âInstitutional Neurosisâ, che documenta in che modo la gente viene resa passiva e sostanzialmente stupida, dove dunque si puntò il dito contro i fallimenti di Simon e di Conolly.
Lâinsuccesso di Simon e Conolly è del tutto evidente: le persone lavoravano e costruivano anche bellissimi oggetti ma se dopo qualche tempo non li scambiavano, se non tornava loro indietro nulla, se non veniva messa in moto una qualche relazione, questi oggetti diventavano inutili. Ă chiaro che se una persona che ha costruito un oggetto con passione e con amore vede che quellâoggetto è inutile, allora anchâessa si sente inutile.
Stessa cosa per quelli che avevano ricevuto una responsabilitĂ allâinterno di un circuito organizzativo che era poi lo stesso in cui erano rinchiusi, non al di fuori di lĂŹ. Se il destino, se il futuro se lo dovevano organizzare allâinterno dellâospedale, dunque allâinterno di un luogo estraneo, in cui non potevano investire nulla perchĂŠ non câera nulla che appartenesse loro, è del tutto evidente che dopo un certo periodo regredivano di nuovo.
Lâelemento dello scambio e della mediazione dâoggetto diventa dunque un elemento di grande riflessione, ovviamente per quelli che hanno voluto riflettere; torniamo però a quelli che non hanno voluto riflettere e che hanno, giustamente, continuato a lavorare sullâinfinitamente piccolo.
Finalmente, tra la fine degli anni â60 e primi anni â70, si comincia a scoprire che le cellule cerebrali, i neuroni, gli astrociti, i dendriti, insomma la dotazione cerebrale del mammifero adulto bipede non è affatto immobile, anzi è vorticosamente in movimento.
Quando la Levi Montalcini scopre una molecola, addirittura il fattore della crescita delle cellule cerebrali, si comincia a vedere che: a) le cellule cerebrali non sono un patrimonio definito ma sono tendenzialmente un patrimonio infinito; b) che le cellule cerebrali vivono allâinterno di connessioni, sono connessionali, sono connesse tra loro attraverso i dendriti e i neuriti e, inoltre, che la quantitĂ di connessioni aumenta o diminuisce a secondaâŚvi dico fra un poâ di cosa.
In sostanza, si scopre che la dotazione delle neuro staminali allocate allâinterno del sistema nervoso centrale e periferico è una dotazione strepitosa, nel senso che esistono tantissime cellule neuro staminali, molto di piĂš di quante ne esistano di epatostaminali ad esempio; di conseguenza ci sono cellule immature che potenzialmente possono diventare dei nuovi neuroni, o comunque delle nuove connessioni neuronali.
Insieme a questo, si scoprono altre due cose sensazionali. In primo luogo, le cellule cerebrali hanno unâalimentazione, le loro connessioni e i loro numero aumentano e diminuiscono sulla base di un elemento principale, potremmo dire la benzina delle cellule neurologiche e neuro staminali. Cosâè questa benzina? Udite udite: è lâambiente.
In altre parole, se tu prendi il cervello di un mammifero adulto bipede e lo metti in un ambiente stimolante, allora aumenta il livello di connessioni; in caso contrario, diminuisce. Un dato quantitativo, nessuno ha qui la pretesa di definire la qualitĂ , la qualitĂ delle connessioni è dialettica; io sto parlando soltanto dellâaumento, ma non di un piccolo aumento, bensĂŹ di un aumento esponenziale.
Lâaltra scoperta è lâesistenza del funzionamento apprenditivo, ovvero noi apprendiamo e acquisiamo memoria di ciò che abbiamo appreso. Come avviene lâapprendimento? Dal punto di vista esclusivamente neuorofisiologico, esso avviene attraverso lâattivazione di una tipologia di neuroni specifici, i neuroni a specchio, attraverso dunque lâimitazione. Questi neuroni sono i primi che si attivano e mandano uno stimolo alla corteccia frontale, dove risiedono la memoria e lâorigine del movimento, sia comunicativo sia prensile o comunque muscolare.
Ora sappiamo molte piĂš cose, possiamo contare lâinfinitamente piccolo poichĂŠ si riesce a vedere il funzionamento di una cellula e siamo in grado di sapere quali sono i prodotti biologici delle cellule.
Possiamo inoltre contare le connessioni, quindi si può vedere benissimo se esse aumentano o diminuiscono; siamo in grado di capire qual è il combustibile delle neuro cellule, lâambiente abbiamo detto, e siamo anche in grado di chiarire alcuni meccanismi fondamentali che riguardano lâapprendimento.
Ciò che risulta interessante non è tanto la scoperta del neurone a specchio in sĂŠ, quanto il fatto che il neurone specchio è situato nel talamo, ovvero lâarea centrale del cervello. Il talamo è la parte che regge lâappetito sessuale, la fame e la sete, il desiderio, la vita vegetativo-cognitiva, praticamente quella di cui non possiamo fare a meno. Dunque i neuroni a specchio, per determinare lâapprendimento, devono passare attraverso il lobo centrale talamico e ciò significa che lâapprendimento, senza la connessione con la vita neurovegetativa, non avviene.
Certo, lo sapevamo giĂ che noi apprendiamo molto piĂš facilmente quello a cui vogliamo bene e a cui siamo affezionati, quello che ci piace. Quindi cosâè che apprendiamo piĂš facilmente, qual è la situazione ambientale in cui noi apprendiamo piĂš facilmente, quella neutra, secca e senza colori o quella affettiva, quella emozionale?
Ormai è cosĂŹ in termini scientifici e teorici, è evidente che il funzionamento dellâapprendimento passa attraverso lâaffettivitĂ , il piacere; altrimenti si può ottenere ugualmente, ma con un minor tasso di connessioni, ovvero con minore efficienza apprenditiva.
Forse questo aspetto può sembrare un poâ troppo interpretativo, però esiste un tipo di apprendimento totalmente emozionale, fanaticamente emozionale, che è nel talamo, totalmente auto concentrato. Somiglia tanto al fanatico egoismo dellâartista, allâauto accentramento fanatico di chi si aggancia a unâidea che non vuole abbandonare e su quellâidea reinterpreta il mondo. Adorno definiva la follia come lâaver capito una cosa, lâaver avuto unâidea e non volerla abbandonare; secondo Adorno questa era la follia, non ci andava molto lontano.
Non câè piĂš dialettica, non câè piĂš mediazione dâoggetto, non câè piĂš scambio quando uno davvero reinterpreta tutto il mondo sulla base dellâidea a cui vuole bene, capendo quanto essa sia auto centrata e ricostruita.
Questa idea, però, attraverso lâoggetto, attraverso lâopera dâarte, attraverso il quadro ridiventa comunicativa, per questo forse si dice che câè un poâ di follia nellâarte. Dâaltra parte gli artisti che ho conosciuto li ho trovati tutti strani dal punto di vista umano, molto auto centrati, molto legati a questo fuoco interno, come se lâunica mediazione oggettuale che facessero fosse col proprio talamo, col proprio centro del cervello.
Questa è una digressione, però è una digressione autorizzata dal fatto che se i neuroni a specchio che reggono lâapprendimento sono situati nel lobo libico e quindi nel lobo talamico è inevitabilmente pensabile unâinterpretazione di questo genere. Poi cerchiamo le somiglianze, naturalmente cerchiamo tutte le somiglianza che ci rendono piĂš facile capire o desiderare alcune cose piuttosto che scartarle.
Lâaltro aspetto che vi volevo raccontare è quello che riguarda il che cosa fare.
Noi prendemmo una strada che non era affatto nutrita da questâidea; come vi ho raccontato la nostra formazione era basata sulla concezione che tutto era irreversibile, che chi era condannato era condannato e basta, quindi la diagnosi era unâetichetta, lâetichetta del tuo futuro e del tuo destino irreversibili.
A questa ineluttabilitĂ noi dicemmo no, non ci sembrava possibile, non ci sembrava umanamente possibile. Per cui facemmo sostanzialmente appello al nostro lobo talamico, utilizzando la passione per lâessere umano e per la sua dignitĂ . E il coraggio, il sentimento del coraggio e nientâaltro.
Abbiamo messo tra parentesi tutto quello che sapevamo e che ci avevano raccontato, magari era anche vero, chi lo sa, e abbiamo cercato di capire chi fosse quella determinata persona e che cosa avremmo potuto fare.
Se io ti guardo e metto da parte tutto il resto, tu rimani come me, io sono qua e tu sei lĂŹ, che cosa facciamo? Intanto te lo chiedo.
La messa tra parentesi è quella che chiamammo allora dottamente fenomenologia, ovvero tutto ciò che si conosce sullâesperienza per poter andare verso la pratica, dove non sai che cosa succederĂ , altrimenti che esperienza è? In altre parole, se tu metti tra parentesi tutto ciò che sai di una cosa, la cosa scompare e riappare come relazione nuova, quindi come esperienza di nuove relazioni.
Era la fenomenologia che ci insegnava questo, era la fenomenologia classica, era piĂš filosofia allora che medicina o psichiatria o psicanalisi.
In psicanalisi, soprattutto Freud aveva utilizzato molto la fenomenologia e câè un episodio significativo in cui Einstein scrive a Freud dicendogli sostanzialmente che, dopo aver lavorato molto per arrivare alle sue scoperte, alla fine era però anche in grado di definirle in modo sintetico, di restituirle in una formula matematica, la relatività è una formula.
In un modo un poâ perfido Einstein gli chiedeva se, dopo aver scritto cosĂŹ tanti tomi, alla fine anche lui fosse grado di dare una definizione della salute mentale e Freud, che era anchâegli molto arguto, altrettanto forse di Einstein, gli rispose che la salute mentale è Lieben und Arbeiten, amore e lavoro.
Tenete presente la risposta di Freud, io la capii molto tardi; è sorprendente perchĂŠ è semplicissima ma dĂ ragione di tutte le cose che vi ho raccontato fino adesso, come lâinvestimento affettivo, la trasformazione di un piccolo pezzo di mondo, la relazione dâoggetto. In questo caso però, siamo ancora nellâambito della relazione dâoggetto non inutile, come il cavallino di legno costruito in continuazione allâinterno del laboratorio di ergoterapia che nessuno compra, nessuno vede, nessuno scambia.
Ammaestrati dallâesperienza di Conolly e soprattutto di Russel Burton ed esortati dal coraggio e dalla voglia di provare di Franco Basaglia, siamo partiti alla volta di questa avventura.
Per lungo tempo ci siamo dedicati a cose abbastanza strane, del tipo le donne dâora innanzi vanno tutte dallâestetista e dal parrucchiere, cosĂŹ come i vestiti si vanno a comprare fuori; mettiamo in piedi delle case e le affittiamo direttamente a loro e poi li mandiamo a scegliersi lâarredamento che preferiscono, degli oggetti che siano belli.
Non vi dico i risultati ma potete immaginare, risultati straordinari, gente incontinente che smetteva di farsela addosso. Questa mediazione di oggetti belli e questo ridare senso allâoggetto corpo per tornare a farlo apparire attraverso lâestetica, questo è il punto. E fu lĂŹ che si cominciò a capire la perfetta coincidenza fra lâetica, quindi il rispetto della dignitĂ dellâaltro, e lâestetica, e soprattutto si cominciò a capire come la divisione, la separazione fra questi due elementi, etica ed estetica, siano foriere di grandi sospetti, di grandissimi sospetti.
Le persone davvero miglioravano in modo significativo ma per conservare quel risultato dovevamo toglierli da quel posto, dovevamo liberarli, mettere insieme lâetica e lâestetica e farla coincidere con la libertĂ , allora questo elemento effettivamente rendeva stabile una traccia e dava il senso di una strada.
In un posto come quello, dove il senso delle cose che facciamo e la direzione delle cose che noi vogliamo fare non câè, da dove si parte? Senza alcun senso e senza alcuna direzione, potevamo partire solo dalla bellezza e su questa ricostruire il senso e la direzione, non câera davvero altra possibilitĂ .
Proprio in una sofferenza come quella mentale, dove questi elementi sono centrali, il recupero della mediazione dâoggetto e la coincidenza fra lâetica e lâestetica sono la prima cosa da fare perchĂŠ in quel luogo câè lâesatto contrario. Andate dentro il vostro reparto di diagnosi e cura che avete al Niguarda qui a Milano, guardate la sciatteria, le persone legate, gli oggetti brutti, gli scantinati, lo schifo; come se la prima cosa che deve sperimentare una persona con malattia mentale o con sofferenza mentale è il bagno di povertĂ , è la cura del brutto; perchĂŠ questo è il sistema dellâoppressione, questo richiama alla ferita ineliminabile e irreversibile del cervello. Andate a vedere invece dove câè coincidenza fra etica ed estetica e quindi coincidenza con la libertĂ , scoprirete la bellezza, scoprirete che lâestetica degli arredi, la bellezza degli oggetti, la cura dei roseti come a Trieste, tutte queste cose parlano della dignitĂ delle persone.
Questi sono luoghi dove si recano persone che hanno una sofferenza, non è possibile parlare della loro dignitĂ se non permetti che abbiano degli oggetti belli; non puoi parlare della dignitĂ della persona, far sentire che la stai rispettando, se poi la collochi lĂŹ su una sedia rotta e con la merda lungo i corridoi. Non esiste la sua dignitĂ , non câè giĂ piĂš, è inutile che fai le terapie, non ci sono i presupposti, non câè la coincidenza tra lâetica e lâestetica. In questo modo, non stai ricercando la libertĂ , stai ricercando unâaltra cosa che è oppressiva per lui ma renderĂ anche te uno scimmione, che oggi la potremmo chiamare una nemesi.
Partendo dalla coincidenza tra etica ed estetica e dalla concezione di amore e lavoro, abbiamo cercato di immaginare unâimpresa che potesse avere al suo interno sia i valori del mercato come lo scambio, il guadagno, nonchĂŠ lâindividualismo, la capacitĂ personale, il successo, sia altri valori dettati dal sociale come la solidarietĂ , il sostenersi a vicenda.
Ci siamo chiesti se fosse possibile far stare insieme queste due cose, Lieben und Arbeiten, e molti che hanno cercato di dimostrare che era possibile hanno contribuito a liberare un pezzettino di ambiente, di situazioni, di persone.
Abbiamo detto che lâambiente è la benzina, il nutrimento del cervello; bene, se noi immettiamo delle cellule neurologiche nel cervello di un mammifero adulto non ne aumentiamo la prestazione, poichĂŠ il combustibile del cervello non è la cellula di per sĂŠ ma lâambiente. Lâunico fattore ad aumentare le capacitĂ cerebrali è lâambiente in quanto aumenta le connessioni, aumenta il numero di cellule, aumenta il numero di ricambi, aumenta il numero di prodotti delle cellule
Il fatto che non sia di per sĂŠ la cellula ma la cosiddetta plasticitĂ cerebrale ad aumentare le prestazioni del cervello è un dato acquisito in ambito scientifico ma non ancora in quello culturale, per cui non câè nessuna plasticitĂ cerebrale se abbiamo ancora la necessitĂ di tenere le persone nella loro caserma, se dobbiamo ancora immaginare che il cervello è un patrimonio immutabile.
Dal punto di vista dellâesperienza, la vicenda del lavoro legato alle abilitĂ , quindi lâinserimento lavorativo delle persone, lâutilizzo delle loro abilitĂ splendide o residuali allâinterno di un contesto che fosse unâimpresa, è stato ciò che mi ha intrigato maggiormente.
Lâobiettivo era che questâidea fosse legata effettivamente allâimprenditoria, che si potesse garantire uno stipendio e una partecipazione responsabile allâinterno dellâorganizzazione del lavoro da un lato e dallâaltro che si mantenesse intatta la possibilitĂ di accogliere sempre nuove persone.
Le imprese sociali dunque sono state ciò a cui mi sono dedicato di piĂš, non a partire da tutti i ragionamenti che vi ho fatto ma dandoli per acquisiti. Se lâinserimento lavorativo non è tutto, come diceva Robert Castel non è la cosmogonia, è certamente un elemento concreto e centrale sul quale si sono immaginate moltissime iniziative da una parte imprenditoriali e dallâaltra fortemente includenti; nulla di interpretativo, semplicemente la salvaguardia della dignitĂ . Esiste il lavoro ed esiste la tua idea che non vuoi abbandonare, mettiamo da parte tutto questo, chiudiamolo tra parentesi per riaprire lâapprendimento, per riaprire lâaffettivitĂ , per ricostruire il senso di un investimento.
Lâultima cosa di cui voglio parlarvi è inerente alla mediazione dâoggetto, che ho citato poco fa.
Allâinizio del 900 un certo Winnicott, un pediatra londinese, si mise a lavorare su una strana cosa: egli seguiva, sotto il profilo pediatrico, dei bambini con dei gravi disturbi comportamentali e cercava di capire, allâinizio attraverso i loro disegni, quali fossero gli elementi che avevano turbato la loro capacitĂ cognitiva e il loro comportamento. ScoprĂŹ il cosiddetto oggetto transazionale, in parole povere lâorsacchiotto di peluche o unâoggettino che i bambini appena svezzati si stringono addosso e si succhiano. Attraverso lâoggetto transazionale il bambino scopre di avere un corpo proprio, di avere di fronte degli oggetti che sono il mondo e di non essere piĂš fusionalmente connesso con la madre.
Se nel passaggio tra il distacco dal seno materno e la costruzione dellâoggetto relazionale produciamo un disturbo al bambino, allora creiamo un problema nella sua scoperta relazionale con il mondo, di conseguenza la relazione dâoggetto tende a non strutturarsi.
In realtĂ , tutti gli oggetti che andremo a distinguere nel corso della vita ci conoscono prima che noi possiamo acquisirne la conoscenza, ovvero predispongono le nostre cellule cerebrali alla tipologia cognitiva di cui abbisognano per essere visti; al loro interno contengono una quantitĂ minore o maggiore di conoscenza, dunque la testimonianza di un investimento cognitivo che permette a noi di apprendere.
Nel caso di un artefatto, di un oggetto antico e di valore su cui molti hanno investito la loro ammirazione e il loro apprezzamento, riceviamo una conoscenza straordinaria in termini neurofisiologici, poichĂŠ tale oggetto rappresenta la nostra possibilitĂ di conoscere.
La psichiatria è una scienza di sparizione dellâoggetto, una scienza precisa in grado di far scomparire lâoggetto, nel qual caso il corpo del paziente, che dopo un poâ diventa trasparente in quanto si tiene conto solo dei suoi comportamenti e dei suoi stati di coscienza, di tutto ciò che è immateriale; nessuno si occupa del fatto che qualcuno possa essere vestito male, possa essere bello, brutto, grasso o magro, non câè un corpo, non câè nessun oggetto davanti a noi.
Bisognava mediare lâoggetto per ricostruire una mediazione con la relazione dâoggetto delle persone che erano internate negli ospedali, o meglio, che erano internate nella psichiatria. Partimmo proprio dal corpo, perchĂŠ allora una persona non sapeva nemmeno cosa fosse una parrucchiera, e mediammo la relazione dâoggetto delle persone al fine di aumentarne le connessioni cerebrali, di aumentarne le possibilitĂ cognitive, di moltiplicare le motivazioni in modo che si creasse una possibilitĂ .
Tuttâoggi il problema maggiore è la sparizione dellâoggetto, cosĂŹ come la sparizione dei fatti, infatti la psichiatria non è un sistema di relazione dâoggetto bensĂŹ un sistema di dominio, un sistema di dominio anche raffinato.
La necessitĂ di porre in essere la mediazione dâoggetto laddove gli oggetti erano spariti, laddove i domini erano prevalenti, costituisce uno degli elementi fondamentali dellâattivitĂ terapeutico riabilitativa che siamo riusciti a costruire.
Abbiamo sempre immaginato la dimensione estetica come dimensione etica e abbiamo interpellato i cultori della bellezza perchÊ la bellezza è il presupposto della terapia; nello stesso tempo, ci siamo dati molto da fare per ideare progetti imprenditoriali che fossero davvero tali.
Dentro la Lieben und Arbeiten câera qualcosa in piĂš rispetto alla formula della relativitĂ di Einstein, la dimensione affettiva. Questâultima non solo media tutto lâapprendimento possibile, o comunque quello maggiormente stivabile nella la memoria o nei depositi della memoria cognitiva del cervello, ma è una vicenda assai poco spiegabile dal punto di vista neuro fisiologico.
La spinta affettiva da un lato è certamente strumentale perchĂŠ permette alle persone di conoscere e di memorizzare, dallâaltro è un fattore di crescita continuativo che per essere tale necessita di una grande quantitĂ di dispersione. LâaffettivitĂ ha un aspetto strumentale ma anche un aspetto indispensabile di dispersione, ne utilizzi un grammo e ne spendi 99 ma nello stesso tempo quei 99 sono il metodo con cui tu ne riproduci uno. In altre parole, lâaffettivitĂ ha una strumentalitĂ e una donativitĂ e chi sostiene che la generositĂ e la donativitĂ sono elementi fondamentali del nutrimento del cervello umano non sbaglia.
Senza una grande produzione di questo tipo di combustibile lâambiente non si modifica, lâambiente inaffettivo per noi non è nutrimento, quindi se ne vogliamo utilizzarne almeno un poâ ne dobbiamo produrre tantissimo.
à una vicenda assai interessante come tutto ciò che ha un aspetto strumentale, di auto sopravvivenza per quel che riguarda la specie umana; come la procreatività , ha degli aspetti feroci e degli aspetti iperdonativi insieme.
Questo è in definitiva il funzionamento neurofisiologico, il combustibile, ciò che aumenta le connessioni e toglie la passivizzazione, che aumenta la possibilità riproduttiva cerebrale e la prestazionalità . à ciò che aumenta la nostra possibilità di sopravvivenza, è un combustibile indispensabile ed è per questo che mi azzardo a pensare che forse si tratta di un gene, un gene che fa funzionare la macchina in questo modo, oppure di una malformazione genetica che però ci ha permesso di diventare 5 o 6 miliardi.
Questa malformazione genetica in altri non câè, ma esiste tutto il problema della biodiversitĂ che sta scomparendo, rimaniamo noi.
Questa è un poâ la vicenda, il futuro non so quello che sarĂ , ma sono sicuro che sarĂ splendido.
Non ci hai raccontato niente di queste tue attivitĂ di imprenditoria sociale che hanno tanti aspetti interessanti che riguardano sia lâaffettivitĂ del lavoro ma anche il dono in qualche modo.
Ho dedicato molti anni a questa attivitĂ , ero convinto della sua importanza. Per molti anni ho fatto lâimprenditore, lo dico con tranquillitĂ , nasco come farmacologo qui allâIstituto Mario Negri di Milano dove ho lavorato 5 anni.
Detto questo, mi sono occupato per molti anni soprattutto di mettere in piedi delle cooperative che abbiamo chiamato imprese. La scelta non era indifferente, avremmo potuto creare delle societĂ , delle snc, delle srl, delle spa però, a metĂ degli anni 70, scegliemmo di fare delle cooperative poichĂŠ lâaspetto gerarchico che ci interessava molto, inserire delle persone per metterle di nuovo in una situazione istituzionale gerarchica non ci sembrava una gran cosa.
Pensammo che la cooperativa fosse un elemento importante, la cooperativa intesa in un modo molto specifico, ovvero doveva occuparsi anche delle regole di convivenza allâinterno del luogo di lavoro.
Le cooperative che ho cercato di mettere in piedi insieme ad altri sono una quarantina in tuttâItalia ed avevano sempre come riferimento una cosa del tutto particolare: la regola benedettina e il capitolato dellâenfiteusi.
Tutte dovevano avere questi due riferimenti, ma non perchÊ io abbia particolari passioni, sono un normale cattolico infedele, molto infedele, però nella regola benedettina e soprattutto dentro al capitolato di enfiteusi ci sono delle cose straordinarie.
Lâenfiteusi è un sistema attraverso il quale fu bonificata la pianura padana circa nel 600 d. C. 650 d. C. e a pensarci fu santâAnselmo da Cividale, lâultimo principe dei longobardi che ingannò i longobardi schierandosi con Carlo Magno, facendo vincere ai Franchi la battaglia del Cividale.
Egli era un monaco particolare, girò tutta lâItalia con al seguito circa 180 persone, tutti ingegneri; aveva dunque le arti e i mestieri al seguito, per cui arrivava in un posto e ricostruiva un tessuto civile. CosĂŹ, arrivò nella pianura padana e ricostruĂŹ la pianura padana: rifece le chiuse, riconquistò le terre e diede la possibilitĂ a chiunque di coltivarle. Se la pianura padana non è un acquitrino lo dobbiamo ad Anselmo, sono ancora le stesse identiche chiuse, le stesse opere di canalizzazione che hanno permesso alla pianura padana di diventare una terra emersa.
Fu deciso di dare tutta questa terra alle famiglie in enfiteusi, un contratto di affittanza per un lustro, ovvero 25 anni, con comparto fondiario per cui al massimo venivano dati 30 ettari per ogni famiglia.
Lâenfiteusi veniva assegnata nella sala del Capitolo delle abbazie, delle 15 abbazie benedettine sparse nella pianura padana, dove veniva dato un regolamento al futuro enfiteuta denominato capitolato, dalla sala del capitolo.
Questo regolamento diceva sostanzialmente questo: prendi pure questa terra però, per prima cosa, mantieni gli anziani, mantieni et honori gli anziani che non possono piĂš lavorare; in secondo luogo dai lâammasso, ossia il 10 per cento di tutto il raccolto di tutte le famiglie enfiteutiche veniva dato al comune e serviva per il bene comune, per le nuove semenze, per la remunerazione di chi doveva mantenere anziani e disabili a casa, per la remunerazione di coloro che avevano sul loro terreno la manovra delle chiuse, che câè ancora adesso, infine una parte veniva data ovviamente ai monaci dellâabbazia, loro erano mantenuti ma pregavano, istruivano e tenevano la scuola.
Vicino agli ammassi câerano le pievi, che erano le scuole, e gli enfiteuti erano obbligati a portare i bambini alle scuole, câera giĂ la scuola dellâobbligo.
Era dunque un sistema molto vicino alla mediazione dâoggetto; se vuoi la terra allora devi avere una responsabilitĂ sociale, per cui il tuo anziano non lo metti in casa di riposo, lo tieni a casa e lo mantieni, i bambini li mandi a scuola, il matto lo mantieni e lo rispetti et honori, è il regolamento.
Lâoccidente è stato costruito sullâenfiteusi, sulla regola benedettina; su SantâAnselmo è stata costruita lâEuropa, lâoccidente esiste perchĂŠ sono esistite queste persone, questa è la realtĂ .
Hanno inventato loro le common law, non discutevano di privatizzazione; noi siamo dei figli degeneri, siamo dei poveri imbecilli su una zattera di merda alla deriva. Noi di tasse paghiamo il 45 per cento, mettiamo gli anziani in casa di riposo, i matti in manicomio, i bambini non si sa dove, del futuro dei giovani non se ne cura piĂš nessuno, tutti si curano del proprio, giustamente. Altro che famiglia enfiteuta, grande civiltĂ , grandissima civiltĂ .
Se voi leggete con attenzione la regola benedettina, soprattutto gli allegati alla regola, scoprite che è un capolavoro dal punto di vista neuro cognitivo, un capolavoro straordinario. Era tutto costruito sulle regole dellâaffettivitĂ , sulle regole di trasformazione dellâambiente in base allâestetica; câè tutta una parte che riguarda lâestetica, come tenere lâaia, i materiali da utilizzare avevano delle regole estetiche, quale la regola di come esporre la casa, secondo quali assi, come esporre il letto, la porta.
Nellâenfiteusi câerano anche degli uffici suppletivi nei quali si potevano coltivare ad esempio le erbe officinali e per chi se ne occupava era prevista una remunerazione; vocational therapy, come ho detto allâinizio, ognuno faceva quello che gli piaceva fare e metteva la sua capacitĂ a disposizione di tutti, e per questo era remunerato.
Ă tutto regolato allâinterno di questi allegati, che sono un capolavoro dal punto di vista della responsabilitĂ sociale dâimpresa. Un pezzo di terra in enfiteusi era unâimpresa con responsabilitĂ sociale, quindi unâimpresa sociale.
La mia idea era esattamente questa, unâimpresa sociale basata da un lato sulle regole di mercato, per cui il prodotto doveva essere concorrenziale e di ottima qualitĂ , e dallâaltro su un regolamento donativo, bisognava donare, bisognava sprecare. E allâinterno di un percorso di appartenenza si butta via tutti insieme, nessuno prende niente.
Innanzi tutto bisognava individuare le tipologie di lavoro, quindi siamo partiti dai lavori piĂš semplici e da un territorio definito: giardinaggio, pulizie, spostamento merci, gestione cimiteri, qualsiasi cosa che riguardava un determinato territorio.
Nel 1986 a Pordenone eravamo 970 soci lavoratori di cui 500 provenivano dai manicomi, tutti pagati alla fine del mese. Quella però era unâimpresa di successo perchĂŠ era un impresa cattiva, delusiva, nata dalla delusione nei confronti degli imprenditori del nord est, ostili ad assumere qualcuno dei nostri, anzi facevano di tutto per liberarsene.
CosĂŹ ci siamo messi dâimpegno, abbiamo fatto dei corsi alla Zanussi e con questa abbiamo creato il grande progetto imprenditoriale delle piattaforme per il recupero dei frigoriferi.
Da che i sani comprano e i matti sfasciano, abbiamo realizzato 9 piattaforme con la Zanussi producendo quasi 400 posti di lavoro in tuttâItalia, dalla Sicilia fino ad Aosta, con persone come da articolo 4.
Lâarticolo 4 è venuto dopo la 381, una legge disgraziata e assassina varata nel 1991 dalla DC in accordo con il PCI, secondo la quale le cooperative sociali dovevano essere divise in A e B. Le A di assistenza, come i servizi educativi sanitari e sociali, mentre le B di produzione lavoro, dunque obbligate ad avere il 30 per cento di persone con disabilitĂ fisica, psichica, sensoriale ecc.
Le cooperative A in realtĂ sono state un modo per accaparrare qualche laureato, dargli un tozzo di pane per farlo andare a caccia del disabile, allo scopo di creare un sistema di comunitĂ terapeutiche, case di riposo, strutture protette dove la retta va da 100 a 500 euro al giorno. Sono specialisti qui a Milano, si spenderĂ un miliardo di euro solo in Lombardia per realizzare strutture protette convenzionate, in cui le persone piĂš sono passivizzate piĂš producono guadagno.
Credevamo di essere usciti in bellezza da quella situazione terribile dei manicomi e invece ci siamo dentro, ancora di piĂš, solo che non lo vediamo perchĂŠ nel frattempo ci hanno resi stupidi.
Questo è quello che è successo nel 1991 sulla base della scomposizione delle necessità : se la Democrazia Cristiana voleva mantenersi i suoi Fate Bene Fratelli e tutto il resto, il Partito Comunista voleva mantenersi il suo feudo in Emilia e in Toscana; sono affari, grandi affari.
Ă chiaro che ognuno ha cercato di mantenere la propria autonomia organizzativa e si è separata lâassistenza dal lavoro in modo tale che siamo tutti diventati dei potenziali assistiti.
Se in Europa le organizzazioni del lavoro hanno tutte lâobbligo di inserire persone disabili al lavoro nella quota sindacale che va dal 3 al 6 per cento, le uniche organizzazione del lavoro che non hanno questo obbligo sono le cooperative sociali di tipo A, cioè quelle che fanno assistenza.
Personalmente, nel momento in cui il mio corpo non dovesse piĂš funzionare, in casa di riposo non ci vado per principio.
Volevo sapere il suo punto di vista a proposito del rapporto tra lâaffettivitĂ , lâapprendimento e le realtĂ virtuali, secondo lei è una prospettiva positiva o no?
Non ho ancora deciso, ci sono molti aspetti che militano a sfavore e moltissimi altri che sono a favore. Se da un lato câè il brivido della libertĂ , il fatto che una persona possa sentirsi cosĂŹ potente da mettersi in comunicazione con altri al di lĂ della terra, possa acquisire dei dati, conoscenze, immagini e sperimentare, dallâaltro alcune cose si sono modificate in maniera tale che non si capisce in che verso vanno. Di sicuro ci hanno reso molto piĂš stupidi in termini affettivi in quanto, anzichĂŠ una relazione o una mediazione dâoggetto, mettiamo in piedi una relazione virtuale.
Nel virtuale scompaiono i corpi, io mi ricordo che quando uscivo con una ragazzina per la prima volta dopo i miei amici mi aspettavano per chiedermi: âlâhai toccataâ?
LâaffettivitĂ passa attraverso gli oggetti e la relazione dâoggetto affettiva è fondamentale, è fraternitĂ .
La fratellanza si è trasformata nella rete web, si è trasformata nelle relazioni virtuali. Ma non câè trasporto, non câè piĂš la fratellanza; la libertĂ si è trasformata nella sicurezza e lâuguaglianza si è trasformata in una paritĂ .
Vivo in unâatmosfera stravolta, che da un lato capisco e mi piace molto, come questâidea che la libertĂ sia un brivido e che sia strettamente legata al potere, che possiamo metterci in relazione e venire a conoscenza di cose importanti che altrimenti non avremmo mai lâopportunitĂ di imparare.
Dâaltro canto mi pare che non si sviluppi fratellanza, forse mi sbaglio. La domanda che fai è una domanda un poâ difficile, francamente penso che un conto sia parlare di rete, di conoscenza, di apprendimento, diverso è parlare di affettivitĂ e di comunicazione, sono cose molto lontane tra loro.
LâaffettivitĂ comporta un investimento, è molto piĂš vicina alla fratellanza che alla rete, è molto piĂš vicina ad una libertĂ mai inscindibile allâuguaglianza; ad esempio, piĂš si parla di sicurezza e meno mi sento libero, piĂš si alza la sicurezza e piĂš si abbassa la libertĂ .
Siamo diventati degli infelici, dei poveri disgraziati, dentro a questa rete non ci voglio stare. La mia affettivitĂ mi ha portato a fare dei buchi anche quando questa rete era a maglie molto larghe, adesso che questa rete ha maglie molto strette sono diventato un elettrosaldatore professionista.
Lâultimo buchino che ho forato è stato inventare un progetto, il piĂš grande progetto di riconversione di energie da fonti rinnovabili che esiste al mondo.
Esso prevede mille tetti fotovoltaici che danno 3 kilowatt gratis a tutte le famiglie e a lavorare per metterlo in piedi ci vanno quelli dellâospedale psichiatrico giudiziario, li stiamo tirando fuori, non so se mi sono spiegato.
Ho chiesto al Ministero di Giustizia di investire su un capitale di capacitazione, facendo leva sul fatto che ci sono 750 persone che sono dentro illegalmente, perchĂŠ nessuno li va a prendere, perchĂŠ hanno buttato via la chiave e ormai se li sono dimenticati. Persone, donne e uomini, prevalentemente donne. Sono 5 i manicomi giudiziari ancora esistenti.
La mia proposta è stata quella di dare a queste persone che non hanno piĂš niente e nessuno al mondo un capitale di capacitazione, non generico, di 30 mila euro allâanno per 3 anni, se ne spendono molti di piĂš a dargli calci nel culo tutte le mattine.
Questi 30 mila euro per tre anni non se li mettono in tasca, li girano alle cooperative di cui fanno parte diventando soci, attraverso il documento di anticipo servizi della legge 2030 negoziorum gestio, un articolo del codice civile stupendo che proviene dallâenfiteusi.
In sostanza, qualcuno si occupa dei tuoi affari perchĂŠ tu non sei in grado di provvederci e tu, con le tue sostanze, gli dai la remunerazione che poi ti riconverte sulla base del riconoscimento che devi avere.
Mille tetti sono 3 megawatt e hanno un costo di10 milioni di euro, se chiedo un prestito in banca me ne chiedono 2,5 vincolati.
Il capitale di capacitazione, dato nominalmente a queste persone dal Ministero di Giustizia, serve a coprire questa somma necessaria per il prestito bancario. Non so se è chiaro, firmando un documento di anticipo servizi fatto dal negoziorum gestio posso esibire al momento della richiesta di prestito 6 milioni di euro alla banca, che mi hanno dato il ministero della giustizia che non ha capito niente del progetto.
Abbiamo cominciato dalla Sicilia perchĂŠ ha 37 per cento in piĂš dâirradiazione solare rispetto ad altre regioni del nord, a Barcellona Pozzo di Gotto abbiamo installato i primi 150.
Questo progetto produce qualcosa come 650 posti di lavoro, di cui 100 e 50 sono i nostri, gli altri sono i giovani, le persone che vogliono lavorare.
Questo scherzetto produce una grande quantitĂ di danaro e nello stesso tempo è una bellissima impresa che regala 3 kilowatt alle famiglie, facciamo lo scambio sociale in enfiteusi alle famiglie che non vogliono pagare piĂš la bolletta, per 20 anni. A loro voltiamo 3 kilowatt, in cambio vogliamo che portino a scuola i figli, quindi câè il ricatto sociale.
Vi ricordate il regolamento di enfiteusi? Vedete, è la stessa cosa.
Questo è il tipo di impresa sociale lo stiamo facendo in Sicilia, lo abbiamo fatto in Umbria, nella provincia di Salerno, lo faremo anche in Sardegna e lo stiamo facendo anche in Calabria. Ci sono anche investitori privati, le nostre cooperative vanno a mettere il fotovoltaico anche sui tetti degli ospedali di Gino Strada.