Tra le pieghe di un bivio

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Tra le pieghe di un bivio

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Ricerco me stessa solo quando da me stessa non voglio scappare. E non mi ascolto mai, in nessuno dei due momenti.
Turbe mentali
Un giorno mi diranno che sono pazza, mi diagnosticheranno tante psicopatologie quante sono le turbe che la mia mente mi presenta, ogni giorno, in un elenco sfiancante che mi schiaccia, uno zigomo dopo l'altro, contro le piastrelle lucide di un gelido avello incorporeo a cui solo io ho accesso, ma da cui non riesco a fuggire.
Un giorno diranno di me: pazza, debole, instabile, bisognosa di cure. E tutti avranno un sussulto, un moto di compassione li investirà, sgorgheranno lacrimevoli parole di circostanza, luttuosi sensi di colpa sbocceranno dai petti in un'inaspettata arida primavera. Ma nulla avrà importanza. Io non dirò alcunché, non sentirò neanche, impegnata come sarò a ripetere un elenco sfiancante di ubbie, schiacciata, un osso dopo l'altro, contro una lastra lucida di un gelido avello a cui, sotto gli occhi di tutti, solo io avrò accesso, ma da cui non potrò fuggire.
Nell'aria, gelsomini.
Non sentirò neanche quelli. Per fortuna.
Ho sempre odiato i gelsomini.

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Cosa fa il Fato quando
crea una fata che fatica a esser fata?
Finge che la finzione non sia falsa?
Può il falso essere migliore del vero?
Forse no.
E allora può il Fato fallire?
Può una fata non esser felice,
spogliarsi della sua figura allegra,
delle forme che le hanno disegnato,
delle aspettative che l'hanno flagellata?
Può il Fato fatidicamente sbagliare
e una fata fatalmente franare?
Sarà che si sprofonda davvero solo quando non si dà a sé stessi la possibilità di sprofondare.
L'essenza dei dettagli: perle di luce nella mediocrità.
Qualcuno ha detto: "Verrà la morte". Qualcun altro poi l'ha vista arrivare
Qualcuno ha detto: "Verrà la morte".
Qualcun altro poi l'ha vista arrivare
e andare via
mano nella mano con un nuovo amante.
E nel silenzio di un umore grigio,
mi chiedo cos'accade infine
a quel falco
dalla vista mortale.
Come sopravvive?
Com'è che si sopravvive
alla morte?
La morte "non tua" nella carne
ma "tua" nel cuore;
la morte senza la pace della
finitudine;
la morte senza il decadimento
che ti fa cenere;
la morte negli occhi
di qualcuno che non è te
ma che muore insieme a te
senza saperlo, e proprio
mentre tutto in te
di morire non vuole saperne.
Mentre le tue mani si agitano
impugnando una penna,
e si allungano i tendini
e ovunque veicolano il sangue
le linee viola e blu
che scorgi sul polso, mentre scrivi
di un uomo, di una donna,
di un adulto, di un bambino
morti
prima - troppo tempo prima -
che anche i tuoi occhi
perdano luce.
Dialogo tra me e nessuno
- Se c'è una cosa che ho imparato dalle lezioni di questa flebile vita che, gelida, mi sfiora senza mai entrarmi dentro...
(Pausa)
- Sì, proprio quello che ho detto: mi passa accanto e non mi guarda; mai. Sarà che non le piaccio poi così tanto (abbozza un sorriso).
(Riprende il filo del discorso)
- Ma, dicevo, se c'è una cosa che ho imparato è che questa tanto osannata perfezione, di cui tutti siamo alla ricerca, è un'idea senza alcun fondamento, senza un benché minimo riscontro nella realtà. Le favole propinateci fin da bambine non esistono: ci sono gli errori e le storie che ne derivano.
(Pausa)
- Oh, non dico sia terribile, solo... deludente. È difficile accettare un'idea che non comprendi.
(Pausa)
- Già (sorriso di cortesia). Però credo bisogni sforzarsi di capire, in qualche modo. Capire profondamente, però. Come quella volta che, da bambina, dopo il primo scontro con le moltiplicazioni, tornai a casa perplessa e corrucciata. Piuttosto che chiedere a mia madre un aiuto per svolgerle, le domandai "perché" si moltiplicasse. Riuscii a risolvere gli esercizi solo quando mi rispose.
(Pausa)
- Come? Se ad oggi è cambiato qualcosa? (sorriso) No. Dalla mia ostinazione alla volontà di raggiungere una vetta che probabilmente non esiste, tutto è rimasto immutato. Ambizione, presunzione, egocentrismo, vanità, civetteria. Ognuno vi dia il nome che preferisce.
(Pausa)
- (scandisce) Quale sia la mia verità? La verità è che sono un essere semplice; sono umana, rotta, traviata. Faccio domande e assorbo risposte. Costruisco così le mie certezze e mi ci aggrappo per non cadere. E sempre nell'intento vano e folle di non cadere mai, mi spingo verso l'alto, quanto e più che posso. Ma sono umana, rotta, traviata e non dovrei aspettarmi di meglio né da me, né dagli altri.
La perfezione non esiste.

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Questa febbrile impazienza. La sentite? Ce la trasciniamo dietro, come fosse un altro arto. E invece è un orologio speciale, un orologio che segna solo quel tempo che scorre vuoto. Il tempo che ci attraversa senza lasciarci il segno.
Corriamo da una parte all'altra del mondo, in preda a una frenesia convulsa, pieni di doveri, di numeri, di schemi, di risposte esatte e ben saldate, di date e di consegne, di scontri e di ritardi, di auto troppo piccole e case troppo grandi, e mentre corriamo scivoliamo senza accorgercene dentro un altro giorno, dentro un altro mese, lamentandoci dei segni che la notte ci ha poggiato sul viso, agli angoli della bocca, accanto agli occhi, sulla fronte.
Ma non ci fermiamo, non ci fermiamo mai. Presi come siamo dalla smania di star perdendo tempo, non ci chiediamo quale sia il tempo che realmente perdiamo. Non ci fermiamo perché le domande che ci porremmo ci fanno paura, perché “guardarci da fuori” ci turba, e guardarci dentro ci terrorizza.
Eppure, noi proprio non riusciamo a stare fermi, noi non vogliamo stare farmi. Abbiamo un cuore palpitante e la perenne necessità di AGIRE, di fare e disfare, di muoverci e parlare, di urlare, piangere, toccare, stringere, ridere e ridere a crepapelle, e poi di INNAMORARCI e TRASFORMARCI, di cambiare città, lavoro, casa, taglio di capelli, stagione preferita, libro preferito.
Eppure c'è, da qualche parte dentro di noi, quell'impazienza che non chiede altro che uscire fuori, che bussa insistentemente, mentre noi ci ritroviamo incatenati ai cavi di una vita elettrica; e bussa per ricordarci di SOGNARE e di AMARE, di realizzare i sogni che ci siamo lasciati alle spalle, di abbracciare chi ci ama ma abbiamo messo da parte, e ci dice, ci ordina di iniziare già oggi, no meglio: ora, adesso.
In fondo, ciò che desideriamo ardentemente è vibrare di vita e librarci su, come rondini, su e poi sempre più in alto. E allora smettiamola di correre alla cieca, imbattiamoci in noi stessi. Lasciamoci sovrastare dall'energia che sprigioniamo.
A volte, ci basterebbe rallentare.
how am i sensitive and a bitch at the same time
L'amore (per sé e gli altri) ai tempi del Coronavirus
Sono sempre più convinta che un'epidemia, quest'epidemia, noi italiani la meritiamo in toto. Il panico, l'angoscia, l'ansia, l'apprensione, l'incertezza e tutte le paure che in questi giorni stiamo provando, sempre sull'onda della disinformazione, dell'egoismo, dell'allarmismo, dello scarso - se non nullo - senso civile, devono attecchire alle pareti delle nostre case, rimanerci attaccate alle ossa e asfissiarci ogni qualvolta uno di noi stia per urlare "che tornino a casa loro", "non scappano mica dalla guerra, sai?", "ci rubano il lavoro", "chiudiamo i porti".
Vergogniamoci. Barricati nelle nostre case, vergogniamoci. Quando deprediamo i supermercati creando il caos, vergogniamoci. Quando svaligiamo le farmacie, non pensando neanche per un momento agli immunodepressi, agli anziani, a chi ha sofferto e soffre ancora di gravi patologie e necessita davvero di una protezione che a causa nostra non potrà avere, vergogniamoci. Quando ci affrettiamo a prendere voli e treni per sfuggire al contagio, seguendo ancora una volta il nostro sconfinato ego e nascondendoci dietro la paura, vergognamoci. Quando ci definiamo profughi, vergogniamoci. Quando attendiamo la diffusione di un virus per sfogare il nostro razzismo represso da decenni e usiamo nuovamente la paura per giustificare la nostra violenza, vergogniamoci. Quando attacchiamo chiunque pur di trovare un colpevole, vergogniamoci. Quando non ci fidiamo della medicina, vergogniamoci. Quando ci schieriamo, come da secoli ormai, in un'annoso e stupido scontro tra Nord e Sud, vergogniamoci. Quando valichiamo la legge, vergogniamoci. Quando emaniamo leggi di prevenzione inique, che non tutelano che una fascia della popolazione e non permettono a tutti di prendere una doverosa pausa dal proprio lavoro senza collassare economicamente, vergogniamoci. Quando ci allarmiamo per un virus ma non muoviamo un dito contro l'inquinamento globale perché in fondo non ci tocca in prima persona, vergogniamoci. Quando l'Amazzonia brucia, l'Australia è in fiamme ma noi restiamo fermi, rotolandoci in questa malsana passività di cui, più di chiunque altro, siamo colpevoli, vergogniamoci. Quando ci permettiamo di sputare giudizi su chi, armato di sola speranza, rischia la vita attraversando il deserto e il mare in un viaggio disumano che forse non avrà mai termine, ma non abbiamo remore nel pressare i nostri figli a tornare a casa, al sicuro da un'epidemia che avrebbe potuto essere tanto più contenuta, quanto più avessimo avuto buon senso: vergognamoci.
Vergogniamoci perché abbiamo dimenticato tutto; perché la storia non ci ha insegnato nulla; perché compiamo sempre gli stessi errori; perché ci sentiamo furbi, forti e importanti più degli altri. E invece siamo tutti miserabilmente uguali; e non l'abbiamo ancora capito.
«Marina, ti sei portata via tutte le risposte»
E insieme a quelle, hai portato via anche me.
Dall'altro lato della paura.

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messy redraw ‘cause I’m on a Tangled high ♡
Non ho nulla di esteticamente bello da scrivere. Nessuna riflessione, nessun'idea. Non ho risposte a niente. Ho solo domande: semplici, brevi, lapidarie. Da quale partire? Difficile a dirsi. Potrei cominciare col chiedervi come fate a dire "ti amo" a due persone diverse a distanza di qualche giorno. Già. Come fate a chiamare "amore" due volti diversi? Come riuscite a cucire addosso a qualcuno le stesse emozioni, gli stessi appellativi, le stesse frasi, gli stessi contorni che prima delineavano qualcun altro?
Mi vengono i brividi solo a pensarci. Io proprio non capisco. Che idea dell'amore avete? Credete sia un gioco? Cercate di incastrare insieme i pezzetti di puzzle che prima vi vengono a tiro, non curandovi minimamente delle loro forme, della verità che dovrebbero incarnare? Create frasi preconfezionate da elargire magnanimamente ogni qualvolta ne abbiate bisogno, a prescindere dal destinatario? Non vi vergognate neanche un po'? Davvero?
Mi chiedo che marciume vi trasciniate dietro per essere così infidi, così senza sentimenti, senza rispetto nemmeno per voi stessi.
Spaccate il cuore di chi vi ama in un istante e non vi voltate indietro neanche per un secondo: andate avanti, continuandolo a calpestare, sempre a testa alta.
Avete il coraggio di sentirvi vuoti, poi; di pentirvi, solo per mantenere un pizzico della dignità rimastavi. Ma non vi pentite mai sul serio. Non cambiate. Non cambiate mai. Mentite, omettete, illudete. Siete solo affamati. Voraci di appagamento.
Siete carnefici travestiti da vittime, lupi che indossano la pelle delle pecore poc'anzi squartate.
Siete cattivi, egoisti, manipolatori, bugiardi, traditori. Come fate? Come fate, per dio?
E io come faccio? Come faccio a ritrovarmi di nuovo? A rimettermi in sesto?