“Alcuni non lasciano ferite.
Lasciano il rumore dei bicchieri vuoti,
qualche notte sprecata
e il fastidio di avergli dato un posto
dove non c’era niente.”
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“Alcuni non lasciano ferite.
Lasciano il rumore dei bicchieri vuoti,
qualche notte sprecata
e il fastidio di avergli dato un posto
dove non c’era niente.”

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“E’ importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine.”
— Seneca
più cerchi certezza, più trovi nuove domande
più trovi nuove domande, più pensi
non stai risolvendo… stai alimentando il ciclo
Dove non si è scelti, non si è nemmeno visti: lascia andare e non ostinarti
Esiste una forma di dolore che ci trattiene più di ogni altra. È continuare a cercare il proprio posto nel cuore di chi, quel posto, non ha scelto di offrircelo. Allora ci sforziamo. Aspettiamo.
Comprendiamo. Giustifichiamo.
Speriamo che, prima o poi, l’altro si accorga di noi.
Ma c’è una verità difficile da attraversare. Dove non si è scelti, molto spesso non si è nemmeno davvero visti.
Perché scegliere qualcuno significa riconoscerlo.
Accorgersi della sua presenza. Del suo valore.
Della sua unicità. Quando questo non accade, iniziamo a vivere di piccoli segnali. Una telefonata.
Un messaggio. Un gesto gentile. Li trasformiamo in promesse. Perché il cuore, quando ha fame, riesce a nutrirsi perfino delle briciole.
Ma le briciole non sono un banchetto.
E non possono diventarlo soltanto perché lo desideriamo. C’è un momento in cui l’amore chiede un atto di grande coraggio.
Non trattenere. Lasciare andare. Non perché l’altro non abbia avuto valore. Ma perché anche tu ne hai. Ostinarsi a restare dove non si è scelti non cambia il cuore dell’altro. Molto più spesso consuma lentamente il proprio. Ogni giorno trascorso ad aspettare uno sguardo che non arriva è un giorno sottratto alla possibilità di incontrare chi, invece, saprebbe vederti davvero.
Lasciare andare non significa cancellare il bene che c’è stato. Significa smettere di chiedere alla stessa porta ciò che, da tempo, ha smesso di aprirsi. Non è un gesto di rabbia. È un gesto di rispetto. Verso l’altro. E, finalmente, verso se stessi. Perché l’amore non consiste nel convincere qualcuno a sceglierci. L’amore inizia quando smettiamo di mendicare uno sguardo e riconosciamo che la nostra dignità non dipende dalla decisione di chi non ha saputo vederci. Forse la libertà nasce proprio lì.
Nel momento in cui comprendiamo che non tutte le persone che abbiamo amato erano destinate a camminare con noi. E che continuare a inseguire chi non ci sceglie significa, troppo spesso, smettere di scegliere noi stessi.
Dott. Carlo D'Angelo
concediti il tempo di fare pace con quella parte di te che ti spaventa di più

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Non è facile essere così. Seguo sempre le sensazioni, l'istinto, anche quando qualcosa dentro dice che farà male. Ho un sacco di difetti, ma so dare quintali di rispetto e lo pretendo. Sono sempre leale con le pochissime persone a cui voglio bene. È vero, sono più impegnativa di un pesce rosso, molto più esigente, e parecchio più ironica. Non scelgo la cosa più facile per opportunismo o convenienza, non ho le comode mezze misure. Cerco sempre di imparare dalle persone miglioridi me. Prendo sempre posizione e la difendo. Ho sbagliato più volte e sbaglierò ancora, ho sempre pagato un prezzo. Ma quando mi guardo allo specchio, nel bene e nel male, mi riconosco sempre.
Il dolore della perdita può essere rifiutato, come accade nella negazione maniacale, oppure può dare luogo a un blocco della vita che non riesce a separarsi da ciò che ha perduto, come accade nella reazione melanconica. In questo caso sperimentiamo una presenza che ha assunto le forme estreme dell'assenza… Un'assenza che resta sempre presente e che finisce per ingombrare la nostra vita, per bloccarla, appunto nel rimpianto e nell'auto-colpevolizzazione. Il destino più fecondo di un lutto è invece quello di diventare un lavoro, un lavoro su quello che abbiamo perduto. Un lavoro che assomiglia molto a quello dell'ereditare: portare con noi quello che è già stato, dandogli una forma nuova. È qui che appare il sentimento della nostalgia.
Tratto da "Dal lutto alla vita nuova", intervista con Donatella Ferrario (Jesus, dicembre 2022), ora raccolta in "Lo splendore e la polvere. Interviste e dialoghi" (Feltrinelli Editore, 2026)
🖤💕....
Meriti anche tu un posto da visitare.
.❤️🩹

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"Abbiate il coraggio di guardarci dentro e scegliervi ogni giorno. "
"Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull'orologio."
— Elli Michler
"Più soffri, più è difficile riemergere."
Mi dichiaro colpevole di fidarmi dell’altro
di sognare a voce alta
di cercare la poesia.
Mi dichiaro colpevole
di dire quello che sento
di scommettere sul sentire
di credere nel detto.
Mi dichiaro colpevole
di sentire che è possibile
piangere un’assenza
un incontro.
Mi dichiaro colpevole
di vivere un altro tempo
di fidarmi di un gesto
di insistere per la verità
Mi dichiaro colpevole
Sì.
Mi dichiaro colpevole.
Non me ne pento
📕Araceli Mariel Arreche, poetessa argentina

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Il potenziale creativo non vissuto diventa, per Von Franz (che qui segue direttamente #Jung), materiale d’ombra, non perché sia “cattivo”, ma perché resta inconscio, non integrato, e quindi agisce autonomamente invece che essere disponibile all’Io come funzione cosciente. È il classico meccanismo compensatorio: ciò che non viene vissuto consapevolmente si manifesta comunque, ma in forma distorta e disturbante.
L’implicazione tecnica per l’analista (ed è per questo che lo definisce un tipo di cliente “disagreeable”): il sintomo presentato (l’ansia per la sciocchezza, la passione inspiegabile) non va trattato solo a livello del contenuto manifesto. Il lavoro è riconoscere che c’è una carica energetica in cerca del suo oggetto reale, e la domanda terapeutica diventa: dove dovrebbe davvero andare questa energia? Spesso la soluzione non è “calmare” il sintomo ma aiutare la persona a trovare o riprendere il canale creativo che gli spetta, a quel punto l’intensità smisurata altrove tende a normalizzarsi da sé, perché l’energia ha finalmente trovato il proprio oggetto. #Creatività #psicoterapia #Ombra