Ieri sera mentre mi preparavo ti ho rivisto.
Eri di fianco a me e mettevamo le scarpe insieme, proprio come ci capitava di fare a volte quando eravamo in albergo e guardavo i tuoi piedi che non sembravano tanto più grandi dei miei.
Il mio cuore per un attimo si è scaldato e la tua presenza sottile mi ha fatto compagnia per qualche secondo.
Ti ho rivisto in quel dito ribelle a cui non piacciono tanto i sandali e nella schiena curva che mostravi senza pudore.
No, non te ne sei mai andato.
A volte ho paura di dimenticare la tua risata contagiosa, quella che ti faceva ridere solo per il fatto di poterla sentire, o di non ricordare le tue proverbiali, colorite espressioni che in pubblico ti rendevano il cabarettista perfetto.
Forse un giorno le dimenticherò, ma le tue storie di vita che mi raccontavi, di sera prima di dormire, stretti in quel lettone traballante, quelle no, non le potrò mai cancellare, come quando con voce soffocata dalle risa, proprio tu mi dicevi di non ridere per non svegliare gli altri ospiti dell’hotel.
Non dimenticherò la tenera nostalgia che mi portava ad alzare quella pesante cornetta e a sentirmi grande nel fare il tuo numero e il prepotente “ciao” che dall'altra parte mi salutava ancora prima che uscisse la tua voce.
Allora spero di non poter mai dimenticare quello che per certo hai impresso in me, spero che la vita non mi strappi in futuro il prezioso tesoro dei miei ricordi del nostro amore.
Ti rivedo tra i vestiti eleganti, le tue spalle lisce e accomodanti, i gemelli imponenti della camicia che ti piaceva mettere per uscire, le giacche scure con le toppe e le tante scarpe che indossavi davanti a me, anche solo per vedere come ti stavano.
Ti rivedo nei disegni della mia anima, quando fiero mi mostravi i tuoi progressi al pianoforte. Mi ricordo che nei momenti in cui ti chiedevo di suonarmi qualcosa, tu facevi tante note, una dopo l’altra, per non permettermi di pensare ad altro. Erano indescrivibili, ed era bello vederti pigiare quei tasti senza la paura di sbagliare.
Mi ricordo i tuoi spaghetti alle vongole, buoni come te, il barattolo di vetro delle caramelle e i copribottiglia a barboncino che ti piacevano da sfoggiare sulle bottiglie di vino.
Ero la tua chicca, e mi piaceva sentirtelo dire, era come un ti voglio bene ad ogni minuto.
Un giorno, a fine pranzo, mentre leggevo imbarazzata la poesia che ti avevo scritto per ricordare i nostri giorni migliori, tu mi dicesti che Dio mi aveva dato 'un dono nelle mani'.
Ricordo ancora che le tue parole mi riempirono di un timido orgoglio nel petto, nessuno aveva mai parlato con la tua solennità a quella bambina di trent’anni.
È tanto che sei andato via, ma ecco che ritorni.