L’ultimo ferramenta, credo, non ho immagine di altri luoghi analoghi a cui aggrappare la memoria, almeno non nella mia piccola, un tempo borghese città di provincia. Entro stringendo in pungo, nel fondo della tasca del cappotto, la vite che mi servirà da campione. “Questo, signora, è elettrico, ormai li fanno tutti così, non li possono più fare come il suo, per sicurezza”. La pelliccia della vecchia malcela la sua greve austerità: “Questo mi costerà una fortuna”, sentenzia, cercando gli occhi del commerciante cui rilanciare la sfida. Mi tengo in disparte, pare l’ennesima, stanca replica di una scena ormai consunta. E la Lira che non c’è più, e il costo della vita, raddoppiato, da un giorno all’altro; eccetera. Una breve incertezza della vecchia mi proietta al centro della scena, dove mi invitano gli sguardi dei due protagonisti, simultaneamente voltisi alla mia timida figura. E’ il mio turno e me lo prendo. Il commerciante trova senza esitazione il cassettino alle sue spalle, ne estrae le quattro viti senza interrompere il contatto coi miei occhi, sorridendomi pacifico. Strappa un pezzo del giornale che tiene aperto sul banco, quel giornale che probabilmente fino a qualche minuto prima stava leggendo, o rileggendo, e ci incarta la ferramenta. Ricambio il sorriso con maggior convinzione, aspetto di conoscere il prezzo dei ferri, in disagio prevedendo che mi verrà chiesta una cifra insignificante, umiliante; incapace di restituire il valore della scelta, della forza, della presenza di questo vecchio signore, qui, oggi. Probabilmente, non ne sono sicuro, mentre frugo alla ricerca del soldino sono rosso d’imbarazzo, e forse gli occhi irati mi si velano impercettibilmente. Pago. Faccio per prendere la porta quando il rimprovero bonario del signore mi arresta: “Ehi, ragazzo, lo scontrino”. Lo scontrino, certo. Devo apparire spiazzato ai suoi occhi, eppure la naturalezza del suo gesto non ne risente. Sempre più imbarazzato, ritrovo la maniglia di ottone e ringrazio con una smorfia nervosa, distrattamente. Perché? Forse, semplicemente, una più insignificante utilità rende meno allettante la furbata, e quel signore, quello stesso signore, non esiterebbe a rubare milioni, se ne avesse l’occasione. Ma quel signore non avrà mai quell’occasione, quel signore è lì, in quella bottega, e vende viti da 4 centesimi con la stessa serietà che se dovesse riscrivere le leggi dell’uomo, e con cento volte più dignità, mille volte più integrità di chi davvero decide dei nostri destini, e non onora l'incarico. Mentre la porta si richiude alle mie spalle riesco appena a carpire una battuta della vecchia: “Sì, ventitré euro, non so, devo prima chiedere a mio figlio, nel caso poi me lo potete portare a casa?”.