Piango nella sala d’attesa dell’ospedale perché una dottoressa mi ha detto: ci credo che sei in tensione, forse da tutta la vita. Piango perché mi rendo conto che quello di cui ho avuto bisogno per tanti anni probabilmente era solo essere vista. Che crescendo ho cercato di curare la mia mente senza considerare che forse dovevo curare anche il mio corpo, semplicemente perché nessuno me l’aveva spiegato, e non si può proprio non si può sapere le cose se nessuno te le spiega. Certo si può imparare dall’esperienza e infatti eccomi qua, ad imparare e poi piangere nella sala d’attesa. Penso a tutte le persone che non hanno occasion di avere, crescendo, un’Insegnante. Non un professore con i suoi compiti in classe, ma qualcuno che sia in grado di capire di quale lezione hai bisogno. E sappia proportela con gentilezza e rispetto ma anche con la fermezza dell’autorità, validando il tuo bisogno di imparare e di avere risposte, anche quando non sai che domande fare. E mi rendo conto che io cerco di essere quella persona quando insegno, e anche quando non insegno, forse proprio perché non l’ho avuta. E vengo tacciata di fare “la professoressa” da sempre anche prima di esserlo ma cosa c’è di male, non vedete che è utile? Qualcuno vuole esserlo per me per favore? Qualcuno ogni tanto vuole prendersi la briga di spiegarmi il mondo e me stessa, di prendermi dalle mani il timone e farmi riposare, cristosanto, un secondo, le braccia? Oggi la dottoressa ha fatto questo e io infatti: giù a piangere nella sala d’attesa. Io lo so come si chiama quell’Insegnante che mi manca e che mi è mancato, ma non voglio dirlo perché mi vergogno. Perché so come mai non lo ho avuto, lo capisco, lo rispetto e lo perdono. Io non sarò così, ma lo perdono. E mi rendo conto di essere stata arrabbiata, senza saperlo e per tanto tempo, ma non lo sono più. Sono cresciuta, sono cambiata, ho imparato dall’esperienza e ci ho messo tanto ma sono nuova. Eppure questo non mi impedisce di piangere, nella sala d’attesa.