“I love tremendous and sonorous words. But his words are too hearty to be true. Yet he is by this time convinced of their truth.”
-Virginia Woolf, The Waves
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-Virginia Woolf, The Waves

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Detestabili!
Immagine dal sito AnglicanConnection.
Love and religion! thought Clarissa, going back into the drawing-room, tingling all over. How detestable, how detestable they are! Amore e religione! pensò Clarissa, tornando in salotto, rabbrividendo tutta. Detestabili, quanto sono detestabili!
V. Woolf, Mrs Dalloway, 1925. Online su Gutenberg.
È un fatto
For the truth is [...] that human beings have neither kindness, nor faith, nor charity beyond what serves to increase the pleasure of the moment. La verità è infatti […] che gli esseri umani non possiedono né gentilezza, né fede, né carità al di là di quanto serva ad accrescere il piacere del momento.
V. Woolf, Mrs Dalloway, 1925. Online su Gutenberg.
“Qui a Peur de Virginia Woolf ?” de Mike Nichols (1966) - adapté de la pièce de théâtre éponyme d'Edward Albee (1962) - avec Elizabeth Taylor, Richard Burton, Sandy Dennis et George Segal, mars 2026.
"There are only 2 things — Puritanism and Catholicism. You are one or other. You either believe in the reality of sin or you don't — that is the important moral distinction — not whether you are good or bad. Puritanism does not believe in sin: it merely believes that certain things must not be done." (sic) — Tom's jottings
"I have had a most shameful and distressing interview with poor dear Tom Eliot, who may be called dead to us all from this day forward. He has become Anglo-Catholic, believes in God and immortality, and goes to church. I was really shocked. A corpse would seem to me more credible than he does. I mean, there's something obscene in a living person sitting by the fire and believing in God." — Ginny in a later letter

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Body shaming
Immagine: foto di Alessandrina Vittoria, regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e Imperatrice d'India, ripresa in sella a Flora e in compagnia del 'fido' John Brown, 1863 ca. Scatto di George W. Wilson
Virginia Woolf scrive nel suo diario, in data 27 dicembre 1930:
Q.V. [Queen Victoria] entirely unaesthetic.
Ed è proprio questa citazione che Roland Barthes utilizza come didascalia della foto riportata sopra, pubblicata nel suo La camera chiara. Perché la frase non viene tradotta?, mi sono chiesto. Sono andato a vedere la prima edizione originale francese, per i tipi di Gallimard, del 1980. Anche lì tutte le didascalie sono tratte dal testo stesso del libro, tranne la citazione di Virginia Woolf {fatta in inglese e di cui non viene indicata l'origine...}. Perché? Forse perché avrebbe dovuto essere tradotta nel poco cortese: La Regina Vittoria completamente antiestetica, come ho pensato io, subito, guardando la foto? Nella sua versione dei Diari della Woolf, per Rizzoli, Bianca Tarozzi edulcora (oppure ha ragione?) e traduce:
Q.V. è completamente priva di senso estetico
La Regina aveva buone capacità artistiche, faceva schizzi, disegni (e realizzava incisioni!) che non mi sembra denotassero la mancanza di un senso estetico. QUI. Quanto al suo aspetto fisico, Sua Maestà stessa viene accreditata di una frase che avrebbe rivolto, in età matura, a una delle figlie:
God knows there is nothing to admire in my ugly old person che potremmo tradurre: Dio sa che non c'è niente da ammirare nella mia brutta vecchia persona
E, d'altra parte, alto solo 5 piedi (152 cm.), sovrappeso e dopo 9 gravidanze e quasi 64 anni di regno, il corpo era andato per la sua strada. Comunque sia, a noi, inguaribili romantici, piace ricordarla ancora rosea, sottile, bionda e con gli occhi celesti, com'era da fanciulla.
Alessandrina Vittoria a 14 anni: carnagione chiara, occhi di uno splendido china blu, in un dipinto di George Hayter. Da Wikipedia.
V. Woolf, The diary (Vol. 3, 1925-1930), Harcourt Brace Jovanovich, New York and London, 1980
V. Woolf, Diari. 1925-1930, Milano, Rizzoli, 2012 [Trad. B. Tarozzi]
R. Barthes, La Chambre claire: Note sur la photographie, Paris, Gallimard, 1980
R. Barthes, La camera chiara. Note sulla fotografia, Torino, Einaudi, 1980 [Trad. R. Guideri]
Il calzerotto rossiccio
Il "calzerotto rossiccio" attraversa tutta la Gita al faro di Virginia Woolf: compare già nelle primissime pagine del libro e poi ritorna varie volte: è un regalo che la signora Ramsay lavora ai ferri per farne dono al figlio del guardiano del faro, "un povero ragazzo con una tubercolosi all’anca".
È il simbolo dell'amore e dell'attenzione e della cura che la protagonista dimostra verso gli altri? È un'altra delle azioni in sospeso, parallela alla gita da compiere al faro e che si realizzerà solo anni e anni dopo?
Che curioso scoprire, un paio di sere fa, in un quadro della sorella maggiore di Virginia, Vanessa Bell, l'immagine dell'autrice in una posa familiare e casalinga, seduta in poltrona, intenta proprio a sferruzzare qualcosa di rossiccio!
Immagine: Vanessa Bell: Virginia Woolf, National Portrait Gallery, London. Oil on board, 1912. 400 mm × 340 mm
Nella versione originale del romanzo si parla del "reddish-brown stocking" o anche di "reddish-brown hairy stocking", dove quella 'lanosità' del vello sottolinea tutto il calore che le lunghe calze dovevano fornire a chi le avrebbe indossate.
Lo "stocking" diventa calzerotto nella traduzione di Nadia Fusini per Feltrinelli (1992) e in quella di Anna Nadotti per Einaudi (2014), in altre traduzioni si perde, trasformandosi anche in un calzettone. Eppure, la prima volta che l'ho letta, quella parola, mi ha fatto subito venire in mente mia nonna che, col suo "giro di ferri", ne lavorava uno, di calzerotti di lana, per mio nonno.
Il vecchio vocabolario del Tommaseo riporta:
Calzerotto: "Calza grossa" "di lana e ordinaria" : "o si sovrappone alle calze per tener caldo, o per uso di caccia; ovvero fa le veci di calza sotto gli stivali, e passa di poco la noce del piede" [E precisa che: "il destinato a quest'ultimo uso ora nelle città dicesi piuttosto calzino".]
Il Vocabolario Treccani online riporta:
calzeròtto s. m. [der. di calza]. – Calza corta e grossa, per lo più di lana; ovvero piccola calza, generalm. di lana e lavorata a maglia, usata per coprire il piede del bambino fin poco al di sopra della caviglia. calzettóne s. m. [accr. di calza, calzetta]. – Calza pesante, lunga fin sotto il ginocchio, spesso a disegni e colori vivaci, per lo più d’uso sportivo.
Dal Grande Dizionario della lingua italiana (aka: il Battaglia) online:
Calzeròtto, sm. Calza (generalmente di lana e di fattura dozzinale) che giunge fino allo stinco e che spesso si infila sopra a un’altra calza più lunga per tenere il piede più caldo; calzino.
E ancora dal Vocabolario Treccani online:
stinco s. m. [dal germ. *skinko (cfr. il ted. Schinken «prosciutto»)] (pl. -chi). – 1. Nell’uso com., la tibia e, per estens., la parte di gamba compresa fra il ginocchio e la caviglia.
V. Woolf, To the Lighthouse [1927]. Scaricabile dal dipartimento di Inglese dell'Università della Pennsylvania, QUI.