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Un dossier di Valori.it racconta dello sbarco in Italia delle multinazionali dell'accoglienza e di come alla radice degli scandali che hanno colpito la gestione di alcuni centri di accoglienza ci siano meccanismi di assegnazione degli appalti poco trasparenti. Il Decreto Sicurezza non tocca questo problema ma anzi smantella quel che funzionava e prepara il terreno ai grandi gruppi for profit.Secondo il periodico Valori alcune multinazionali si preparano a sbarcare in Italia per gestire l'accoglienza. Un regalo del Decreto Sicurezza
Il business dell’accoglienza non è quel di cui hanno parlato per anni alcuni esponenti politici che oggi fanno parte della maggioranza di governo. Non esattamente. O meglio, con il passare dei mesi scopriamo che fare affari sulla pelle dei migranti, a prescindere da quanto questi siano accolti in maniera dignitosa, potrebbe poi non essere qualcosa di riprovevole per il governo in carica. Partiamo da lontano e poi scopriamo perché.
Nel 1979, negli Stati Uniti, una legge legalizzò la possibilità di affidare le carceri in appalto a privati. Il primo Stato ad approfittarne fu il Texas nel 1989, gli Stati che avevano approvato una qualche forma di privatizzazione erano trenta e i detenuti rinchiusi in carceri private erano diventati 140mila. Gli ultimi dati disponibili sul sito del Bureau of Justice statistics indicano come nel 2011 le persone rinchiuse in carceri private fossero l’8,2% del totale del quasi milione e seicentomila detenuti negli Stati Uniti contro il 7,9 dell’anno precedente – 6,7% del totale dei carcerati statali e 18% di quelli federali. Negli Usa le carceri private ha significato cosi più alti, condizioni di detenzione peggiori e anche tassi di incarcerazione più alti – per delle ragioni collegate direttamente al sistema degli appalti. Ma fermiamoci qua, che quello degli Stati Uniti è solo un esempio e qui parliamo di Italia ed Europa.
Cosa c’entra tutto questo con l’Italia, l’immigrazione e il razzismo? Semplice: la nuova concezione del sistema di accoglienza delle persone che chiedono asilo nel nostro Paese, quelle in attesa di sapere che destino avranno, quelle in attesa di essere identificate (e così via) sembra richiamare il sistema di detenzione privato americano, appaltato a soggetti privati. Questo almeno è quanto spiega bene un dossier pubblicato dal periodico Valori nel quale si racconta della potenziale cessione a multinazionali del sistema di accoglienza. Spieghiamo citando Valori:
Il giro di vite governativo sul sistema di accoglienza di migranti, rifugiati e richiedenti asilo imposto dal Decreto Sicurezza ha già prodotto un sicuro vincitore: il gruppo privato elvetico ORS. La società, controllata dal private equity londinese Equistone Partners, gestisce da anni decine di centri per migranti in Svizzera, Austria e Germania e il 22 agosto scorso ha annunciato ufficialmente il suo arrivo in Italia. Il contesto legale plasmato da Matteo Salvini non potrebbe essere più favorevole. Il drastico ridimensionamento del sistema Sprar in favore dei CAS, gestiti dai privati, rappresenta un’occasione troppo ghiotta. Grandi centri di massa, improntati al risparmio (almeno in apparenza) e orientati al profitto.
La società lavora in Austria, dove però il governo in carica sta pensando di riassumere in house il sistema di accoglienza per due ragioni: appaltare fa diminuire i costi per persona ma fa crescere quelli complessivi e l’accoglienza è di pessimo livello. I centri gestiti da ORS sono infatti spesso sovraffollati e in un caso questo ha portato a una denuncia da parte di Amnesty International. Nel 2015 a Traiskirchen, centro pensato per 1800 persone, ne dormivano 4500, alcuni all’aperto. In Germania e Norvegia operano invece la Homecare e la Hero Norge AS, che a loro volta hanno visto calare i profitti (per ragioni collegate alla chiusura della rotta balcanica) e che neppure sono nuove a scandali. Ospiti della Homecare sono morti durante risse e altri hanno denunciato maltrattamenti. Trentuno dipendenti sono sotto processo in Renania.
Il modello, insomma, non è dei migliori. Anzi: non c’è luogo del pianeta dove la privatizzazione del sistema carcerario o di accoglienza abbia generato risparmi o una maggiore qualità del servizio. Di solito, vale negli Stati Uniti come in Austria, succede che queste società abbiano una grande capacità di condizionare le scelte politiche. Negli Stati Uniti investendo pesantemente in lobbying, in Austria offrendo lavoro ad ex politici dei partiti di governo.
Torniamo all’Italia. Perché Valori avverte del pericolo che sistemi come quello austriaco vengano adottati da noi? In parte abbiamo risposto con la citazione qui sopra: la ORS ha aperto una sede legale nel nostro Paese. E la ragione risiede nella riorganizzazione del sistema di accoglienza voluta dal governo. La chiusura dei CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) come Castelnuovo di Porto e l’abolizione del permesso di protezione umanitaria, che ha generato (e genererà) l’espulsione dalle strutture di accoglienza di migliaia di persone non è frutto della voglia di migliorare i servizi o di colpire quello che viene definito “il business dei rifugiati”. Probabilmente una parte degli ospiti dei CARA che ne hanno titolo verranno inviati negli Sprar che nel frattempo vengono svuotati da chi, grazie al Decreto sicurezza, non ha più le carte in regola per risiedervi.
Obbiettivo del Decreto sicurezza è quello di avere dei centri grandi, non pensati per l’integrazione e l’accoglienza ma semplicemente come parcheggi di persone che sono in attesa di conoscere il loro destino. Che, nella mente di chi ha concepito le nuove leggi, sono per la maggior parte dei millantatori che dicono di aver diritto allo status di rifugiato pur essendo migranti economici. La conseguenza è che questi non necessitano di servizi volti a facilitare l’inclusione sociale, perché nella maggior parte finiranno con l’essere espulsi. Falso, ma utile a distruggere un sistema di accoglienza diffusa, quello degli Sprar, che stava lentamente cominciando a funzionare. I nuovi centri saranno quindi, leggiamo ancora sul dossier di Valori (e abbiamo scritto varie volte anche noi):
Più grandi, senza gare pubbliche e con un sistema che, pur avendo costi medi inferiori, farà spendere di più allo Stato. E per i migranti non ci sarà alcun obiettivo di integrazione e un destino certo di emarginazione sociale. Saranno così i centri di “accoglienza” versione Salvini: il ministro degli Interni punta a renderli sempre più simili a strutture di detenzione. Ma il nuovo sistema costerà meno alle casse pubbliche? Basta leggere i numeri ufficiali per dire di no. Nelle strutture del Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati (il cosiddetto SPRAR), mediamente, un migrante costa circa 6.300 euro per i 6 mesi in cui mediamente resta in uno SPRAR. In un Centro di Accoglienza Straordinaria (i cosiddetti CAS) da 10 a 14mila. A rivelarlo sono i documenti ufficiali depositati dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) alla commissione Affari Costituzionali della Camera.
Con la possibile gestione dell’accoglienza da parte dei grandi privati il business dell’accoglienza è dunque destinato a crescere, non a diminuire. Non solo, gli scandali che in questi anni hanno investito le organizzazioni che gestivano i centri, svelando corruzione e cattivi servizi, sono in buona parte colpa dello Stato. Perché? Perché spesso le assegnazioni sono state fatte ad affidamento diretto, senza gara, e perché le prefetture non facevano controlli. Non solo: i tempi di permanenza dovuti ai tempi lunghi di esame delle domande di asilo, ha reso più lunga la permanenza nei centri dei richiedenti asilo e, di conseguenza, fa crescere i costi. Anche da questo punto di vista, insomma, il Decreto sicurezza non è buono. Non per i migranti e i richiedenti asilo, non per i diritti umani e neppure per le casse pubbliche e la lotta alla corruzione.
Accoglienza: una soluzione “democratica”
(Irpinia e migranti: la proposta)
Quanto fino a ieri potevamo considerare “emergenza”, oggi è, più semplicemente, una situazione strutturale dell’Europa e, in virtù della sua posizione geografica, in particolare dell’Italia.
Attualmente risulta indispensabile operare un cambio di paradigma nel sistema di “accoglienza”. I modelli messi in atto finora, hanno risposto, soprattutto, a logiche transitorie e limitate nel tempo che non considerano i flussi migratori come un elemento antropologico e sociale della contemporaneità. Tale visione ha portato a gestire l’accoglienza attraverso lo strumento dei “Centri di Accoglienza Straordinari - C.A.S.” che, considerato il loro modello di riferimento, presentano spesso una carenza nella gestione dei servizi offerti e dei percorsi di integrazione/assistenza. I C.A.S , non sono espressione diretta delle politiche sociali di una comunità ma si collocano nella gestione “privata”, tra Prefettura e cooperative che gestiscono i servizi. Inevitabilmente, questo può creare attriti sociali nei Comuni che ospitano le strutture, alimentando quei fenomeni di xenofobia che, poi, vengono amplificati da alcune forze politiche. I tanti casi di cronaca ne sono un esempio.
A differenza del modello C.A.S., caratterizzato dallo “scollamento” tra la gestione delle scelte ed il territorio in cui vengono calate, esiste, dal 2001, il “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati – S.P.R.A.R.”, caratterizzato dalle possibilità di protagonismo dei Comuni o delle loro reti nella progettazione, realizzazione e gestione di progetti di accoglienza integrata finanziabili con le risorse del Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. Questo sistema che pone i Comuni in prima linea e instaura un rapporto diretto tra questi e il ministero, creano un sistema di accoglienza di secondo livello, ben diverso dal primo e potenzialmente più virtuoso.
Lo S.P.R.A.R., per sua natura gestionale, è obbligato a un sistema di monitoraggio economico e di integrazione sociale molto rigido, il che porta la qualità dei servizi offerti ad uno standard molto elevato.
Il modello S.P.R.A.R., infatti, si realizza attraverso progetti della durata massima di 3 anni, presentati direttamente dai Comuni al Ministero degli Interni, dimensionati per un’accoglienza massima pari al 2,5x1000 dei residenti, gestibili a livello territoriale dagli enti locali, anche con il supporto (non con la delega) delle realtà del terzo settore, per garantire interventi concreti e costruttivi di “accoglienza integrata” che vadano oltre la sola distribuzione di vitto e alloggio e guidino i processi di integrazione attraverso servizi di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. Attraverso gli S.P.R.A.R. , infatti, i Comuni possono
garantire i servizi fondamentali quali: supporto psicologico, assistenza legale, integrazione, corsi di alfabetizzazione, tirocini lavorativi, tutti fattori funzionali alla creazione di basi solide che permettano agli ospiti di inserirsi nel tessuto sociale ed economico;
adattare e contenere le dimensioni dell'accoglienza alle caratteristiche dei territori. Infatti, i centri S.P.R.A.R. hanno dimensioni definite, sono ideati e attuati a livello locale, con la diretta partecipazione degli attori presenti sul territorio che contribuiscono a costruire e a rafforzare una cultura dell’accoglienza presso le comunità cittadine e favoriscono la continuità dei percorsi di inserimento socio-economico dei beneficia;
dare ai percorsi di accoglienza una scadenza naturale. Gli ospiti quando si vedono riconosciuto uno status di protezione lasciano il centro che li ospita e possono a secondo del tipo di status ricevuto muoversi sul territorio nazionale o Europeo;
migliorare la qualità dei servizi attraverso meccanismi di trasparenza amministrativa e di monitoraggio efficaci (clausola di salvaguardia);
investire sul lavoro, valorizzando le forze produttive del territorio e mettendo i centri per l’impiego nelle condizioni di erogare con efficacia servizi di formazione e avviamento lavorativo attraverso appositi sportelli per l’integrazione da finanziare, a livello nazionale e regionale, ricorrendo ai fondi europei;
evitare l’apertura di altri centri di accoglienza da parte della Prefettura sul territorio comunale, se il numero di ospiti dello S.P.R.A.R. è equilibrato rispetto alla popolazione
Per quanto esposto e per le analisi pubblicate sul blog Vertenze ambientali,
Chi ha girato l’Africa
Le invasioni percepite
SPRAR: l’accoglienza ”altra”
i sottoscritti, ritengono fondamentale che il Partito Democratico in Irpinia, attraverso i suoi Circoli e i suoi amministratori, si faccia carico di rispondere all'emergenza “percepita” con strumenti di politica organica, facendosi testimone della possibilità di riformare il carente sistema di accoglienza in provincia di Avellino e promuovendo nelle amministrazioni comunali e/o loro reti, la presentazione di “progetti S.P.R.A.R.”.
Alfonso Bruno - segretario PD Circolo di Contrada
Salvatore Casale - iscritto PD (dott. in psicologia)
Alessandro Ciasullo - consigliere comunale Ariano Irpino
Virginio D’Adamo - segretario Circolo PD Gesualdo
Sabatina D’Avanzo - segretario PD Circolo Baiano
Anna Dello Buono - reggente Circolo PD Montella
Antonio De Feo - segretario Circolo PD di Serino
Marisa Di Cicilia - segretario Circolo PD Flumeri
Giuseppina Di Crescenzo - iscritta PD (componente camera penale)
Antonio Fieramosca - consigliere comunale San Michele di Serino
Maria Teresa Filippone - consigliere comunale Paternopoli
Paola Gerola - iscritta PD (operatore associazioni)
Giuseppe Iuliano - segretario Circolo PD San Michele di Serino
Claudio Mazzone - segretario Circolo PD Senerchia
Mario Pagliaro - iscritto PD (blog Vertenze ambientale)
Salvatore Petito - segretario Circolo PD Santa Lucia di Serino
Armando Sturchio - segretario Circolo PD Caposele
Le ipotesi contenute nel decreto del governo in materia di immigrazione cancellano la protezione umanitaria, rivedono in maniera restrittiva la norma sulla cittadinanza italiana e peggiorano l'accoglienza dei richiedenti asilo
L’ipotesi di Decreto Salvini in materia di immigrazione e asilo, un testo che andrebbe a modificare la legge 286/98, che circola da qualche giorno e ha come obiettivo quello di modificare in maniera restrittiva la normativa in materia di immigrazione, non si trova in buone acque. Si tratta di un testo pessimo e prima di vedere perché potrebbe non vedere la luce, sarà bene capire cosa contiene.
La prima modifica sostanziale riguarda l’abolizione di fatto della protezione umanitaria: questo tipo di permesso di soggiorno si concede a chi, pur non avendo diritto a essere riconosciuto come rifugiato presenti “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”, oppure nel caso di persone fuggite da conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità. La nuova norma prevede l’abolizione della protezione umanitaria, che in varie forme esiste in numerosi Paesi europei, una serie di “casi speciali” e concede il permesso per ragioni sanitarie: se la persona è malata e può provarlo e il suo trasferimento mette a rischio la sua salute, allora avrà diritto a un permesso di un anno rinnovabile. Si badi, il permesso per cure esiste già e ai “casi speciali” oggi viene concesso un permesso di due anni.
La giustificazione dell’abolizione di questo tipo di protezione risiede nell’idea che i permessi concessi siano troppi. La verità è che tra le prime quattro nazionalità, per citare quelle, come ha notato su Twitter Matteo Villa dell’Ispi, a cui il titolo viene riconosciuto, ci sono Nigeria, Gambia e Pakistan, Paesi dove alcuni segmenti della popolazione (o tutti nel caso del Gambia fino all’inizio dell’anno) sono a rischio persecuzione o conflitti armati non ufficiali. L’altra verità è che non concedere alcun permesso alle persone che lo richiedono significa semplicemente alimentare il numero di persone straniere che si troveranno nel nostro paese senza un titolo di soggiorno. In assenza di accordi con i Paesi di provenienza, infatti, le persone non possono essere rimpatriate e rimarranno in Italia ma prive di diritti e invisibili. Il testo prevede poi l’introduzione di un permesso premiale: se hai fatto qualcosa di eroico, allora, ti concediamo un permesso e ti concediamo persino di cercare lavoro. Ma solo se ti comporti da eroe.
L’ipotesi di decreto riorganizza anche il sistema di accoglienza e raddoppia i tempi di permanenza (da 90 a 180 giorni) nei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) prevedendo che le autorità di polizia possano trattenere le persone in attesa di essere espulse in “strutture diverse e idonee nella disponibilità delle autorità di pubblica sicurezza”. La detenzione per chi non ha commesso reati, insomma, si allunga. E le risorse destinate all’orientamento degli stranieri nella difficile navigazione nel sistema legale e burocratico italiano vengono trasferite al fondo per i rimpatri. La logica è quella della chiusura. Ma non c’è da stupirsene. Il riordino dell’accoglienza implica un ridimensionamento dello Sprar – il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati – che gestisce i progetti locali di accoglienza ed è il migliore strumento in essere per favorire l’inserimento sociale e la partecipazione dei richiedenti asilo alla vita civile. Nei progetti Sprar potranno essere accolti solo coloro che sono già titolari di protezione o i minori non accompagnati.
Un altro aspetto grave riguarda sia la revoca della protezione: il testo amplia le ipotesi di reato che possono causarla. Peccato che nell’elenco dei reati ci siano anche la resistenza a pubblico ufficiale, la detenzione e lo spaccio di stupefacenti (non viene naturalmente specificato quali, né in che misura) o il furto. Nel primo caso il reato può essere dovuto a situazioni di stress emotivo, scarsa comprensione della situazione e molto altro. Nei casi successivi, invece, la modalità con cui si viola la legge varia moltissimo: se ho in tasca delle droghe leggere o se viaggio in treno con un chilo di eroina, sto facendo due cose molto diverse tra loro.
L’ipotesi di decreto interviene anche sulla legge 91/1992 che regola la cittadinanza: raddoppio dei tempi massimi di attesa dalla presentazione dell’istanza da due anni a quattro. Non solo, chi chiede la cittadinanza italiana non deve avere a proprio carico “o dei familiari o conviventi” provvedimenti di pubblica sicurezza, giudiziari o di condanna “anche non definitiva”. Si introduce dunque una normativa per cui la responsabilità penale non è individuale – se tuo fratello o il tuo compagno/a ha rubato in un supermercato, tu non hai diritto a divenire cittadino – e una condanna in primo grado diventa di fatto definitiva: se tuo fratello è stato condannato in primo grado ma ha presentato appello, tu non hai diritto a diventare cittadino. Sono previsti limiti anche alla concessione della cittadinanza ai discendenti di italiani: in caso di approvazione del testo Salvini, varrebbe solo la linea diretta (padre, madre, nonni, ecc.). Aumentano anche le possibilità di revoca della cittadinanza: il numero di reati commessi che la farebbe perdere cresce non poco.
Fin qui l’analisi del testo che ha come finalità quella di rendere più difficile, faticoso, lento l’iter di riconoscimento dello status giuridico di una persona che giunta in Italia richieda una forma di protezione.
La parte politica riguarda invece le tensioni nella maggioranza: il Movimento 5 Stelle sembra frenare sul decreto per ragioni che non riguardano necessariamente i suoi contenuti. Il braccio di ferro sulla manovra economica (reddito di cittadinanza contro flat tax e così via) e il rilancio del centrodestra in vista delle amministrative battezzato dall’incontro a tre Berlusconi-Salvini-Meloni stanno provocando tensioni. Dare a Salvini anche una misura “anti-immigrazione” da appuntarsi come una medaglia, al M5S proprio non conviene. Ma il ministro degli Interni ha fretta e vuole fare approvare il decreto con carattere di urgenza dal prossimo Consiglio dei ministri.
Sulla vicenda vigila il Presidente Mattarella: diversi giuristi e operatori del settore hanno scritto e commentato in questi giorni che l’ipotesi di decreto ha caratteri di incostituzionalità. E il Presidente della Repubblica, scrivono diversi giornali, ha reso note le sue perplessità. Sarà forse lui, in qualità di custode e garante della Costituzione, ad evitare che un pessimo testo diventi legge dello Stato. O almeno a costringere il governo a rivederne gli aspetti peggiori.

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SPRAR: l’accoglienza “altra”
(Irpinia e migranti: 3° parte)
di Paola Gerola
Sara, è una mediatrice culturale ed opera da anni in uno degli Sprar di Venezia, abbiamo voluto riportare la sua esperienza perchè racconta di un modello di gestione dell’accoglienza possibile e molto diverso dagli standard che l’immaginario collettivo delle nostre comunità ha stratificato ma, sopratutto perché offre un modello politico concreto di gestione di una “non emergenza”.
Che cos’è lo S.P.R.A.R. - Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati” e chi sono gli attori coinvolti?
Lo SPRAR è un sistema che esiste dal 2001 da quando il Ministero dell’Interno Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, l’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) e l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR) siglarono un protocollo d’intesa per la realizzazione di un “Programma nazionale asilo”. Nasceva, così, il primo sistema pubblico per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, diffuso su tutto il territorio italiano, con il coinvolgimento delle istituzioni centrali e locali dove i Comuni erano in prima fila con il coinvolgimento di tutte le figure della cooperazione sociale di un determinato territorio. Il sistema SPRAR ha funzionato e funziona ma negli ultimi anni l’immigrazione verso il nostro paese è aumentata per motivi legati a guerre e crisi economica e quindi sono nate operazioni come “Emergenza Nord-Africa” e dopo “Mare Nostrum” che nascono con gli stessi intenti dello SPRAR ma che viene gestita non più dai Comuni ma dalle Prefetture. Bisogna aggiungere che l’aumento dei migranti è stata un movimento lento e si percepiva già negli ultimi 6 anni ma la politica ha preferito chiudere gli occhi e gestire l’emergenza profughi in altro modo. Inoltre non tutti i migranti sono rifugiati, molti scappano da guerre oppure alla ricerca di una vita migliore. L’Italia politica ha sempre una memoria corta, ricordiamoci la guerra in Kosovo come è stata diversamente gestita dal nostro paese ma anche dall’Europa stessa e chiediamoci perché per la Siria non è avvenuto lo stesso.
Come funziona il riconoscimento di rifugiato in Italia. E’ vero che in Italia ci vogliono più di due anni, mentre negli altri paesi Europei i tempi variano da 6 mesi a 1 anno?
Il migrante appena arriva in Italia chiede lo status di rifugiato e nell'attesa di essere ascoltato davanti ad una commissione è ospite di uno centro di accoglienza. I tempi variano da sei mesi ad un anno ma con l’aumento dei migranti i tempi si sono allungati. Qui, in Veneto, hanno istituito ulteriori commissioni per snellire i tempi. Il migrante racconterà la sua storia davanti ad una commissione la quale valuterà se esistono i requisiti per lo status di rifugiato oppure qualche altro tipo di permesso di soggiorno. Sono delle vere e proprie interrogazioni dove l’aspirante rifugiato deve preoccuparsi di procurare tutta la documentazione possibile per certificare la veridicità del suo racconto. Se ottiene un permesso di soggiorno il migrante esce automaticamente dallo SPRAR ma se ottiene un diniego, cosa molto probabile, può fare ricorso e quindi sarà affiancato da un avvocato e quindi riascoltato dalla commissione e i tempi si allungano. I due anni, quindi, avvengono solo se c’è un diniego e finché l’iter non finisce il richiedente è sempre ospite di una struttura Sprar.
Lo SPRAR è veramente lo strumento più efficace per l’accoglienza?
Sicuramente si, per una serie di motivi fondamentali. E’ uno strumento che esiste da quasi venti anni e poi è il Comune che guida il progetto. Il motivo fondamentale è che i progetti SPRAR vengano applicati in centri piccoli (20 massimo 50 accolti) perché la gestione sia efficiente, non è possibile riuscire a controllare 100-150 (addirittura 1000) persone, è normale che poi succedono incidenti e problemi. E’ auspicabile che ogni operatore si occupi di 5-6 migranti al massimo perché è necessario accompagnarli in un processo d’integrazione.
Cosa fate di preciso?
Lo SPRAR prende in carico il migrante in tutte le sue attività. Il servizio sanitario quindi controlli medici e vaccinazioni sempre insieme all'azienda sanitaria locale e poi la scelta del medico di base. I corsi d’italiano è la priorità e poi il lavoro. Si ascolta il migrante per conoscere la sua storia ma anche le sue attitudini lavorative e qui si prevedono corsi di formazione lavoro. E poi il sostegno psicologico, ricordiamoci che queste persone affrontano viaggi pieni di pericoli. La nostra cooperativa è in continuo contatto collaborativo con istituto alberghieri per corsi di addetto ai piani, cameriere di sala, cuoco. L’ospite dopo il corso può fare uno stage presso qualche struttura. Così anche per i corsi di cucito, una ragazza nigeriana che abbiamo accolto oggi lavora nella migliore sartoria di costumi di Venezia. E poi ci sono le famiglie e quindi bambini da iscrivere a scuola e non nascondo le difficoltà di mediazione con i professori. E’ un lavoro faticoso il nostro, è un continuo mediare ma è avere la possibilità di viaggiare senza partire, conoscere il mondo attraverso le persone è veramente una bellissima esperienza. Sono tutte persone che si mettono in gioco, volenterose e soprattutto desiderose di “fare qualcosa”, infatti è fondamentale tenerle occupate perché la maggior parte di loro, soprattutto chi è stato prigioniero in Libia, hanno delle storie terribili alle spalle, e più sono occupati meno tempo hanno per pensarci, pensare distrugge l’anima, non ti nascondo che alcuni dei nostri assistiti sono stati seguiti dai servizi di igiene mentale sempre con ottimi risultati. L’ospite ha bisogno di essere accolto e insieme a lui iniziare un percorso che lo porta ad integrarsi in una nuova cultura.
Quindi con questi progetti cambia la forma di “assistenzialismo”?
La parola “assistenzialismo” dovrebbe essere abolita dal vocabolario della cooperazione sociale. La parola assistenzialismo va a braccetto con dipendenza e qui dobbiamo rendere le persone capaci di camminare con le loro gambe ed essere visti come delle risorse economiche. L’obiettivo è quello di renderli autonomi, anche nelle piccole cose quotidiane. E’ vero, c’è sempre il pocket money settimanale, che generalmente loro inviano a casa, ma noi diamo loro anche i soldi previsti per il vitto: loro fanno la spesa e cucinano, inoltre con il cibo si possono creare momenti di integrazione piacevoli sia tra di loro di diverse nazionalità sia con noi italiani, per esempio i nostri volontari hanno insegnato loro a fare la pizza e si è creata la “giornata pizza” alla quale nessuno mancava! Qualunque attività volta all'integrazione è sempre ben accetta da tutti. Ed è qui che deve avvenire il cambiamento. L’immigrato è una risorsa per i nostri territori e loro potrebbero “servire” a noi per non rimanere ripiegati su noi stessi. Come operatore Sprar non ho mai incontrato nessun radicale dell’Islam anzi ho incontrato donne e uomini curiosi di conoscere e alcune volte ci prendevamo anche in giro sulle nostre rispettive religioni.
Ma tutte queste spese: corsi, vitto, alloggio, sanità…chi le sostiene?
C’è un vero e proprio manuale di rendicontazione SPRAR con i capitoli di spesa relativi al progetto. Registro generale delle spese, prospetto analitico finale delle spese sostenute suddivise per codice; registro delle presenze dei beneficiari; dettaglio riepilogativo dei costi del personale subordinato o parasubordinato, sono solo alcuni dei documenti richiesti. L’ente capofila, solitamente il comune, deve monitorare e rendicontare al Ministero dell’interno secondo i criteri indicati nel manuale. Il Ministero a sua volta utilizza il Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo, gestito anche con fondi Europei e fondi dell’UNHCR. Non si scappa e non è possibile “nascondere”, per questo molti ancora preferiscono il sistema “emergenza”.
Quindi la soluzione è piccoli numeri e personale preparato?
Sicuramente sì. Il settore immigrazione potrebbe dare lavoro a noi italiani e vorrei concludere dicendo che l’immigrato ci pone davanti ogni giorno un quesito “Sono io un buon cittadino?”. Insomma è l’ora di smetterla di dare la colpa dei nostri problemi all'immigrato perché il desiderio dell’immigrato è di dare meno fastidio possibile. Esiste un’ignoranza dilagante e quindi ben venga l’integrazione perché conoscere allarga i confini della nostra mente. Serve un cambiamento ma cambiare per noi italiani non è facile anche se di questa parola ci riempiamo solo la bocca e le mani e la mente rimangono nelle tasche a contare i soldi oppure per postare l’ultima bufala sui social network. Il problema non è l’immigrato ma l’italiano mi verrebbe da dire.
Nazisti, fascisti e bombe. In Italia.
Presentato a Roma il film-documentario sullo Sprar sangiorgese PORTO SAN GIORGIO - La sala Nilde Iotti della Camera dei Deputati ha visto martedì scorso la proiezione di alcuni episodi del film-documentario “Paese Nostro”, che racconta il mondo dell’accoglienza attraverso l’attività di sei progetti Sprar, tra cui quello di Porto San Giorgio, unico nella Regione Marche ad essere rivolto a richiedenti asilo e rifugiati con problematiche di disagio mentale.