Doccia. Denti. Colluttorio. Deodorante. Profumo. Vado allo stadio dopo due anni e sembra che debba uscire con una qualche fighetta. Perdo anche del tempo a scegliere la maglietta, che mi accorgerò poi avere un fiero pataccone d’unto giusto sotto il colletto. Non che nel tripudio di acrilico, sigarette e terrore qualcuno ci abbia fatto caso.
Posteggio la Vespa praticamente dentro un portone e inizio a sentire dei rimescolamenti di stomaco. Non mi è ben chiaro se è il caffé o la tensione pre-partita, comunque entro nella pancia del Ferraris (erano anni che sognavo di scrivere “entro nella pancia del Ferraris”) corrucciando la fronte con una certa preoccupazione.
Mi siedo giusto in tempo per “gustarmi” l’ingresso di tre tizi vestiti con copricapi e mantelli di pseudovelluto. Lo speaker bercia qualcosa sulla tradizione inglese del Genoa e sull’importanza delle bandiere che i tre si tirano dietro. Parte un’aria di una qualche opera a volume terrificante. Mi piacerebbe dire che la tradizione e l’emozione commuovono me e il pubblico intero, ma gli sbandieratori sono così sfigati che non sbandierano nemmeno e il tutto sembra solo una triste americanata. Probabilmente anche chi l’ha organizzata la pensava così, perché ai tre vellutati manda dietro i jeans e le scarpe da ginnastica di Marco Rossi. L’applauso diventa immediatamente più convito e i vessilliferi possono impettirsi orgogliosi nel pensiero di quando racconteranno ai loro nipoti come è bello quanto tutto lo stadio ti applaude.
Poi inizia la partita. Mentre sto ancora cercando di capire se Tomovic è in campo o in panchina e se noi siamo davvero in 10 (belle le presentazioni fighette con Power Point, però dai, le formazioni datele giuste), la Fiorentina riesce a sbagliare due goal di quelli che se li sbagli con gli amici a San Desiderio vieni crocefisso per i successivi dodici mesi almeno.
Vicino a me si dice che è un momento delicato della stagione. Io mi pento già d’essermi ri-infilato in questo calvario.
Il Genoa però reagisce d’orgoglio e. No, aspetta. Siamo due a zero sotto. Ma cosa? Come? Aspetta. Un passo indietro.
Liverani, con la sagacia tattica di oh guarda che a Football Manager è fortissimo anche li, schiera Santana dietro le punte e chiede alla squadra di pressare alta. Antonelli e Sampirisi eseguono prontamente, correndo forte fino a metà campo, per poi correre forte a tamponare i buchi che hanno lasciato. A centrocampo siamo tre contro cinque e pure li corriamo fortissimo (Biondini quantomeno) da una parte all’altra dal campo senza un senso alcuno. Di fronte a tutte questo correre il violavestito Valerio Boria rende merito al suo nome e fa girare con spocchia il pallone, Gomez è troppo alto per non essere un prodotto dell’ingegneria genetica nazista e Rossi giocherebbe nel Barcellona se non si fosse fratturato qualunque cosa. Insomma, loro sono decisamente più forti e noi non ci capiamo un cazzo. Il primo inevitabile goal ce lo fa di testa da un tizio inginocchiato in mezzo all’area. Inginocchiato. Complice anche un Perin con la vista oscurata dalla poderosa ciuffa, dopo un quarto d’ora ne abbiam già presi due. Il terzo invece arriva un po’ più in la, con Gomez che anticipa con irrisoria facilità portiere e difensori sul primo palo.
Il primo tempo finisce con Santana che si guarda in giro disperato cercando una linea laterale lungo cui deambulare (correre sarebbe troppo generoso).
Nel secondo tempo Liverani, folgorato da quello alto degli altri che ci da sempre e oh, parla pure tedesco, decide di levare dal campo l’omonimo del chitarrista preferito da vostra mamma e di piazzare Kucka dietro le punte. Il piano, che dura forse cinque minuti, è di tirargli fortissimo la palla addosso sperando che rimbalzi giusta. Esaltato dall’intuizione geniale il pubblico si riscalda, Matuzalem si esalta e Gilardino ci fa saltare in aria con un gran goal.
Siamo sotto solamente di due goal e c’è praticamente un tempo intero da giocare. Mi giro verso un vicino a caso e ci facciamo quello sguardo convinto del sono cotti, ora gliene facciamo sette. Quando il mio sguardo torna vero il campo, Sampirisi sta cercando di far scattare quell’infamata nota come trappola del fuorigioco. Manfredini, che queste brutte cose non le fa, urla uno stentoreo col cazzo e corre verso la nostra porta. Il Valerio Boria guarda la scena, sogghigna e, pelato come non mai, lancia Acquilani sulla fascia con uno stronzissimo tocchetto. Mettere la palla in mezzo per un solissimo Rossi è poco più che una formalità .
E’ passato meno di un minuto dagli sguardi convinti e siamo di nuovo tre goal dietro.
La partita è finita. Gilardino si batte come un Carparelli e ci regala una illusione che non illude nessuno con il rigore che si procura e che Lodi segna. La Nord canta forte. Konatè si chiama Moussa, ma nessuno se accorge.
In coda Gomez segna il 5 a 2 e, pietoso come solo un vero tedesco alla dodicesima birra sa essere pietoso, prende la palla. L’ha portata lui e decide lui quando si va a casa. Basta umiliare questi poverini. Ma noi non ci stiamo. Come si permette quel villano di interrompere il nostro luculliano banchetto di sofferenza e disgusto? Una pioggia di insulti spegne gli ultimi fuochi della partita, trasformando la nostra incazzatura in un torrente di mestizia.
Konaté mi sembra non capirci una mazza. Fisicamente è un mostro, ma non ha idea di cosa fare quando è in campo. Non è mai venuto incontro alla palla. Non è mai andato in profondità . L’è giovane e può migliorare, ma dubito possa servire a qualcosa nel breve.
Se vedo ancora Kucka in campo in queste condizioni (non corre, è sempre nel posto sbagliato, non ha fatto un passaggio nei piedi dei nostri che sia uno) mi do al calcio professionistico.