Sono sceso sulla spiaggia e guardavo il mare che pigro e indifferente, lasciava che le sue correnti disegnassero pigre onde dai colori cangianti.
Gli ho chiesto
“allora mare, quale storie mi hai portato oggi?”
“C’è un pullman azzurro, che corre lungo una strada vicino al mare, porta dei prigionieri che tornano a casa. Il pullman è pieno di canzoni, di risate, e dai finestrini, uomini magri, deboli e stanchi, avvolti nelle loro bandiere salutano la gente che lungo la strada aspetta il passaggio del pullman che sventolano bandiere e lanciano fiori mentre li saluta felice. Il pullman è diretto presso una piazza di una grande città dove si è raccolta tanta gente: donne, soldati feriti o in libera uscita, vecchie donne con fiori e dolci e un generale e un una persona importante che guardano seri la strada dove deve arrivare il pulman, ripetendosi il discorso che hanno preparato copiandolo da vecchi giornali. Tutti attendono felici il pullman e chi trasporta, sorridendo e chiedendosi da quanti anni non avevano visto che aspettano, quando loro erano rinchiusi nelle baracche in mezzo al nulla, dove nonno gelo giocava a gelare il sangue nelle vene e la disperazione era il pane quotidiano.
Da parte, in un angolo della piazza c’è una donna e un bambino che in silenzio guardano la strada. Hanno in mano una foto di uomo in divisa, fatta con una vecchia stampante. La madre vuole mostrarla ai soldati liberati nella speranza che qualcuno sappia dirle se lo ha visto, se è vivo o se è morto. Il bambino ha la faccia seria, quasi seccata. Non è la prima volta che vengono in quella piazza e aspettano un camion azzurro e, come per le altre volte, torneranno a casa senza nessuna notizia o speranza. Sua madre chiederà, ma nessuno, nel risponderle, la guarderà negli occhi. E’ questo il ragazzo ormai lo ha capito: se quando ti rispondono, non ti guardano negli occhi, o non dicono il vero o non sanno di cosa si parla. Ma la mamma ci vuole ancora credere, ci ha sempre creduto e se smettesse di crederci, ne morirebbe. Per questo il ragazzo tiene la foto sbiadita di fronte a se. Ha visto troppe macerie, troppe tombe, ha i piedi gelati dal freddo e il cuore senza più sorrisi ma mostra alta la foto.
Quando arriva il pullman si alza sulla punta dei piedi per far vedere la foto in mezzo alla foto che si riunisce vicino al pullman e ripete forte il nome di suo padre anche se sa già che quella notte, sua madre piangerà ancora.”
“E’ una storia triste – dico al mare che racconta le cose senza giudicarle o giustificarle – non ne sai un'altra?”
“C’è una lunga spiaggia sabbiosa vicino a una città distrutta dalle bombe. Dietro di essa vi sono molte tende e delle baracche, fatte alla meno peggio con materiale preso dalle case bombardate. Quando piove, tutto diventa un fango grigio, freddo e viscoso in cui i bambini non possono giocare perché non hanno scarpe o vestiti. Quando fa caldo si sente il ronzio degli insetti che tra le rovine cercano la carne putrefatta dei cadaveri. C’è silenzio, un silenzio pesante e tagliente come il vento e per le strade scavate dai cingoli dei carrarmati, si muovono ragazzi e vecchi, come fantasmi appena usciti dalla tomba. I più piccoli o i feriti o quelli troppo deboli per camminare, restano nelle tende a curare chi non ha la forza di muoversi.
Iman ha dieci anni, i capelli tagliati corti per evitare i pidocchi e gli occhi scuri, come i vestiti neri delle vedove. Iman non può restare nella tenda. I suoi due fratelli più piccoli e sua madre devono mangiare. Sua madre non può camminare; quando il tetto di casa è crollato, le sue gambe sono rimaste schiacciate e non può più usare le gambe. Iman, con i suoi dieci anni, è ormai la più grande tra i figli viventi di sua madre. Prima i più grandi erano i suoi due fratelli Yusuf e Mohamed. Ma dopo che avevano fatto la tenda per la madre, erano andati a cercare da mangiare e non erano più tornati.
Iman li aveva cercati, ma le avevano detto che c’era stata una battaglia e i soldati sparavano a tutto quello che si muoveva. Da allora, nessuno li aveva più visti. Iman non l’aveva detto a sua madre, anche se lei neanche li cercava più perché i suoi pensieri erano confusi e non sapeva più chi era vivo e chi era morto. Parlava a tutti, presenti ed assenti, come se li vedesse tutti davanti a se. Se chiamava i suoi fratelli e non sentiva rispondere, diceva che erano andati a cercare il padre. Ma il padre era nella sabbia. Qualcuno gli aveva sparato da lontano mentre stava scavando nelle macerie per recuperare delle coperte. Lo avevano raccolto insieme a tanti altri che erano morti quel giorno e li avevano messi tutti in fila uno dietro l’altro, creando dei lunghi solchi come si fa in un orto. Era un orto che non avrebbe dato nessun frutto.
Iman raccolse una pentola e decise di andare verso le case di legno bianche, quelle dove c’era la mezzaluna. Lì qualcosa le avrebbero dato.”
“Anche questa è una storia triste – gli dissi fermandolo – non hai una storia meno triste?”
Il mare sorrise perché sapeva che agli uomini la tristezza faceva male, anche se lui non capiva perché, e volevano ignorarla come se ignorandola, non scomparisse e non diventasse più forte.
“C’è una città infinita, tra il deserto e i monti dalla cime innevata; occorrono giorni per attraversarla per ogni lato in cui è cresciuta e nelle sue vie la gente scorre continuamente come il sangue nelle vene di un immenso leone. Vi sono palazzi degli antichi re, ricchi di specchi e di pareti d’argento, e grandi mercati, estesi per quanto è lungo il giorno, dove trovi tutto quello che gli uomini o la natura producono.
La follia dei viventi ha messo questa città contro altre e di giorno e di notte dal cielo scende fuoco a distruggere e uccidere mentre infinite armi nascoste tra i palazzi, cercano di fermarlo lanciando nel cielo altro fuoco che si disperde tra le nuvole di fumo. Sirene, dal lamento infinito gridano lungo il giorno per annunciare la morte in arrivo, ma lei arriva sempre improvvisa e tra gli alti palazzi, ormai vi sono grandi spazzi di macerie nere dove la morte ha fatto già il suo raccolto. C’è un palazzo, dove i monti iniziano, messo tra gli altri a guardare il sole quando accende la città. Nell’ultimo piano c’è un appartamento con tante stanze e in una piccola stanza senza finestra, quasi nascosto nel mezzo di tante cose non usate, c’è un vecchio pianoforte verticale.
I Vecchi Saggi, padroni della città, non vogliono che si faccia musica e ancor di più non vogliono che le donne la suonino. Eppure nell’appartamento c’è una bambina, dai capelli neri, lunghi e raccolti in due lunghe trecce. Quando suonano le sirene e tutti scappano cercando rifugi e la salvezza, mentre l’elettricità viene tolta e la penombra e il buio invadono la casa, la bambina lascia di nascosto la stanza dove i suoi genitori si rinchiudono e di camera in camera, attraversa tutta la penombra della casa per arrivare nella stanza lontana dove c’è il pianoforte.
Chiude la porta dietro di se, e sorridendo si siede davanti la tastiera del pianoforte. Accende una piccola candela che tiene sempre sopra il pianoforte, ed osserva la luce gialla danzare sul bianco dei tasti del pianoforte. Lentamente, come le aveva insegnato la vecchia maestra che aveva quando con la famiglia viveva in una città lontana e straniera, lentamente incomincia a suonare. Il tuono delle esplosioni e la loro paura, copre il suono del pianoforte e lei, felice, suona la musica a memoria, cercando di ricordare quello che aveva imparato. La musica le dona serenità che, in quel momento in cui la città soffre, è quasi come esser felice.
Non suona per dimenticare. Suona perché quella musica, anche se non piace ai Vecchi Saggi padroni della città, è come la luce della candela nella stanza buia: è il bello che l’uomo può creare, è la parte migliore della sua anima, è la speranza che il suo lato oscuro non riuscirà a vincere. Così le diceva la vecchia maestra. Per questo lei, ogni volta che sentiva la sirena, corre a suonare nella stanza buia.”
“Questa mi piace” gli dissi alla fine
“Ne ero sicuro” rispose sereno e le sue onde continuarono il loro lento andare e venire, mentre il sole tramontava