PALERMO _ IL MERCATO DI BALLARO? credit to ELBOCADILOBALLARO
MIMI’ e GEGE’: La fame di Melino Purtroppo, questa volta Gegè non aveva potuto dire di no. Il nipote di suo cognato virtuale Melo, aveva bisogno di una visita specialistica, una di quelle costose e che non facevano neanche in Sicilia. All’inizio doveva andare tutta la famiglia a Varese, per stare presso parenti e fare una visita a pagamento da un famoso dietologo. Successivamente però si scoprì che il luminare riceveva regolarmente, ogni secondo venerdì del mese, presso un ospedale privato di Palermo. Il suo “quasi cognato” Melo trovò questa soluzione molto conveniente dato che evitava la trasferta a padre, madre, figlio e nonna, che pur mezzo rincoglionita, avrebbe funto da cassiere della spedizione. Per portare il ragazzo a Palermo, bastava quindi una o due persone che sarebbero andate e tornate in giornata. Si dovette scegliere chi accompagnare il ragazzo battezzato Carmelo ma, ovviamente per riguardo al nonno di cui portava il nome e per non confonderlo con suo padre Carmelo, era chiamato da tutti Melino. Vi fu una riunione di famiglia per scegliere chi accompagnare Melino e che doveva avere caratteristiche ben precise, come sapersi spiegare bene in italiano e sapersi orientare a Palermo. Alla fine scarta questo per il suo parlare in dialetto stretto, scarta quell’altro perché non era mai uscito dal paese, o perché non poteva lasciare il lavoro, restò alla fine solo Gegè che da disoccupato non aveva alibi per evitare la trasferta. Fu istruito sui problemi del ragazzo che a sentire le donne di famiglia era inappetente ed era vicino all’anarossia. Secondo il giudizio della nonna e delle zie, non mangiava quasi nulla e non cresceva né in altezza, né in peso, contrariamente agli altri fratelli e cugini. Questi ultimi, dopo varie granite, gelati e panini cunsati, mangiavano anche duecento grammi di pasta, Melino invece, viveva solo con appena una granita al mattino, due fili di pasta a mezzogiorno e una bistecchina o due bracioline la sera. Poco e niente, e comunque non abbastanza per sopravvivere, secondo il giudizio dei genitori, dei nonni e degli zii.
Partirono quindi molto presto di mattina per Palermo con la potente Panda del 1990 messa a disposizione dal cugino Carmelone e dopo quasi tre ore di viaggio arrivarono in orario per la prima visita presso lo studio dell’esimio dottore, professore Edmondo Frittella dietologo di fama internazionale. Il professore visitò il ragazzo, lesse le analisi del sangue fatte qualche giorno prima, misurò lo spessore della pelle e le dimensioni delle ossa, ne annotò l’altezza e verificò i numeri trovati su oscure tabelle e grafici. Alla fine concluse che il ragazzo era sano come un pesce e che per lo scheletro che aveva, appariva nutrito per come doveva essere. Insomma, non scrisse le famose iniezioni endovena di vitamina C che la nonna pensava, e neanche il complesso polivitaminico che le zie raccomandavano. Disse solo che doveva fare un po' di moto e non mangiare troppi dolci. Con questi pochi e sani consigli, si involarono Trecentocinquanta Euro senza ricevuta. Gegè rimase sconcertato, non perché l’esimio professore avesse certificato la buona salute di Melino, ma perché i suoi parenti non avrebbero potuto torturarlo con pillole ed iniezioni e non avrebbero avuto quindi alcuna soddisfazione dalla considerevole spesa fatta. Gegè incominciò a pensare come dover salvare capra e cavoli.
“Ho fame” disse improvvisamente Melino che per tutta la mattinata era stato silenzioso. “Come hai fame? Se siamo qui perché a casa non hai mai fame?” “ma a casa non ho fame perché la nonna mi fa mangiare sempre pasta e fagiolini o u maccu di fave. Mia madre non sa cucinare e mi fa solo riso con il pomodoro. Ogni giorno le stesse cose: i stubbiai! Ora ho fame: è da ieri che non mangio” Gegè si cercò nelle tasche e trovò una vecchia mentina bianca che portava in tasca da almeno un anno. “tieni, il dottore mi ha dato questa pillola, prendila che ti aiuta con la fame” “non è che mi fa male?” “Più male di mangiare fave a maccu ogni giorno, non te ne può fare” rispose seccato Gegè mentre Melino masticava con la faccia schifata la mentina. Gegè cercò di orientarsi tra i palazzi del quartiere, finché non trovò un riferimento. “Vieni, qui vicino c’ è Ballarò, mangeremo qualcosa li” “E cos’è Ballarò? Un ristorante?” chiese ancora Melino ma si fermò di colpo incominciando ad annusare l’aria, sentendo profumo di carne arrostita. Incominciò a correre seguendo l’odore di stigghioli e gamberi arrostiti. Si trovò davanti una vecchia via, piena sui lati di bancarelle colorate ricolme di patti con i cibi più diversi. Da alcune bancarelle si alzava un fumo denso e pieno di profumi, in altre i venditori banniavanu la bellezza della loro merce invitando i turisti, che camminavano nel mezzo della strada stupiti e disorientati dai colori e dai profumi, a comprare le loro prelibatezze. Melino si fermò davanti a una bancarella piena di stigghiole con una grande pentola dove bolliva nello strutto la meusa.
“Caruso chi ti pigghi?” gli fece il venditore con una voce bassa a screziata da squartatore di tori. “A stigghiola … a meusa … a sasizza … du panelle” . Fece Melino disorientato con l’acquolina in bocca. L’uomo lo guardò stupito. “E come ta manci tutta sta robba? - Poi preoccupato chiese – ma comi semu a soddi spicci” “Picca e nenti – rispose pronto Melino – me patri è n’ambulanti, vende i rotoloni di carta sui bordi dei viali” “sta facendo una cura, perché è inappetente. Gli dia quello che vuole” chiarì Gegè che nel frattempo li aveva raggiunti “Ah, è malato?” fece il bruto che elaborò le informazioni che aveva avuto e cioè che Melino era povero, suo padre era ambulante come lui e per finire che il ragazzo era gravemente malato. Per un momento rivide negli occhi di Melino quelli di suo figlio. Prese un panino già tagliato a metà e incominciò a riempirlo con la meusa calda calda e grondante di strutto “Si, siamo stati da professore Frittella – aggiunseGegè mentre osservava l’uomo aggiungere sempre più musa ed infine spremere mezzo limone sulla carne calda - e gli ha detto che deve mangiare quello che vuole se no si aggrava” “Giustu, accussì avi a iessiri: si ogni carusu saria saziu, nto munnu non ci saria chiù na guerra”. Fece il venditore della meusa . “Chi avi su carusu?” chiese il venditore dall’altra parte della strada e sentendo che secondo il suo collega era malato grave e che doveva mangiare urgentemente, prese un piatto di polpo bollito, si avvicinò a Melino e glielo diede “Tè, mancia – gli fece porgendoglielo– ammazza i mali”, “Chi c’è cosa? – chiese la signora Rosa che aveva la bancherella piena di Caponata, parmigiana di melanzane e polpette al sugo” “E’ malato – le disse il venditore di frutta che aveva sentito lo scambio di battute tra i suoi colleghi e stava portando a Melino un boccale pieno di succo d’arancia appena spremuto – u professore Polpetta l’operoi o stomacu e ora avi manciari si no more” aggiunse inventando quella parte della storia che non aveva sentito bene. “O matritta Santa – fece la signora Rosa riempiendo un piatto di parmigiana e polpette – teni figghiu ciatu: mancia! Mancia!!!” fece portandogli il piatto e incitandolo a fare quello che stava facendo con gusto e con gioia.
La strada venne presa dalla frenesia di aiutare Melino. I venditori lasciarono le loro bancherelle, per portare spiedi di gamberi rossi, alici salate, carciofi bolliti, arance, limoni, cannoli, cassatelle, sarde in beccafico tutto quello che avevano a disposizione e che secondo loro potevano alleviare e fortificare “u carusu”. Ovviamente ognuno portava un cellulare con cui immortalava la sua generosità nell’aiutare l’anoressico morente, che, nelle loro storie, era già prossimo all’ultimo respiro. Presto sui social incominciarono ad apparire Reel di tutti i tipi in cui la storia di Melino veniva raccontata con particolari sempre più fantasiosi: era stato operato e gli avevano cambiato lo stomaco microscopico con quello di un adulto. Oppure, non aveva mai mangiato e dopo anni di dolorosa inappetenza era stato miracolato da san Pravettino di Petrapertusa e cose del genere. Presto i Reel vennero notati anche a Messina e suo cugino Carmelone, di poco più grande di lui, corse dai genitori, dai nonni e dagli zii, a far vedere Melino in mezzo ad una montagna di cibo di ogni tipo e specie, che mangiava a più non posso. La nonna gridò al miracolo, gli zii esaltarono il professore Trippetta (neanche loro si ricordavano come si chiamasse l’illustre specialista).
Quando Gegè e Melino tornarono a casa, all’uscita dell’autostrada erano schierate tutte le panda, le vetuste A112 e le rombanti cinquecento Abarth di famiglia per scortare i due fino a casa. Alla domanda che cura miracolosa avesse mai proposto il grande luminare professor Calzetta, Gegè rispose che gli aveva dato una pillolina e che una volta che Melino l’aveva mangiata, gli era subito venuta una fame senza fine che solo la generosità della gente di Ballarò aveva saziato. Melino confermò aggiungendo che la pillola era amarissima. Gegè precisò che gli effetti della potente pillola sarebbero scomparsi se ogni giorno non gli si dava da mangiare qualcosa di diverso dai giorni precedenti. La famiglia giurò che Melino avrebbe mangiato ogni giorno qualche piatto diverso a costo di dover andare loro a Ballarò a comprare quel ben di Dio che avevano visto sui social.
Da quel giorno Gegè acquistò punti nella famiglia di Mimì che ormai, nelle grandi tavolate di famiglia, non lo facevano più sedere nel tavolo a parte imbandito per i bambini (in fondo non era ancora ufficialmente di famiglia visto che conviveva) ma gli preparava il posto alla destra del nonno Carmelo, prima dei figli e dei nipoti grandi. La cosa riempì Mimì di grande orgoglio, tanto che quando si arrabbiava con lui lo insultava dicendo che era buono solo ad andare a Palermo a mangiare. Il che, secondo lo stesso Gegè, aveva qualcosa di vero.











