La quercia
Mi ricordo il cinguettio degli uccelli alle sei del mattino. Mi ricordo che non c'era nessuna macchina dei pompieri  che riuscisse a tagliarne le fronde in cima. Ricordo la luce antica  che passava tra le foglie verdi e gialle, il grande tronco spesso  che si ergeva in mezzo al parcheggio. Ricordo la quantità indescrivibile di ghiande, e come  se fosse possibile, la quantità di ghiande  veniva superata da quella di foglie giallorosse,  in autunno. Ricordo le notti di pasquetta  quando quella figura nera che si stagliava di fronte al terrazzo, nella notte, mi rassicurava più di tutte le luci  della processione, schiamazzi lontani contrapposti alla sicurezza che da una figura nota. Ogni giorno mia madre  metteva la Polo, comprata  facendo ripetizioni da studentessa, sotto casa, all'ombra di quel parcheggio protetto dalla natura. Mi ricordo anche la  Skoda  che sostituì la Polo, mi ricordo quando  mia madre iniziò a non muovere più le gambe  e andava in giro sempre con la quarta inserita, poi la scoda rimase ferma al suo posto finché il tizio a cui l'avevano venduta non venne a prendersela. La  quercia stà ancora lì, non l'hanno ancora ammazzata con la calce viva. In mezzo al parcheggio. Protetto dalla fortuna e dall'abbandono della provincia, forse purché tante persone  oramai hanno messo al sicuro l'auto sotto le sue  chiome. Nessuno disturba più la quercia.














