Qualche mese fa ho ripreso a fare radio. Qualcosina avevo fatto sul finire degli anni Novanta ma lì mi ero arenato. Lavorando in una scuola, grazie alla quella famosa legge sulla Buona Scuola, siamo riusciti ad avviare un progetto.
Ad ascoltare le loro voci acerbe e, soprattutto, la costruzione delle trasmissioni, non si direbbe che si tratti di speaker alle prime armi – la più piccola ha appena 15 anni. Invece, grazie all'impegno e soprattutto alla voglia di mettersi in gioco, è partito un team di giovani che si contraddistingue per l'originalità del tema scelto e la capacità di renderlo radiofonicamente. Assieme abbiamo montato il palinsesto delle prime puntate e delle altre due che concluderanno il periodo di start-up del progetto che, se andrà bene, diventerà un appuntamento fisso per tutti gli studenti della scuola e non solo.
Il lavoro è continuo. Stimolante ma totalizzante. Etimo con un peso specifico notevole, specie se si considerano le ore settimanali che già mi competono e il fatto che insegnare (e studiare) sia già di per sé un impegno monopolizzante. Così facendo, mi sono messo alla prova confrontandomi con le vite dei ragazzi che hanno deciso di seguirmi in questa piccola follia.
A differenza a quello che si poterebbe pensare, gli ostacoli più grandi non sono arrivati dalla scelta dei contenuti, da possibili censure della dirigenza scolastica o dal divario anagrafico tra il sottoscritto e il resto della redazione. Il nemico con cui io in primis e poi tutti abbiamo dovuto fare i conti è la Modernità, una bestia che non credevo ormai così tumorale e invasiva negli under-18. La modernità non serve infatti solo a vendere auto e rasoi a trentasei lame. In Italia, come temo nel resto del Mondo, la costante rapida evoluzione ha fatto sì che le fasce più giovani della popolazione vivano una realtà ferocemente distorta. In linguistica si chiama “sazietà semantica” quel fenomeno per il quale la reiterata ripetizione di una parola le fa perdere significato: al contrario, oggi, esistono parole che sono talmente in disuso che se n'è perso il senso.
Non si tratta solo ti roba desueta e oramai fuori moda, del sorridere sentendo parapioggia al posto di ombrello, di scambiare un walkman per una videocamera digitale o viversi un talent col trasporto di un concerto dal vivo. Qui si parla di destrutturare un'idea, prima di un oggetto, che esiste da 2OO anni. Esistono fenomeni culturali nati e diventati essenziali grazie alla radio: come il Rock, che esplode grazie a dj appassionati e lungimiranti, come il geniale Alan Freed o il capostipite della radio notturna Wolfman Jack - per non parlare poi di tutta la tradizione dell’Hörspiel, ovvero il radiodramma, o delle sperimentazioni di Stockhausen, avvenute proprio alla WDR di Colonia.
E qui iniziano i problemi. Trovandoci a fare i conti con fraintendimenti e inesattezze, che in qualche occasione hanno rischiato provocare defezioni o mandare in vacca l'intero progetto.
Su sei ragazzi coinvolti, tutti sono partiti dalla convinzione che Radio e Youtube fossero simili. “Solo che in radio non ti vedono”. Sembra una stupidata da fare circolare magari come barzelletta, ma la faccenda è più seria. Per capirci: anni fa, al Tg2, a un bambino di Milano portato in gita con la scuola in campagna chiesero: “Com'è il pollo?” e quello placido rispose: “Con le patatine!”. Il tutto sottintendeva che il seienne, non solo non avesse mai visto un pollo vivo ma lo avesse fissato nella sua mente in un unico modo, come glielo preparava (presumibilmente) sua madre, ovvero al forno con le patatine. Allo stesso modo, con circa dieci anni di “aggravante”, i miei alunni non solo non avevano mai avuto a che fare con una trasmissione radiofonica ma credevano che la cosa più vicina alla radio, come contenuti, forma, tecnica o tempi fosse Youtube - neanche Soundcloud, proprio Youtube.
Una cosa che chiarisce la natura schizofrenica del moderno. Da una parte totalmente privato, dal momento che chiunque, dai zero a cent'anni, può farsi un'idea di cosa sia cosa sul web senza doversi preoccupare che questa coincida al vero o dello stigma di dovere interagire con supposti insegnanti – troppo presi dai loro compiti per curarsi che i loro allievi sappiano cosa sia realmente un pollo o un parapioggia, figuriamoci il broadcasting. E dall'altro pubblico perché, attraverso i social, l'idea errata spesso si dipana e a volte finisce per essere rappresentativa del pensare dei più. Stiamo, in buona sostanza, auto-creando un reale farlocco per sentirci parte di comunità finte. Così, supporre che una sola recensione in radio non possa durare 3O minuti a oltranza come sul canale di Anthony Fantano o un approfondimento 6O secondi come in quello di Michele Maraglino o non si possano trasmettere 4 ore di musica saltando solo da un titolo a un altro – o comunque questo modo di fare troverebbe difficilmente una collocazione* - ha fatto cadere dal pero tutti. Concetti apparentemente facili come scaletta, stacco, intermezzo, drive-time o persino console, hanno suscitato sguardi persi e impauriti.
Siamo partiti così quasi da zero, con sei e-reader che non hanno mai preso in mano una copia di Guerra & Pace convinti che On Air fosse la scritta che appare quando un aereo decolla, e siamo arrivati a creare un ciclo di trasmissioni dal titolo “Musica tra storia e leggenda”, ascoltabili sulle frequenze di una radio locale che trasmette anche sul web e app per smart. L'idea dei ragazzi era di affrontare il mondo della musica, partendo dagli strumenti (dalla m'bira alla chitarra, dal banjo al theremin, passando per il flauto traverso) dalla loro nascita e giungere alle applicazioni nella musica odierna. Ne è venuto fuori un mix tra miti (da sfatare e non) e storia, senza dimenticare l'approccio didattico e un briciolo di critica, intercalati dalla messa in onda di brani e live in studio con alcuni degli strumenti trattati. Abbiamo provato a sfidare i nostri limiti, culturali e tecnici soprattutto e, nel mio caso, ad apprendere oltre a insegnare qualcosa (è incredibile come un adolescente sappia calarsi più di me nel mondo dei Poadcast): liberi di non concordare, di non accettare e di porre interrogativi in uno sforzo continuo alla ricerca di costruire qualcosa di buono e magari duraturo. L'idea è di un laboratorio perenne, senza membri fissi.
Mi chiedo soltanto cosa sarà dei ragazzi già dal prossimo anno, quando la graduatoria mi porterà di sicuro altrove, se avranno ancora la possibilità di continuare o se la domanda verrà respinta. Chissà se ci sarà modo di continuare a vederci. Di restare sintonizzati. Chissà...
*Salvo in qualche radio libera e neanche è detto che sia così.