Quando monitorare vuol dire non far niente
La mia amica non mi telefona più. Fino a qualche settimana fa lo faceva piuttosto regolarmente, una volta ogni dieci giorni, verso le nove di mattina, mentre andava a lavorare; e approfittando di un contratto telefonico favorevole mi intratteneva per una buona mezz’ora. Da quasi un mese non lo fa più, anzi, esattamente dal 29 gennaio, maledetto sia il registro chiamate dello smartphone che registra ogni defaillance.
Le ho mandato un messaggio per chiederle che succede, e mi ha risposto che prima deve svuotarsi la testa di certe questioni se no mi annoia coi suoi discorsi. Io lo so di cosa si tratta…
Tre anni fa arrivò nelle scuole primarie della zona una dirigente, e in men che non si dica gli insegnanti si dimisero dagli organi collegiali e i genitori si organizzarono contro di lei, che per unanime riconoscimento peccava di una serie incredibile di incapacità a fare il suo lavoro, con l’aggiunta che impediva quello degli altri. Dopo un anno fu trasferita a pochi chilometri, in un plesso di uguale importanza: stessa sorte. Dopo un altro anno fu trasferita un po’ più lontano in un plesso di maggiore importanza: stessa sorte. Quest’anno è finita a dirigere un plesso tra i più importanti della provincia, qui nelle vicinanze, col risultato che si sta assistendo allo stesso psicodramma. Ecco, la mia amica è lì in mezzo, assorbita nella sua missione di mamma che deve assicurare un contesto pedagogico sereno e se possibile costruttivo ai suoi figli, cosa che pare le sia negata dalla semplice posizione gerarchica di questa tipa.
Stiamo parlando di 800 famiglie toccate da una serie di problemi che riguardano l’attività scolastica dei loro figli, non è ordinaria amministrazione: i due settimanali locali ne parlano da tempo ampiamente, pur senza essere forcaioli ché qui nonostante tutto c’è ancora un po’ di civiltà. Uno dei due ha interpellato l’ufficio scolastico provinciale: “Stiamo monitorando la situazione”, si è sentito rispondere. In questa risposta c’è una delle essenze del nostro paese.
Perché se fossimo un paese con un senso civico degno di questo nome, per prima cosa quella tipa non sarebbe in quel posto, ma magari dopo tre anni se non più di fallimenti le sarebbe stato trovato un posto più adatto, a parità di stipendio - per carità..! - perché qui non vogliamo licenziare e danneggiare nessuno. E poi, al primo manifestarsi del conflitto un ispettore del ministero sarebbe partito per vedere come stavano le cose e se possibile per appianarle. Invece, la tipa progredisce imperterrita nei livelli di responsabilità, insegnanti, genitori e giornali allibiti protestano, e l’ufficio preposto “monitora”.
Questa miscela di noncuranza verso il servizio pubblico e di rifiuto di assumersi le proprie responsabilità da parte di chi lo deve dirigere è una storia vecchia; già quando cominciai a militare nel sindacato, all’inizio degli anni settanta, la cosa si presentava in termini drammatici, tanto per intenderci i dirigenti non controllavano nemmeno la presenza sul posto di lavoro: lavoravo fianco a fianco con gente che appendeva la giacca allo schienale della sedia, per documentare la sua presenza, e se ne andava in giro per la città. Questo costringeva il sindacato a rivendicare paradossalmente “una dirigenza che diriga”, con scontri quotidiani tra chi, come me, riteneva che il sindacato dovesse farsi garante della corretta gestione del servizio pubblico, e chi diceva che invece doveva farsi garante delle buone condizioni di lavoro, e quelle erano precisamente buone condizioni di lavoro. “Sergio, lascia stare, va bene così..!”, mi diceva Ugo che era arrivato nella pubblica amministrazione dopo alcuni anni di lavoro alla Fiat.
Mi spiace, Ugo, avevo ragione io, ed il tuo era egoismo vestito di ideologia operaista: cose così non attengono solo alla morale, ma visto che ormai si butta tutto in denaro ti dirò che attengono anche all’economia perché sono un triplice costo in denaro: in termini di prestazione di lavoro non resa da parte di chi dovrebbe sovrintendere e non lo fa, in termini di prestazione di lavoro sviata per chi dovrebbe fare altro e si trova ad essere impedito da questi conflitti, ed in termini di costo sociale, umano. Voglio dire che il fatto che la mia amica non trovi modo di farmi una telefonata dignitosa, al di là di quello che la telefonata conta per noi diretti interessati, è sintomo di un disagio, di una sofferenza diffusa che un buon economista saprebbe quantificare in termini di costo per il sistema.
















