Il prete rabdomante
"Qui c'è di sicuro" esclamò il prete, mentre il rametto di salice che teneva in mano si muoveva tutto, come impazzito. "Sì. Deve esserci per forza - confermò Poldo - perché anche mio padre diceva che nel bosco della Gruggola c'è sempre stata una sorgente".
Gli altri contadini, disposti a ruota attorno a quel pretone venuto dalla pianura per trovare l'acqua, ascoltavano attenti e ripetevano: "C'è di sicuro". Ogni tanto, la vecchia Amelia usciva di casa per guardare fiduciosa il gruppetto che stazionava vicino al ciliegio nel Piantume e per chiamare i nipoti Berto e Ugo che vi si erano intrufolati per sentirsi più grandi.
Per individuare con certezza la vena che avrebbe tolto il paese dalla siccità , ci vollero due giorni. Il rabdomante, seguito da un codazzo di curiosi, andava nel Piantume alle 10. Vi restava fino alle 13, quando le stoppie bruciavano per un'insolita calura settembrina e le foglie della vigna che separava quel campo pari come una mano dal muro e dalla strada per Costaborga sembravano incollate ai tralci.
A quell'ora, Marianna aveva già preparato, per lui e per i capifamiglia di Tizzolo, il pranzo nella sala aperta solo per le grandi occasioni. Una teglia di pastasciutta, carne di gallina e di coniglio, insalata e pomodori dell'orto, pane, vino e caffè. Pasto da prete, da sagra, non per lei e Giovanni che avevano sette vacche nella stalla e cinque figli da mantenere.
Il dolce alla panna lo portava l'Amelia che abitava nella casa di fronte. Alla zuppa inglese, coi savoiardi madidi di Alchermes, pensavano Virginia e Leonilde. I muri a sassi non lasciavano passare il caldo e le fronde dei noci e dei meli che lambivano le finestre aperte davano una piacevole sensazione di fresco. Dopo mangiato, verso le 15, don Pierino tornava nel Piantume. Rientrava alle 18 per la merenda: salame e coppa su piatti bianchi di portata, vino e grappa fatta in casa che le altre massaie avevano appena allungato a Marianna.
La sera del secondo giorno, il punto esatto in cui doveva sgorgare la vena fu indicato dalla bacchetta di salice che non stava ferma nemmeno quando il prete la teneva con entrambe le mani. "Scavate qui" ordinò ai suoi seguaci in festa. Presero vanghe e picconi, badili e carriole e cominciarono a toglier terra finché il piccolo Berto insinuò "Non sarà mica la sorgente del pozzo?"
"Lavora" gli urlò dietro suo padre. Ma il dubbio rimase e Poldo si mise a bestemmiare quando, la mattina seguente, dopo sei ore di lavoro di tutti i Tizzolesi, s'accorse che un po' d'acqua filtrava proprio in corrispondenza di quel pozzo quasi secco che si trovava a pochi passi dalla buca che avevano forato senza risparmiare forze e sudore. Don Pierino non si perse d'animo; i suoi aiutanti nemmeno. Così, dopo pranzo, setacciarono tutta la campagna fin sopra la Castellina.
"Eccola. L'ho ritrovata" gridò il sacerdote sensitivo. "L'acqua è una gran cosa. Si nasconde, scivola via, ma non sparisce mai" precisò Giuseppe, tornato da uno dei suoi viaggi da mediatore di maiali in Toscana. "Ve l'ho detto che le vene non si perdono" fece eco Poldo. Don Pierino gongolava. Aveva le maniche dell'abito talare arrotolate sulle braccia leggermente abbronzate,la parte davanti del vestito tirata su fino alla cintura, i risvolti dei calzoni pieni di stoppie e il viso arrossato dalle tensioni della rabdomanzia.
Quella sera bevvero tutti come spugne il vino della botte migliore di Terzo che aveva il miglior rosso della zona. Mangiarono a sazietà pancetta e salame e quando il prete li informò che avrebbe lasciato subito Tizzolo perché il suo compito era finito, lo invitarono a tornare quando voleva. "Vado a cercar l'acqua a Carpineti" disse.
"Sono all'asciutto anche là ?" domandò Amelia. "Sì. L'acqua è un dono di Dio che, a volte, si fa desiderare" concluse il prete. Li avvertì che, per una settimana, si sarebbe fermato nel Seminario di Marola, una borgata dove lo conoscevano tutti, ma che sarebbe tornato a Tizzolo per vedere la nuova fontana. "La fontana di don Pierino. Ecco come la chiameremo" promise Marianna.
Il giorno dopo cominciarono
gli scavi. Timoteo, che era abituato a cubare la paglia nei fienili, disegnò con la cenere un quadrato coi lati di quattro metri. Poldo diede il primo colpo di vanga. Lavoravano tutti, a turni di tre persone, dal mattino alla sera. Il buco diventava sempre più profondo e fu necessario armarlo con assi e pali di legno.
All'inizio di ottobre, i bambini che andavano a scuola a Vetto passando per i boschi del Faille si fermavano a guardare padri, zii e nonni che sudavano e imprecavano, ma picconavano di buona lena. "Salta fuori, maledetta" ripeteva spesso Luigi, asciugandosi la fronte col fazzoletto che teneva stretto al collo con un anello d'ottone.
Scavarono per tre settimane. Ormai, il buco era nero, fondo una ventina di metri, e le teste degli uomini che vi lavoravano in piedi o carponi si vedevano appena. Lavorarono come talpe finché, con una carrucola e una fune, riuscirono a far risalire in superficie la terra in secchi sempre più pesanti e finché il freddo dell'autunno e qualche scricchiolio delle assi non li convinse a smettere.
Un lunedì, Poldo trovò il rettore del Seminario di Marola al mercato di Castelnovo Monti. Lo conosceva perché gliel'aveva presentato l'onorevole Marconi che, prima di diventare medico e sindaco di Vetto, aveva studiato da prete lassù. "E' ancora da voi don Pierino?" gli domandò. "Mai conosciuto nessuno con questo nome" fu la risposta.
da A. Nobili, L. Menozzi, Racconti di fiume e di valle