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jotaro
dark!MAYcklemore
Danno e dramma e beffa questa condizione di homo homini lupus che si spinge oltre i confini per distruggere, sbranare, dilaniare i pilastri del gusto, del giusto, del bello e discendere nell'averno sensoriale della depravazione.
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Racconti di plasmaferesi violenta.
10.1.19
Mi accomodo sulla seconda poltrona, ho quasi il posto fisso anche per la donazione. Riconosco due delle infermiere, Laura e Diana, impegnate con altri donatori. Si avvicina Rosetta, pingue e dal forte accento meridionale. Formalità di nome e data di nascita, sollevo la manica destra e lei procede a picchiettare le vene. Il laccio emostatico è una fascia nera meccanizzata che segue i ritmi della macchina.
"Fai un respiro profondo", dice inserendo titubante l'ago. Il tubicino resta vuoto. Lo spinge più a fondo e tira lo stantuffo della siringa, ancora niente. Mi passa un pezzo di garza piegato, estrae l'ago e il sangue inizia a fuoriuscire dal buco. Tengo premuto mentre prende lo scotch di carta. Torna a picchiettare l'incavo del gomito, ripetendo la procedura. Laura si avvicina "Ti serve una mano?", Rosetta rifiuta "Posso farlo da sola."
Ancora niente sangue, le mie vene si rifiutano. Spinge l'ago più a fondo, lo inclina a destra, poi a sinistra, nuovamente a destra. Gemo. Diana si avvicina, "Sicura di farcela?"
Il sangue inizia a fluire, la fascia gonfia stringe il mio braccio.
A 360ml la macchina si blocca. Le infermiere si avvicinano come avvoltoi su una carcassa. La macchina riprende a funzionare, 361, 362... 380ml, la macchina completa un altro ciclo. Il dolore ora è troppo, la pelle sopra l'ago è gonfia e tende al bluastro. Ho freddo. Chiamo Diana. Ferma la macchina e la convinco a terminare il prelievo sul braccio sinistro, se non si riempie la sacca, è inutile. Disinfetta, picchietta e con la delicatezza di una farfalla buca. Un leggero pizzicore e si riprende. 580, 600, 640... ultimo ciclo, 680. La macchina emette un suono compiaciuto ad indicare il termine del prelievo. Passiamo alla fisiologica, la mia parte preferita, il freddo di smuove dall'interno. Diana si avvicina, mi scopre il braccio destro e applica una pomata sui due buchi, cinque garze e infine il bendaggio. Mi sorride, "Tienilo fino domani mattina, o questa sera", mi informa.
Rosetta è preoccupata quando mi alzo, mi accompagna alla porta. Recupero lo zaino e vado a bere un caffè, dopo il succo alla pera perché la pesca era finita.
Avviandomi verso l'uscita un volontario mi blocca, "Tutto bene signorina?" annuisco, "Un pochino dolorante..."
Dice che quella mattina, Rosetta, aveva già violentato le vene di un altro donatore.
"Forse ci odia" ridacchio.
"Si faccia forza signorina! E la prossima volta, chieda un'altra infermiera."