What if I rewrote Dante's dream of Beatrice in Vita Nova as a Kaysanova ficlet. What if then.
quando m'apparve Amor subitamente cui essenza membrar mi dà orrore..
Oltre alle visioni di amazzoni a cavallo che sarebbero diventate Andromaca e Quynh, c’era stato un altro sogno ricorrente a tormentarlo in quei primi mesi. Nelle notti passate di fronte al consumarsi lento di un falò, troppo lontani dal mondo perché il mondo si ricordasse di loro, Nicolò si era trovato a fissare il profilo di Yusuf con un turbamento sordo nel petto a cui non era riuscito a dare un nome. Non c’era ragione che giustificasse l’ossessione con cui tracciava con gli occhi il contorno del suo viso. Che nome dare all’assassino che ti ha ridato la vita? Si era sentito così Adamo di fronte alle fiere dell’Eden, quando il Signore per primo gli aveva dato facoltà di indicarle e nominarle a dito? Era come se per dare forma a quel pensiero, per poterlo tenere fra le mani come aveva tenuto fra le braccia il corpo dell’altro, servisse dargli il contorno del verbo.
Il sogno era sempre lo stesso. Nicolò si addormentava con la schiena premuta contro quella di Yusuf. Nella notte, il calore dell’altro svaniva improvviso: aprendo gli occhi, Nicolò atterriva al cospetto di un’alta figura incappucciata, dalle lunghe mani ricurve a far capolino dallo sbuffo di ampie maniche nere. Nel petto sentiva tremare un terrore profondo, lontano: il terrore che si prova nel buio della notte nel bosco, che trema sulla pelle quando il lupo latra alla luna. L’orrore di fronte a quella figura non era soltanto paura. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che attira sul fondo del pozzo quando in piena notte le stelle si riflettono sullo specchio dell’acqua. Era impossibile distogliere lo sguardo, come da un segreto di cui si intuisce la dolcezza sulle labbra.
L’apparizione parlava. Parole indistinte, quasi incomprensibili, mentre una nuvola rossa e fioca, come la luce di una lanterna vista da lontano, la avvolgeva di un chiarore spettrale. Poche parole si riuscivano a distinguere. “Guardami” e “Ecce dominum tuus”, e frasi rotte, perse nel tremolio della nebbia. Nicolò allora faceva un passo avanti, e fra le braccia della figura si cominciava a intravedere un corpo nudo, rannicchiato, avvolto in un drappo color del sangue. La stoffa era tanto leggera da non nascondere niente, né le linee decise dei muscoli delle cosce, né la piega del ginocchio, né il pelo scuro sul petto e sul ventre. Quante volte aveva visto quel corpo, negli ultimi mesi? Quante volte lo aveva osservato, nel tremito dello sforzo e nel furore della mischia in battaglia, nitido nell’acqua cristallina di un’oasi, quante nel chiarore del fuoco, con occhi che non osavano guardare? Il panno rosso scivolava, come d’incanto, a scoprire il volto e il petto di Yusuf, che nel sonno portava sul viso una quiete che Nicolò non era mai riuscito a vedergli addosso, non ancora.
Nel suo sogno, le ciglia di Yusuf tremavano appena prima che i suoi occhi si aprissero, ancora velati. Nella mano sinistra dell’apparizione compariva invece un grumo di sangue rappreso, nel pugno chiuso palpitava un dolore sordo che Nicolò sentiva risuonare nel petto. Schiudendo le mani uncinate, la figura rivelava davanti ai suoi occhi il pulsare della sua stessa carne.
“Vide cor tuum.”
Chiuso nel pugno di quella mano spaventosa, il suo cuore batteva impazzito, come dopo una corsa piena d’affanno. Con cautela, la figura porgeva lo porgeva alle labbra di Yusuf, e sul volto dell’uomo svaniva la letizia, i suoi occhi si velavano di pianto: ma le sue mani, ferme e decise, raccoglievano il cuore offerto dall’apparizione. I suoi denti affondavano nella carne, e il sangue gli macchiava le dita e le guance.
Nicolò si risvegliava di soprassalto, gli occhi fissi sulle braci ancora ardenti, e quel dolore sordo nel petto che non scompariva. Spesso capitava che non riuscisse più a prendere sonno, perché anche ad occhi chiusi l’apparizione sembrava indugiare, come impressa sulle palpebre. Il respiro quieto dell’uomo al suo fianco non lo aiutava: e ad ogni tremito di quel corpo caldo, ogni movimento involontario del sonno, era come se i denti di Yusuf affondassero ancora nel suo cuore. Si trovava a combattere con il tremito impazzito che gli squarciava il petto. A respirare affannosamente, le mani strette in una morsa e le unghie affondate nella carne dei palmi. Con gli occhi sgranati, guardava il morire della cenere e il nascere del giorno, oltre le dune: ed erano molte le mattine in cui si allontanava dal giaciglio prima ancora il sole sorgesse, perché la vicinanza di Yusuf diventava insopportabile.
Anni, secoli dopo, Yusuf gli aveva preso il volto fra le mani, in una gelida steppa del nord. “Ti ho sognato” aveva sussurrato, le dita che gli carezzavano la base delle labbra, il naso a sfiorare il suo. Nel mondo chiuso della tenda che condividevano, a Nicolò non era servito aprire gli occhi per gustare la carezza di quelle mani. Il mattino era vicino, ma il sole non sarebbe sorto che fra qualche ora. E aveva sorriso, Nicolò, anche se fuori li aspettava ancora una volta il clangore della battaglia, anche se sapeva che la dolcezza di quelle mani sarebbe presto svanita nella stretta inclemente sull’elsa di una spada.
“Un bel sogno?” un mormorio lieve, con la voce ancora impastata di sonno. Aveva sentito sotto la punta delle dita gli occhi dell’altro incresparsi in una risata trattenuta a stento.
“Troppo bello per poterne parlare adesso” e con la sua risposta era arrivato un bacio pieno di bisogno e rimpianto, interrotto dal grido d’allarme delle sentinelle.












